Via Lepsius

concatenazioni, connessioni, attraversamenti

Mese: novembre, 2013

Tappe dell’andare

Sul numero 28 (aprile 2013) di POETI E POESIA venivano pubblicati i testi che qui di seguito propongo; colgo l’occasione per rivolgere un affettuoso saluto ed un ringraziamento ad Elio Pecora.

chillida1

TAPPE DELL’ANDARE: ANVERSA

(CARTE DI MERCATORE)

S’annuncia nelle sere di luce prolungata

il solstizio di giugno, nelle albe di precoce

chiarore e il porto s’apre alla stagione dei viaggi

nel cigolio delle carrucole di carico.

Dorme dopo la ronda di notte la pattuglia

di militi, bocconi dorme sul ponte il mozzo

sogna il rinoceronte folle d’ira legato

sottocoperta nella nave che approdò l’anno

scorso dalla Guinea.

Carte di Mercatore, sublimi quei poemi,

un’idea del mondo, mappa del labirinto,

illusoria descriptio terrae per generare

sogni. E racconti. (Seguono le dita i profili

delle coste, le gobbe dei fiumi, l’ombra densa

dell’inconosciuto).

 

 

 

TAPPE DELL’ANDARE: WUPPERTAL

(PER PINA BAUSCH)

Nella Monorotaia e Sopraelevata accadono miracoli,

così come nei versi e nei racconti accadono.

Alla fermata am Tanztheater ci si dà convegno

con la Luna piena che sfolgorante fa un balzo

e sale in carrozza.

Ma stasera non è sola la Luna danzante

Luna amante andanza e Luna musicante Luna:

vorticante ardente la mente di Pina Bausch

abita con lei nelle particole di luce

non s’allontana dalla città stregata

(torbiere e faggi e acque di Vestfalia o edificàti

luoghi dove fu duro il lavoro: gallerie

di miniera, nastri trasportatori, altiforni

e cave, linee ferrate posate nel grigio

ramato di preistoriche inabissate foreste).

Prestidigitatori di fiabe, rossi alberi

di pietra vivente, flautisti di quattro braccia

saltano in vettura e danzanti ippopotami

lunari.

Am botanischen Garten si scende, si colorano

di smaltate polveri i vetri all’orangerie

e che cos’ha questa Luna balenante Luna

balestra di visioni lei lunescente Luna?

Dove conduce quest’andare di acque e di sogni?

chillida5

TAPPE DELL’ANDARE: BILBAO

(CONTEMPLANDO LE ALBE SPECCHIATE

SUL CORPO DEL MUSEO GUGGENHEIM)

Si muovono tra le membra d’un preistorico


animale che si bagna nei cicli di luce


prima stellare, poi solare – è pietra vivente,


è metallo, legno, fibre terrestri e di tempo.


S’immergono nel corpo leggendario del canto


(il vetro, il faggio, il titanio hanno una vibrazione


ch’erompe dall’essere stati mare e vulcano)


città come emersa per borrominiano slancio.


Si assottigliano, scivolano lungo pareti


che hanno memoria: preromane medievali


a ogni secolo arse in auto da fé e vive, ancora


vive nell’andanza di scaglie di pesci oceanici.


S’inargentano quali steli di fiume corsi


da linfe che stellanti si aprono diventando


gabbiani nell’ardesia-vertigine dei tetti


a respirare il sale vastissimo dell’Oceano.


Si fermano in laico pregare, gioire.

07 Chillida.JPG

TAPPE DELL’ANDARE: ARLES

(DOPO AVER LETTO MISTRAL DI IDA VALLERUGO)

Il treno blu sferraglia di là dei tigli amari:

s’inoltrano i binari nell’ansa ampia del Rodano

fin qui conducendo ultimi ostaggi del sognare

quanti dicono Arles essere il centro vorticante

delle stelle o mistral libero nella mente.

I lenti vecchi treni d’operai indolenziti

solcano pianure di atlanti fantasticanti

come la poesia, mentre il mondo s’affretta

o si vende per trenta danari, il tristo affare.

Grida, Vincent, è notte, stanno imbruttendo il mondo!

Ora scaglia urli ai vetri di noi bravi borghesi

poi bagna la camicia nel mistral vorticante

ed è notte ai cipressi, ai tigli. Alle sedie d’angolo

nelle stanze impregnate di poesia, vita,

attesa.

Attese.

 

 

 

TAPPE DELL’ANDARE: NEW YORK

(ASCOLTANDO IL SAX DI CHARLES LLOYD)

La vertigine, diva degli estuari, dei delta:

e il fluire della riva dentro l’azzurro (il mare):

non sapeva fermare inquiete le dita rapide

percotevano avide dolcesalata grana

di luce ch’è gitana annunciazione fiamminga

e ritmo impressionista di finestre e finestre

sull’Hudson vecchio stregone scala galleggiante

sopra il dorso di pesci atlantici orme guizzanti

sù sù fino ai serbatoi sopra i tetti vastissime

agorai delle abitate torri di mattoni

poi avvitate scale antincendio ed ancora sempre

finestre come pistoni del sax (a salire)

(a scendere) volti dell’esistere protesi

al fiume, al mare, al canto, alla notte che verrà.

