Via Lepsius

concatenazioni, connessioni, attraversamenti

Italia d’Appennino

 

 

Hanno in sé dignità
ineguagliata
il bicchiere di vetro
ammezzato di vino:
e la caraffa d’acqua
sul tavolo per il desinare.

Sono silenzio
e istante lunghissimo
non offesi
e non mercanteggiati.

Riverbera inoltre della nobiltà
d’un vetro di finestra
da una casa d’Appennino
il vetro del bicchiere,
d’una manata d’argilla
per i coppi del tetto
la pancia capiente della caraffa.

 

 

A uno che vende rose al semaforo

 

 

 

“Io non sono razzista,
però penso che è meglio aiutarti a casa tua.
Mi sorridi e hai un’aria buona
ti vedo ogni giorno qui
e so che non fai del male
ma gli altri, molti degli altri,
non sono come te.
Io non sono razzista,
però i neri e i mussulmani
ci stanno invadendo
e la razza italiana sta sparendo.
A quelli che li salvano in mare
e li fanno venire qui dico:
voglio che ti violentano la madre e la sorella
così vedi che significa.
Non so come ti chiami, ma mi stai simpatico
anche se non ti lavi mai
e se lo cerchi un lavoro lo trovi.
Però capiscimi: voglio vivere tranquillo
(io non ti tocco le tue cose
e tu non mi toccare a me le mie)
e questi che arrivano rubano e rapinano
e violentano le nostre donne
e rubano il lavoro agli Italiani.
Io non sono razzista
e ogni tanto una rosa te la compro,
però certi preti e quei figli di papà
che prendono i clandestini in mare
mi fanno incazzare – sono figli di papà
e tutti gay
per avere quelle navi
e sono amici degli scafisti: fanno schifo.
L’Italia è troppo buona:
sparare si deve.
Io non sono razzista, sia chiaro, ma ognuno a casa sua”.

 

 

Oscena la storia

 

 

se solo anch’io trovassi un orecchio per terra” (Domenico Brancale, da Per diverse ragioni)

1.

Manipolava tra le dita un alfabeto di soli –
l’aveva imparato carezzando
con gli occhi ogni sasso
la cui infanzia
aveva lentezze di treni
e pieghe di quaderni.

Occasionalmente si perdeva per giorni
(è questa l’eresia)
complice il vento che,
figliato dal polmone della montagna,
vortica stelle danzanti.

2.

Che cos’è una casa? Un punto di silenzio perché la lingua lì non sa dire e un punto di scrittura che innestandosi sulla carta tenta, comunque, di dire. Casa è un letto, una sedia, uno sguardo ch’è soglia, una tecnica a posare grumi di respiro sulla superficie verticale della visione.

3.

Vincent
non cessa di chiamare
con la voce della notte
e mistral –
la questione è che veniamo
interpellati
e interrogati
da chi, l’œuvre
innestata nell’osso del sasso,
ci ha preceduti.

L’orto del casellante
alla curva del fiume –
la sedia impagliata sotto la tettoia
è la non soddisfatta attesa.

4.

La storia,
oscena per stragi
e atti violenti di potere,
striscia col passo vile dei cagoulards:
non abbiamo bestemmiato il nome dell’arte
per addivenire a questo,
non abbiamo reciso il lobo
dell’orecchio
perché il treno, alla stazione,
raccogliesse le bare degli assassinati.

Volevamo altro, vogliamo altro.

(a Carlo e Nello Rosselli, in qualche modo).

 

 

Per il decennale della “Dimora del Tempo sospeso”

 

 

Via Lepsius ha fin dall’inizio della propria attività “in rete” sentito e nutrito un forte legame con la Dimora del Tempo sospeso di Francesco Marotta e delle persone che, negli anni, lo hanno affiancato; il 10 agosto 2017 segnerà il decimo anno di attività della Dimora e desidero mettere in evidenza l’interessante iniziativa proposta a questo “link” –  ribadisco che, per me, la Dimora e la persona di Francesco Marotta rimangono punti di riferimento (politico, etico, culturale) ineludibili e fondamentali.

 

 

Ophrys, uno spartito per voce e linguaggio (breve nota intorno a “Ophrys” di M. G. Insinga)

 

Mario Giacomelli: “La grande luna” (1980).

 

