Via Lepsius

concatenazioni, connessioni, attraversamenti, visioni

Il corpo del leader

 

 

Tratto caratterizzante del potere quando s’incarna (per dir così) in un capo politico è l’inconsapevolezza totale di quanto labile sia l’esistere individuale: il capo al potere si percepisce onnipotente e immortale, automaticamente rimuove la propria morte, percepisce il proprio corpo come inscalfibile e fa di esso la manifestazione visibile di un potere che, in quanto tale, è arrogante, violento e del tutto privo del senso della realtà, perciò minaccioso e distruttivo.
Il potere invaghito soltanto di sé stesso si manifesta sotto forma di delirio di onnipotenza e d’impulso allo stupro, fascista e, ovviamente, violento; il potere incarnato amplifica e celebra il culto del corpo e dell’immagine del leader, lo porta al culmine della sua epifania, la quale è, sempre, atto continuato di violenza e riprova ne sia il fatto che lo vesta di divise, gli faccia imbracciare armi (fallici artificiali prolungamenti di una mente e di un corpo intesi al dominio sui propri accoliti e all’annientamento degli avversari).

 

 

Letteratura

 

Luigi Ghirri: Capri, 1981.

 

 

La letteratura intesa nella sua accezione più alta: Sebald, per esempio. La scrittura saggistica e la la scrittura narrativa che s’intersecano e che si sovrappongono in un ritmo talvolta alternato talaltra coincidente che è il ritmo stesso del pensiero e dell’esistere (esistere e pensiero sono la medesima cosa).
Accade così che la realtà viene esperita e quindi narrata attraverso le proprie passioni letterarie (Sebald o i suoi alter ego che inseguono le tracce di Kafka o di Kleist o di Walser …) e accade anche che la Konfrontation / Auseinandersetzung con il passato nazionalsocialista della Germania, con la storia europea più in generale, sia convergenza ineludibile e cercata degli itinerari, delle ossessioni, delle fantasie di Sebald e dei suoi alter ego.
Scrivere, sublime piacere, è anche atto etico di fronte agli uccisi e alle violenze della storia. Non si scrive senza consapevolezza storica e politica, la scrittura dei dilettanti si crogiola dentro facili e inutili giri di frase, dentro luoghi comuni, ha letture (poche) d’infima qualità quale orizzonte.
In Sebald la letteratura è sonda conoscitiva, totalizzante andare, habitus mentale; ha una gigantesca biblioteca dietro di sé; è capace di porsi quale universo autosufficiente, ma mai altro dagli universi d’ogni singolo lettore; la letteratura è il trionfo della bellezza di una lingua (in questo caso la tedesca), un atto di fede nella parola degli uomini, uno spostare in avanti la frontiera cui quella letteratura e la sua lingua sono giunte.
Sebald restituisce alla letteratura lo status (che le spetta) di bisogno primario e fisiologico per la mente, di nobile splendore.

 

 

Via Lepsius abbraccia Mimmo Lucano

 

 

Via Lepsius non si stancherà mai di ringraziare il Sindaco Mimmo Lucano per il suo coraggio e la sua lucida determinazione.

 

 

Il bianco (il silenzio)

 

Christiane Löhr: “ohne Titel”, 2007.

 

 

 

Prima e dopo ogni parola scritta c’è il bianco, cioè il silenzio. Occorre avere sacro timore per ogni spazio bianco, perché ogni nuova parola posata sulla pagina (o detta) viola e ferisce il bianco che, accogliente e generoso, indifeso, si lascia segnare dalla scrittura (dalla voce).
Soltanto la superficialità e l’incuria, la cieca violenza e l’arroganza non si accorgono dell’innocenza del bianco (del silenzio), lacerandola con la loro oscenità.
Lo stupro del silenzio (del bianco) va assumendo proporzioni devastanti. Se ne vedono le conseguenze nei rapporti interpersonali, in politica, in letteratura.

 

 

 

 

 

Mari della mente

 

Christiane Löhr: “ohne Titel”, 2007.

 

I mari della mente s’aprono e si chiudono con spasmi di pensiero innamorato gridano sas janas golpeando con lunghissimi capelli onde sepolte nei millenni undae nigrae che volitanti furenti su sé stesse s’abbattono nigredo d’opra che si cerca e si vuole luce senza chiarìa parola senza suono la morte collassa nella nascita e la nascita nella morte il mare nero splende di buio chiama il nome ch’è l’invisibile impronunciabile – ma che è.

Ed ecco mi confondi: hai dolcezza di pesca e ti ritrai: ti lasci intuire e i frutti splendono nei loro contorni di sfera: mi guardi da uno spazio come velato (ti sveli nel nocciolo, nella polpa, nel doppio mallo o callo): t’allontani e sei così vicina (o vicino): sei lo spazio tra: non mostri, non proclami, ma tacendo dici: è la distanza tra qui e lì, tra parte e intero: sei la luce oscura da: voglio somigliarti, ma non so farlo: dov’è il coltello che aprì il frutto, il desiderante pudore del tuo stare oltre: mi confondi, mi commuovi, mi avvicini mentre resti lontana (lontano).