 

 

 

MOVENDO DA INFERNO, CANTO V

Viene a prendersi il sorriso di Dio

il mare

a ripetizione scaraventandolo

sulla sabbia

urlando nei giorni di libeccio

ricantando con rima fiorentina

le vorticanti menti innamorate.

Madreperlacea nobile eleganza

di Francesca: si screzia nella sua

voce

(ch’è andanza cadenzata dai balconi

sopra il Portocanale o dai tornanti

d’Appennino or dolci or precipitosi)

la Commedia.

Viene a prendersi l’Estate nel canto

ed ha mani di sale, occhi di vento

per attraversamenti rapinosi

della mente viaggiante

stormente alla scogliera

lei poeta che sfida lo smottare

sfrigolante dei gironi, dei giorni.

 

 

 

PER LA VOCE SCURA DI MARIA FARANTOURI

e per la voce scura della notte sull’Attica

e per gli amici che discutono di politica

a Sýndagma l’appassionata

e per le donne, i bambini di Siria

canta ancora, Maria, per la tua voce

che sa l’esilio

e per noi che non cediamo all’indifferenza

canta per Aleppo bombardata

e per i bambini scalzi di Atene

canta il pianto della Grecia

arrostì cardìa de vriski iatrìa sti lismonià

tu voce scura che traversi il buio sul Mediterraneo

e pietà per i corpi sbalzati fuori dai barconi

pietà per il bimbo suicida e per i bimbi

saltati in aria a Kabul

scure note di trenodia canta ancora,

Maria, in grembo all’Acropoli

o tra le mani goccianti di Delfi.

chillida3

VERSO BORDEAUX

La mente, sotto un cappellaccio di feltro

la mente e avvolto in un tabarro

di lana grezza

in unico slancio dal cortile dello Stift

(alata Tubinga assolata di studenti!)

verso Bordeaux,

varcando il suolo stellato di Francia

e che la poesia sia per sofferenza

e per instancato andare

a piedi traversando l’Inverno

(il contadino dalle sbreccate mani

piegato dall’artrite

è Lucas Cranach che affresca con arte i muri

d’un vigneto in riva alla Garonna)

segni sul muro

segni sul muro per uno svolo

d’ombra

e il δαίμων del viaggio che

gli sta accovacciato sulla spalla

è stigma del mestiere a fare

le parole pensiero.

Tappe dell’andare, stazioni dell’esistere.

 

 

 

BORDEAUX

È alle spalle della città l’Europa

immane voce.

Nelle stalle ricoveravano cavalli che

attraversavano le piane ramate della vinificazione

e l’acqua, cui la città guarda, l’acqua

specchia alberature di navi

e ancora ricorda l’arrivo di quel Tedesco

col δαίμων del viaggio appollaiato sulla spalla.

Negli andirivieni del tempo che la poesia

rende possibili e nell’incessante dialogo

coi luoghi, le persone e gli accadimenti

s’addensa alle finestre di Bordeaux l’azzardo

degli Argonauti, marinai d’acque febbrili,

i notturni trasvoli del vento

che paracadutava viveri ed armi

per i partigiani del capitano Alexandre

e la risalita della parola verso l’origine.

I lampi del vino nel bicchiere sono fuochi

sulla scogliera accesi a guidare navi al largo

ed esplosioni di sole tra le chiome dell’olmeto.

In piedi a meditare nella chiesa protestante di Bordeaux

fatta qui tappa ma in viaggio verso i Pirenei

ricorda Paul Celan il Tedesco che

addensava nella mente pensieri di pace

e nella sua lingua (che sarebbe diventata anche

lingua dei carnefici) nella sua lingua meravigliante

cantava gli equinozi e il ricordo,

gli amici e i poeti.

 

 

 

POUR GIVERNY

Gentile Signor Moser,

eccoVi un’altra lista di sementi

e piante che desidero ricevere

per la messa a dimora stagionale:

wisteria chinensis; cerasus; malus

floribunda. La luce, nella luce

e dall’acqua scaturisce il giardino,

il cangiante giardino dei riverberi,

ché equinozi e solstizi con i cicli

dei ritorni illuminano abbuiano

illuminano il fare delle mani.

Nymphaea alba; nymphaea musiva; glicini

a risplendere nell’aria danzante,

qui desidero glicini e agapanti

e iris per trattenere la bellezza

del guardare, il segreto dello specchio,

il variare incessante dell’immagine

nell’acqua, inafferabile l’istante

nell’affanno di vita – nel tramonto…..

Speditemi, Vi prego, hydrangea

macrophylla, nymphaea aurora ed ancora

oscillino stagioni tra pittura

e fallimento, slancio e delusione.

Sempre Vostro Claude Monet”.