Si potrebbe cominciare la lettura di Ophrys (Anterem Edizioni / Cierre Grafica, Verona, 2017), paradossalmente, dall’indice che è già, nella sua disposizione grafica, capolavoro tipografico e tassonomico per rendersi subito conto di avere tra le mani un progetto rigorosamente strutturato e puntigliosamente costruito: se ars è capacità architettonica, dominio sulla forma, volitiva progettazione, ebbene Ophrys è ars ed è ricerca della bellezza proprio attraverso il più difficile costruire, stabilire contrappesi tra le parti, tessere ardui passaggi linguistici e concettuali.
A me Ophrys sembra un perfetto spartito in cui gli strumenti sono il linguaggio-suono-concetto e la voce dà vita a quegli strumenti modulandosi attraverso la costruzione dei versi.
Ma la rigorosa architettura del libro, la forma lavorata fino allo spasimo fanno emergere, vogliono fare emergere il dolore (generato dalla condizione esistenziale stessa e dalla storia) con cui Maria Grazia si confronta senza remore.
La stessa scelta d’intitolare il lavoro con uno dei nomi latini dell’orchidea anticipa l’intento d’imbastire un discorso sulla bellezza e sulla fragilità, sulla forza inattesa della fragilità e su di un modo d’osservare gli accadimenti con l’occhio del botanico, ma rendendo visibili anche le fratture insite nel linguaggio, e i suoi scarti.
Ancora una volta questa scrittura non concede nulla al lettore (non facili effetti, né agevoli interpretazioni, né tanto meno atteggiamenti modaioli), ma, essendo esigentissima già nei confronti di sé stessa, è poi perfettamente in grado di ricompensare in termini sia intellettuali che estetici chi a quest’opera si accosti.
L’autrice concepisce infatti il linguaggio e la scrittura nei medesimi termini della composizione musicale, non quella cosiddetta “classica” e più vastamente familiare al nostro orecchio, ma quella ben più sperimentale e innovativa del XX e XXI secolo e non in nome d’una ricerca fine a sé stessa, ma perché rispondente alla consapevolezza che la storia a noi contemporanea esige un linguaggio capace di rispecchiarla e interpretarla, linguaggio che non può più essere quello della “tradizione”.
Maria Grazia Insinga, immergendo la propria scrittura nei temi della morte, dell’assenza, della privazione, della violenza, del rapporto tra io e mondo, tra io e storia evita in modo convincente e magistrale ogni caduta retorica o sentimentale, ogni trappola tesale dal banale e dal già detto proprio attraverso il suo intransigente lavoro sulla parola, sul ritmo e sulla costruzione del singolo testo, ma non basta: ogni testo si sdoppia, l’intero libro si profila come una descrizione (assai complessa, articolata, ricchissima di rimandi, allusioni, suggestioni, cenni e accenni) dell’ophrys, pianta euro-mediterranea che, nell’immaginazione della poetessa, assume su di sé ed esprime la tragica complessità della storia di questi anni – alle cui spalle c’è, a sua volta, una storia plurimillenaria imbastita anch’essa di migrazioni, morte, slancio, tradimenti, progressi, dolore, bellezza. E questo libro è un esempio ineludibile di come l’io possa liberarsi del proprio fardello narcisistico, egotistico e fortemente condizionante, portando avanti in maniera coerente la ricerca iniziata con Persica e che possedeva il suo perno nella ferrea costruzione testuale e linguistica, antiretorica e modernamente sublime, nel senso che non c’è un solo cedimento al parlato, alla mimesi del sermo communis, proprio perché scrivere in poesia è, per Maria Grazia, stabilire una differenza tra la mente e la realtà e la scrittura, ch’è voce e linguaggio, non descrive, ma sonda quella realtà, non vi si adegua, prona e impotente, ma a sua volta si costituisce spartito affinché chi ne legge e modula le andanze conservi la distanza e la consapevolezza critica di un’ophrys, apparentemente fragile, ma, come tutte le orchidacee, evolutissima pianta capace di adattarsi alle condizioni più difficili e recante in sé una bellezza di vita e di forme cui il pensiero e la poesia possono, a ragione, richiamarsi.

 

TIRRENIDE

I migrazione

C’è un lotto di specie in comune
con l’Africa: le migrazioni forse
l’abbassamento del mare
l’estinzione della fauna calda.

Nella provincia tirrenica
non essere essere relazionale
non tessere tessere sociali
non morirsi imbrancato.

II migrazione

Non smettere di tornare
indietro, all’altra metà
la camicia rossa di parricida
e le teste mozze schiaffeggiate
dal boia senza dignità

continuano a sorgere tra le cosce
dell’affusto, a poggiare le bocche
di fuoco alla morte, continuano
a morire a metà dell’armilla
su coordinate altazimutali, sull’astro.

 

CRETA

I labirinto

piccoli soli in forma di cappello
non ti ripari
sgorga e non ti ripari
non ti ripari
riparare il bene è impossibile

II labirinto

infettare il corpo intero
per la soglia bassa del dolore
e uscire da Creta a memoria
nell’andirivieni la grazia, la discordanza
cambio casa rimanendo a casa

 

ABNEGAZIONE

I lingua

È commossa per l’abnegazione della lingua
ora riprende l’anima ora la vende
a cattivo rendere e non conti contenuto
ma la conta sui corpi tolga le mani dagli indizi

o dalla bocca e la vogliono ma sparisce
semina a deserto il deserto a fonemi di vento
il sonno sogna mostri senza bocche
senza bocche per non uscirne.

II lingua

Si arrendono alla poesia
ai suoi pidocchi
a vivere sproloqui diversi
di un’unica cognizione
di quello che non sanno
di quello che stai facendo
e dici cosa, cosa starai facendo
soffro come un cane
più del mio cane.