 

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PRENDERSI CURA

(PER LUDWIG WITTGENSTEIN)

Nel cerchio delle mura

nel variare delle ore

canoniche

premura

nel silenzio accogliente

dei libri

e allo sfalcio mormorante dell’erba

mentre i monaci cantano

mattutino

intermessura

dentro le lontananze

dal secolo protervo

tra lenta potatura

sfrondando

le rose nel chiostro

e pensieri ammassàti

babelico bruire

il silenzio perdura

nel chiamante fluire

foglio acquatico spazio

ascesi di distanza

poi d’andanza

dalla soglia dischiusa

della cella

all’iride inconsutile sui campi

inarcata ed il fiume

per gesti reiterati

del vivere

(sacri se governati dal pensiero)

chiama

dal germoglio soffio nel ramo il grande

silenzio

cerchio delle stagioni.

 

 

Ed aggiungo, infine, ancora versi PER LA VOCE SCURA DI MARIA FARANTOURI, perché è voce che mi emoziona

quando canta la libertà dei Greci

canta ancora la libertà, Maria,

canta la pienezza dell’orgoglio

voce figlia di Delfi e di Monastiraki,

delle onde nel porto di Patrasso

e dei gabbiani in piedi sul molo di Citera

canta l’ira contro corrotti e tiranni

déspina che sa l’esilio

déspina coraggiosa e fonì

voce scura dei Greci

vertigine a picco sulla Caldera

canta, fonì tis psichìs, canta l’anima

millenaria

del citarista cicladico

e di Ritsos il poeta

dei partigiani antinazisti

e degli studenti antifascisti

canta, Maria, nella sera di Creta

nelle pietre luminose infisse

dentro le mura di Salonicco

canta per noi il canto famoso

dalle case ormeggiate alla riva di Lesbo.

Note: in ANVERSA i riferimenti sono alla cosiddetta Ronda di notte di Rembrandt e al Rinoceronte di Dürer. In ARLES si fa riferimento ai dipinti Il treno blu e La camera dell’artista di Van Gogh. Le parole in greco moderno, musicate da Eleni Karaindrou e cantate con commovente sapienza da Maria Farantouri, significano “non trova guarigione nell’oblio il cuore ammalato”; Sýndagma è la piazza del Parlamento greco. In VERSO BORDEAUX lo Stift è il famoso seminario protestante di Tubinga in cui studiò Friedrich Hölderlin e nel componimento si rievoca il viaggio, a piedi, che il poeta intraprese nel dicembre 1801 dalla Germania verso la città francese dove avrebbe ricoperto l’incarico di precettore in casa del console amburghese; ho fantasticato che in una sorta di visione egli abbia scorto il pittore Lucas Cranach il quale, ovviamente, era già morto da più di due secoli e non era mai stato nel Bordolese. In BORDEAUX ci sono molti riferimenti alla bellissima lirica Ricordo di Hölderlin (anche Celan ha composto una breve poesia con lo stesso titolo in omaggio al poeta del Württemberg e ne ho immaginato la sosta a Bordeaux durante un viaggio verso Pau). Alexandre era il nome di battaglia di René Char combattente contro l’occupazione nazista e a sua volta ammiratore di Hölderlin. In POUR GIVERNY Moser è il nome del fornitore cui Monet si rivolgeva per avere sementi e piante per la proprietà di Giverny. Nella primavera del 1926 Ludwig Wittgenstein lavorò come aiuto giardiniere in un monastero di frati ospitalieri.

Le immagini che ho scelto sono fotografie di cinque delle straordinarie Gravitaciones di Eduardo Chillida.

Ecuba

 

         I tamburi accompagnano le file

delle prigioniere alle navi, nere.

Inebetita di dolore mormora

una preghiera, filastrocca triste

di sabbia e mare nella sua lingua

pur mentre l’abbandona,

ritrovandola.

         “I colpi s’abbattono sullo stomaco

(inesausto tamburo del nutrire)

che si spaura nella solitudine

fonda, incommensurabile di ostaggio.

Ma, oh dèi!

Me stessa non dimentico, né noi,

la fila lunga, lunga dei viventi

tutti assieme avviàti a amare navi:

pur in esilio, siamo una nazione.

         Il maschio, ch’è violento vincitore,

illuso ci possiede, ma non sa:

siamo memoria e lingua, raccontiamo,

raccontiamo e medichiamo a forza

di dolore la lontanìa strenua

tra “siamo” e “fummo”.

Concatenazioni 1

maria lai 1

Avrei voluto ancora limare e ritoccare questa prima della serie delle Concatenazioni; ma, dietro la spinta emotiva di ciò che sta accadendo in Sardegna, anche stavolta non ho che parole e libri e immagini per dire la solidarietà e l’affezione ad una terra, ad un popolo.

I LIBRI E I TELAI DI MARIA LAI, LE SCULTURE DI COSTANTINO NIVOLA

1. C’è un luogo nella Barbagia di Ollolai che ha il nome di Orani. Risonanze misteriose, fascinanti, arbitrarie, lo so, e ariose: oracolo, orazione, Orano d’Algeria, os/oris :bocca che dice e che canta.

Nell’Ogliastra Ulàssai: ulivo, Ulisse, ultimo.

2. Maria Lai spiega che ha imparato da suo padre la regola delle 5 esse per la coltivazione dell’ulivo: sasso (l’ulivo ha bisogno di terreno sassoso per crescere forte e durare nei secoli), sole (è il sole che lo fa vivere), solco (ma è il lavoro dell’uomo che lo cura), scure (l’ulivo va sfrondato, ripulito, modellato), sale (l’ulivo ha bisogno del mare affinché i suoi frutti siano dolci).

3. Nel suo bellissimo Isolatria (viaggio nell’Arcipelago della Maddalena) Antonella Anedda ricorda Maria Lai e Costantino Nivola: nomi eroici, mitici, li definisce, come lo è il Maestro di Castelsardo, volto perduto nell’addensarsi del passato.

4. Tessere, intessere: quando Odisseo s’avvicina alla casa di Circe ode la maga cantare mentre ella lavora al telaio; all’opre femminili intenta la Maga, nel poema vinta dall’eroe, è memoria della grande Dea mediterranea, distorta e ridotta alla funzione di malefica ingannatrice domata e dominata dal maschio portatore della cultura indoeuropea, ma, se si risale alle origini, facitrice di civiltà e di pace, esperta conoscitrice dell’arte del tessere e si tessono abiti, tappeti, stoffe da usare in casa o nel rito, tessuti di cui adornarsi e si tessono anche i racconti, i canti. Maria Lai recupera la funzione non-subordinata del tessere, la connette con l’elaborazione della cultura e della memoria, la riscatta dalla plurisecolare condanna ad essere attività da gineceo inteso quale luogo di segregazione e di controllo della donna. Tessere, intessere: Maria Lai tende tra le mani con le dita aperte fili ch’ella contempla con religiosa attenzione. Con i fili dell’amicizia lega tra di loro le famiglie, le porte, le pareti di Ulassai, lega il paese alla sua montagna.

maria lai 2

5. Le migrazioni mitiche dei Sardi, la civiltà nuragica, i Fenici e i Romani sull’isola, l’era insieme luminosa e contraddittoria dei Giudicati, Eleonora d’Arborea, Catalogna e Spagna, la trasmissione da cantore a cantore di quest’abissale concatenazione di storie: Sergio Atzeni scrive, come posseduto dal dio del racconto, la vertiginosa bellezza di Passavamo sulla terra leggeri; già l’Apologo del giudice bandito aveva mostrato una Sardegna indagata con occhio non ingenuo, ma pure non dimentico della tradizione; il nuovo libro, donatoci pochissimo prima che lo scrittore scomparisse nel mare tanto amato e cercato, rapisce la mente del lettore, come Cent’anni di solitudine, come Paradiso di Lezama Lima, come Texaco di Patrick Chamoiseau, come Grande Sertão compie il miracolo di far rivivere l’arte dei rapsodi.

6. Immagino Costantino Nivola rivolgersi all’amico Henri Cartier Bresson:

“Ho bussato alla porta d’una città meravigliosa

di pietre antichissime materiata

e piazze quadrate come cisterne

neolitiche

ho scolpito bassorilievi nei muri delle case

e i paesani stavano a guardare

ho visto mammelle e vulve nella pietra

perché sono figlio della terra

ti ho portato con me

perché sei figlio della luce

tu disegni con gli occhi ficcàti

nella Leica

io scolpisco con gli occhi incarnàti

nelle mani

immobili ci guardano

la matriarca e il patriarca

saliva della mia isola

seduti e nobili come

lo saranno stati ai tempi

dei Giudicati.

7. Una foto mostra Costantino Nivola issato sulle impalcature mentre traccia graffiti sulla facciata della Madonna de sa Itria di Orani e gli abitanti del paese lo guardano lavorare; commentano, gli danno consigli, lo interrogano e Nivola riporta come per miracolo nel cuore del Novecento l’artista-manovale che lavora in mezzo alla sua gente. Ho pensato spesso alle maestranze che lavorarono alle grandi cattedrali romaniche o agli edifici pubblici del Rinascimento: lavoratori spesso sfruttati, probabilmente, ma sapienti nella loro arte, coscienti di un ruolo (scalpellini, mosaicisti, carpentieri, vetrai …..), mastri appunto capaci di riconoscersi in un intento comune rappresentato dall’edificio in costruzione (la signora che ci accompagnò durante la visita al Duomo di Colonia ci diceva quanta fierezza sentano ancora oggi gli artigiani chiamati a curare le diverse parti dell’edificio).

 costantino nivola 1

8. Henri Cartier-Bresson diviene amico di Costantino Nivola, ne è ospite in Sardegna; insieme hanno già lavorato negli Stati Uniti, Costantino gli fa conoscere la sorgività di una cultura contemporaneamente antichissima e modernissima, lo accompagna nei lavatoi di pietra, nelle cappelle isolate tra i pascoli e tra le campagne, gli mostra la pietra che suona al passaggio del vento.

Costantino pareva cantare nella sua parlata sarda, avrà cantato anche parlando l’inglese, dicendo sea e trees e stone, pietre affioranti nel mare degli alberi.

9. I suoni della pietra, Pinuccio Sciola, è lui a scolpire le pietre che suonano, vibrare, voci della pietra, vento che sfiora la pietra (il vento traverso l’allineamento dei menhir a Kermorvan in Bretagna, giunge fin qui a Via Lepsius la voce di Celan). Mano che passa su pietra e pietra che sfiora la pietra: preghiera della pietra nell’immaginazione di Vladimír Holan, arcano linguaggio:

Paleostom bezjazy,

madžnûn at kraun at tathău at saün

luharam amu-amu dahr!

Ma yana zinsizi?

Gamchabatmy! Darsk ādōn darsk bameuz.

Voskresajet at maimo šargiz-duz,

chisoh ver gend ver sabur-sabur

theglathfalasar

bezjazy munay! Dana! Gamchabatmy!

pinuccio sciola

10. Elegia per legare

per sciogliere dall’odio

ma legare, legare alla pietra vivente

elegia per ricordare

e legare memoria con l’andare

sogno con l’intessere

elegia d’allegrezza

(non vorrebbe toni mesti Maria del legare)

elegia del respirare

con le mani il fare

con la mente l’andare

nodo a nodo nel filo non interrotto

camini del cuocere

e cammini del léggere

elegia per legare la mente alla montagna.

11. Un velo di pietra, veste dispiegata come vela o riparo (la Madonna del Parto di Monterchi?), due mani, forse, o due seni appena accennati e Costantino Nivola sguardo mediterraneo (le Veneri paleolitiche? i cantori cicladici?)

costantino nivola 2

12. La mente raccoglie il tempo, ne intesse sulla parete le trame. Spesso Maria Lai dipinge parole sulla parete o su listarelle di legno, ella ama le parole della poesia. Ed era atto naturale dipingere o incidere parole sul muro: basta entrare in una moschea, osservare i basamenti degli edifici a Delfi. Nelle nostre città disumanate le parole sui muri si trovano nelle insegne commerciali o nei cartelli pubblicitari; forse nei graffiti è dato sorprendere, talvolta, la bellezza libertaria della parola scritta sul muro. Nell’arte di Maria la parola sta alla pari con la pietra il legno il metallo e il filo. Il grande telaio sospeso sulla fontana che canta di Nivola dentro il lavatoio di Ulassai usa anche il suono come materiale, cosicché l’arte esalta i materiali per costruire, la parola e il suono. Poi si ferma a riflettere.

13. Tra ruralità e metropolitanità, tra archetipico e digitale si dispiega quest’arte che traghetta il passato traverso il presente nel futuro.

14. Nei paesi d’Italia s’intesse

luce con pietra

pittura con poesia

paesi lavàti nel tempo

Maria Lai mente dolcissima

tesse intesse libri e fili di refe

nell’angolo assolato

tra Matrice e pozzo

benefiche streghe

necessarie streghe

dentro la tradìta modernità

Assunta Finiguerra

che danza amore

ed offesa d’amore

nel suo canto

così antico così ficcato

dentro il nostro noi

Sarà per ascoltare

e sarà per ritrovarci comunità

se andremo nell’angolo

di luna e latte

tra Matrice e pozzo

a bere

a conversare

a bere la conversazione

a conversare mentre tessiamo

intessiamo

parole e sguardi

fili di refe e carta

scalpello sulla pietra

affacciata sulla porta di casa

Assunta ci porge un bicchiere

d’acqua di pozzo

seduta su un’antica sedia

impagliata

Maria ci spezza un pane

con le mani

ruvide e dolci

sotto il lastricato della piazza

gli antichi pesci adagiàti

nella sabbia

incomparabilmente

più vetusta di Gerico.

15. Provo a portare nella mia lingua la voce di Paul Celan; essa dice di pietre-menhir allineate nella terra bretone, cosicché dal mare del Nord e dall’Atlantico fino nel Mediterraneo in catene d’eco risuona la sapienza del lavorare la pietra, innalzarla verso il cielo, riaffermare la chiarità della parola d’amore, della parola nell’amore:

LE LUMINOSE

PIETRE attraversano l’aria, le bianco-

chiare, le portatrici

di luce.

Non vogliono

discendere, né precipitare,

né colpire. Esse vanno

sù,

come le piccole

rose selvatiche, s’aprono così,

ti si librano

incontro, tu mia Silenziosa,

tu mia Vera – :

ti vedo, tu le raccogli

con queste mie nuove, con queste mie mani

d’ognuno, tu le poni

nella chiarità ritrovata che nessuno

deve piangere o nominare.

16. Ancora per Maria Lai, a mo’ di congedo:

Questa piccola donna timida

che s’avvia alla montagna

e lo scialle dell’antenata sulle spalle

trattenuto in gola dalle dita di sensitiva

questa minuscola viaggiatrice del silenzio

capinera dalle piume di vento

fatta oraun nome disciolto nelle sue opere

e un soffio levitante per i semi del pianoro

questa pellegrina minuta e tenace

antico volto materiato di tempo

e acuto sguardo

tessitrice di fili che illuminano le dita.

Per un’amicizia

capra

Racconterò spesso della Terra d’Otranto da qui, da Via Lepsius, dove il Mediterraneo respira nella sua ampiezza spaziale e temporale. E dedico questo post al mio amico fraterno Pasquale Fracasso, artista riservatissimo e discreto e a sua moglie Silvia, alla loro splendida bambina Anna.

Pasquale proviene da un antico paese del Capo di Leuca, Alessàno, che deve il suo nome all’imperatore bizantino Alessio Comneno, tra l’altro indirettamente presente in una delle poesie cosiddette “storiche” di Kavafis (Anna Comnena); l’anima di Alessano, così come quella di tanti paesi salentini, è greco-medievale, materiata di vicoli lastricati di pietre piatte, larghe e lucidissime, di case a corte e di balconi: i paesi generavano se stessi in forma di ventre materno, sia per proteggersi da eventuali assalti militari, sia, soprattutto se sorgevano sul mare o nei suoi pressi, dai venti e dalle intemperie, ivi compreso il caldo canicolare che, da giugno in poi, vi imperversa.

Posseggo più di un dono fattomi da Paquale: le pietre, ad esempio. La pietra è stata spesso argomento di conversazione per noi: siamo nati entrambi in famiglie contadine le cui case erano costruite di tenero tufo imbiancato a calce ed abbiamo passato le nostre estati in campagna – la campagna salentina trabocca di pietra bianca, è il risultato di una plurisecolare faticosissima opera di sbancamento manuale del terreno per poter conquistare conche di terra rossa entro cui impiantare olivi o vigne o su cui coltivare il tabacco, in questo affine alla Liguria, tra l’altro; con quelle pietre di riporto furono costruiti i muretti a secco e le pajàre, esse pure edifici di pietre assemblate a secco entro cui ricoverare gli attrezzi o se stessi in caso di maltempo, spesso abitazioni in cui dormire nelle lunghe, torride estati di lavoro. E proprio mentre scrivevo queste pagine con la memoria riandavo alla voce di Fiammetta Giugni che canta la pietra e i muri a secco della sua Valtellina, la civiltà di un paesaggio dove l’uomo, con umiltà, sapeva incontrare la Terra ed assecondarne le leggi.

Pasquale cerca le pietre, le lavora fino a raggiungerne l’anima luminosa, lavora a sottrarre – quando sceglie e comincia non può prevedere il risultato cui sarà giunto. Le pietre che mi ha donato ricordano le ossa levigatissime di animali preistorici e le curvature dello spazio-tempo; a rigirarle tra le mani si vede la luce lampeggiare sulla loro superficie che, lo ricordo, è rimasta celata per millenni. Ci sono pietre nere che provengono dal Capo di Leuca e sono antichissima lava condensata, ché là sotto giace un vulcano spento e ce ne sono di quelle raccolte nei campi della Lombardia e del Salento, quindi memori del lavoro contadino (questo mi fa ricordare che qualche tempo addietro Pasquale aveva montato sul pavimento dello scantinato nella casa dei genitori le lame da rottamare di vecchi aratri: anche in questo caso sembrava di contemplare la colonna vertebrale di un animale preistorico, ma, soprattutto, a me sembrava di avere innanzi l’immagine della colonna vertebrale piegata e sfruttata delle migliaia di contadini della nostra terra, invecchiati precocemente per la fatica del lavoro).

Le pietre del mio amico posseggono un’anima pitagorica, mi piace immaginare, perché sono così armoniose e sostanziate di una geometria morbida ed elegante che ama contemporaneamente il triangolo e la curva. Talvolta mi sembrano astronavi capaci di varcare proprio la curvatura dello spaziotempo, talatra citazioni essenziali della scultura cicladica. Ha ragione Michelangelo Zizzi quando afferma che una delle radici della cultura pugliese è pitagorico-mediterranea, ancora oggi, nell’era cosiddetta digitale. E una delle pietre di Pasquale è un sottilissimo velo che si avvolge, pur rimanendo dischiuso, attorno allo spazio, un’altra conserva onde come di luce-acqua rappresesi per sempre.

 pietra a pietre b

pietre c  pietra2

pietra3

Con una tecnica tutta sua che trasforma piccoli cartoncini in lastre reagenti alla luce, Pasquale ha ideato la serie Segnare l’invisibile. È come se le vernici azzurre, verdi, bianche, porpora, gialle lasciate colare sulla superficie cercassero di rendere visibili tracce del muoversi perpetuo della luce e del pulviscolo atmosferico. È una tecnica che alla mia mente richiama il tracciamento delle particelle sub-atomiche: se ne elaborano tracciati e campi d’azione, ma (Heisenberg docet) mai riusciamo ad individuare in modo certo e definitivo la particella stessa che sembra consistere piuttosto del suo moto e degli effetti del moto stesso (lucreziana intuizione della struttura del nostro universo e salutare: abolendo il principio dell’assolutezza dei fenomeni, intuendone il loro costante divenire si diventa forse più inclini a cercare e ad accettare le connessioni e la pluralità delle posizioni, delle prospettive).

Credo poi che il mare, l’eterno mare delle nostre eterne estati infantili e giovanili, irrompa in queste lastre di leggerissimo cartoncino, suggerendo di sé l’ondeggiare di acqua e di luce contro il fondale. Si potrebbe benissimo essere seduti in una barca e guardare la luce che attraversa l’acqua marina: segnare l’invisibile è il tentativo di vedere ciò che forma non ha né vuole avere, la cui paradossale forma (tutta mentale e visionaria) è proprio il suo non avere alcuna forma cristallizzata.

 segnare    segnare2

segnare1

Anche la luce è tema ricorrente per noi; la nostra, come quella di Carmine Abate, è “terra tra i due mari”, cosicché la luce ha un suo ciclo intensificato e riflesso dal doppio specchio dello Jonio e dell’Adriatico. Segnare l’invisibile è, ovviamente, un’utopia: il tentativo è quello di intuire l’invisibile, di supporlo – è probabile infatti che seguiamo tracce, simulacri spesso anche ingannevoli, fantasmi.

Scrivevo poco fa della pietra tenerissima di cui sono fatti i nostri paesi: è di pietra leccese questo vaso da lui lavorato al tornio cui il mio amico ha poi aggiunto una fascia di ceramica colorata con tecnica affine a quella del segnare l’invisibile. L’accostamento di materiali diversi (ha creato sculture di pietra e metallo da sospendere alla parete, ad esempio) è una sua peculiarità; ricordo di avergli visto in casa, anni fa, un ramo di flessibile nocciolo ch’egli aveva aperto per gran parte della sua lunghezza inserendovi una bottiglia di vetro; il ramo era stato richiuso con alcuni giri di corda. Mi era piaciuto quell’accostamento tra la forma naturale e flessuosa del ramo e la luce-aria contenuta dal vetro, materiale che accoglie in sé la naturalezza dei minerali che lo sostanziano e l’artificiosità del lavoro umano che li modellano; era come se la linfa che dalla terra sale nei rami si fosse fatta una bottiglia disposta ad accogliere e trasmettere messaggi. Non sarà un caso se amo smisuratamente gli alberi sui quali fioriscono pietre di Giuseppe Penone.

 vaso1 (1)

Altro nostro argomento di conversazione è la fotografia: grazie al mio amico ho scoperto Giacomelli e Ghirri, preziosissime fonti d’ispirazione per la mia scrittura. La foto di grande formato della capra sugli scogli di Leuca è uno dei doni che Pasquale mi ha fatto all’inizio della nostra amicizia; meravigliosa resta per me questa capra che curiosa guarda il fotografo, pur avendo innanzi a sé l’illimitatezza del mare di Leuca; sul retro c’è, scritto a mano, il titolo della foto: Tragìa, l’isola delle capre. All’origine del mio Taccuino di Terra d’Otranto c’è anche il mio amico con le sue creazioni e ci sono i nostri conversari attorno ai temi che il Taccuino stesso sviluppa.

Per esempio il legame tra la Terra d’Otranto e la Grecia: paesaggio, tradizioni, prestiti linguistici, il griko stesso. Proprio in una chiesa della Grecìa, luogo dove la nostra grecità e la nostra latinità si armonizzano da secoli senza confliggere, Pasquale ha scattato la foto di questo pannello in pietra intagliata:

 grecìa

La Grecia riverbera ancora, intensa, dal di là del Canale d’Otranto e dal pozzo del tempo fino a noi. Quale dono per il mio amico da qui, da Via Lepsius, ho voluto tradurre René Char e questa riflessione sulla Grecia resistente (il testo venne scritto durante la Seconda Guerra mondiale da un resistente quale omaggio ad un popolo resistente ed appartiene alla raccolta-capolavoro Fureur et mystère) ch’è anche meditazione sulla Grecia eterna e sottolineo che l’arte di Pasquale si nutre di letture suggestive, che sono spesso nostre letture comuni: sempre lui mi ha fatto conoscere i libri di Antonio Prete ed uno me l’ha regalato, quel bellissimo Prosodia della natura nel quale tanto posto c’è per la poesia inarrivabile di Char, e poi c’è Jabès ed ultimamente a lungo parlavamo, entrambi ammirati, di La vita dei dettagli di Antonella Anedda, densissimo libro vasto e ricco, dal quale raccogliere a piene mani.

Ma ecco come ho provato a traghettare l’altissimo testo di Char in italiano:

INNO A BASSA VOCE

 L’Ellade è la riva dispiegata d’un mare geniale da dove si slanciarono incontro all’aurora il soffio della conoscenza ed il magnetismo dell’intelligenza, insufflando eguale fertilità in poteri che parvero perpetui; più in là essa è un mappamondo di singolari montagne: una catena di vulcani sorride alla magia degli eroi, alla tenerezza serpentina delle dee, guida il volo nuziale dell’uomo, libero infine di riconoscersi e di morire uccello; è la risposta a tutto, anche all’usura della nascita, anche alle svolte del labirinto. Ma di questa terra massiccia fatta del diamante della luce e della neve, di questa terra che non imputridisce sotto i piedi del suo popolo vittorioso sulla morte eppure mortale per evidente purezza, una ragione straniera tenta di punire la perfezione, crede di occultarne il mormorio delle spighe.

O Grecia, specchio e corpo tre volte martire, immaginarti è ricostituirti. I tuoi guaritori appartengono al tuo popolo e la tua salute è nel tuo diritto. Il tuo sangue incalcolabile io lo chiamo il solo vivente per il quale la libertà ha smesso di essere malata, che mi rompe la bocca, lui dal silenzio ed io dal grido.

Taccuino di Terra d’Otranto 1

Nel numero di settembre-ottobre del 2001 L’immaginazione di Piero Manni e Anna Grazia D’Oria pubblicava la prima parte del mio Taccuino di Terra d’Otranto; ne ripropongo qui i testi, cui faranno seguito le altre quattro parti (il mare, l’albero, la luce, nel pozzo delle visioni).

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L’olivo segna la soglia, l’entratura, l’incominciamento. Un antichissimo recinto di muri a secco per le capre. La terra rossa. Sterpi adusti dalla Canicola.

Il labirinto non abbisogna di ciclopiche opre murarie. Basta la mente.

La pietra.

 Ieu suntu la pethra (io sono la pietra) e sono anche la luce e il tempo.

Eme ‘o lisàri1 (io sono la pietra) e sono anche l’olivo e il mare.

Eme e placa (io sono la pietra) e sono anche la parola e la scrittura.

Suntu pethra, mare, àrvulu, tempu e cuntu 2”.

 Eccola che viene, è la grande Estate, è pietra accesa di caldo e d’inquietudine, è minaccia, è danza di veleno e di pozzo prosciugato, è la Canicola che sogna i suoi figli, è la Canicola luce nera, genera figli ossessi di sogni, i sogni diventano pietra, diventano nella pietra labirinto: pozzo, oscurità, inquietudine e caldo alito di fuoco, in spirale che s’innalza fino al cielo a generare la stella della Canicola.

E’ la grande Estate che viene, che ritorna, che pazzìa, è spirale di fuoco, inquietudine, oscurità e pozzo che ridiscende avventandosi sulla terra fatta polvere, sull’ossessione del sogno, è la stella della Canicola – essa ritorna in folate di fuoco, in serpenti velenosi d’inquietudine, figliamadre del Chaos, matrice delle visioni, radice delle ossessioni.

Nella penisola salentina, detta anche tragìa, il dio del vino e dell’ebbrezza, in forma di capro, guizzava tra pietrame e olivi, voglioso di udire storie.

E’ atto d’inimmaginabile bravura riuscire ad incantare il dio dell’ebbrezza con storie, fascinandolo con canti, avvolgendolo nella rete cangiante dei sogni.

La pietra e il sogno posseggono, nella Terra d’Otranto, il medesimo svolgimento: strato su strato, in accumulo, da ere troppo lontane per poter essere accolte nella memoria scritta dei Salentini, ma nella loro memoria sognante e visionaria strato su strato il sogno e la pietra si sedimentano.

 Venti fossili, segregati nel tufo dei muri, ricordano un mondo di prima dell’uomo.

L’acqua, dono raro e prezioso, quando cade dal cielo filtra nella permeabile pietra salentina, scompare dalla superficie e percorre gli invisibili sentieri all’ingiù nella roccia, fino a caverneserbatoio dove la siccità non ha dimora.

La pietra, madre amara e difficile, accoglie l’acqua e la mente, le segrega e le libera, le trasforma in olivi nodosi in resistenza e sonori ai passaggi del vento, in vigne tenaci di succhi vitali e vaste di grappoli promessi e attesi.

La pietra, che in epoche remote era stata luce e vento, chiudeva in forma di pareti le escavazioni di Badisco

: quella pietralabirinto divenne, per le creature che vi andarono ad abitare, vita e tormento, casa e sepolcro, viaggio e pensiero –

: sulle pareti segni apotropaici, forse narrativi.

Nella penisola tragìa, dove gli dèi si sentono in esilio rivelandosi ben di rado, antichissimi scalpellatori discendono nelle cave di pietra per riportarne blocchi che, uno sull’altro, costruiranno case da imbiancare a calce, nelle quali generazioni di Salentini staranno a sognare cieli di altri mondi.

Occorre la prensile e tenace qualità dello zoccolo di capra per muoversi nel bianco pietrame salentino, nel paesaggio incerto dei sogni, delle visioni.

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Hanno rinvenuto, nelle terre rosse di Paràbita, pietre in forma di dea feconda, grandi seni e fianchi larghi, effigi di dea intuibile per rari bagliori promananti dalla sua lontananza – Musa-Sirena potremmo anche dirla, ossessione della mente.

A quella dea della pietra, alla sua vulva fonda d’acque perigliose ma fascinanti, naviganti dell’esistere tributavano il proprio saluto.

Usque ad silentium poemata sua traxit

(non logorream in semet glomeratam istam)

: omne iterum (tuttu ‘n’àuthra fiata) legendum

(s’ha leggìre) scribendumque est (e s’ha scrivìre).

Petra exercitia nostra vincit.

 Ovvero:

 Fino al silenzio (la pietra) portò i suoi poemi

(non questo scorrere confuso di parole aggrovigliate in se stesse)

: tutto dev’essere di nuovo letto e di nuovo scritto.

La pietra supera i nostri esercizi (intellettuali).

 Acqua di polvere, rossa, nelle fessurazioni del calcare, bianco.

(Il pensiero vide la pietra, la abitò, la amò. Vide che essa era un passaggio, che dentro la pietra si può entrare e viaggiare. Il pensiero imparò ad abitare la pietra, la scoperse viva e vivificante. Cominciò il canto,  lo chiamarono in una lingua antica e bellissima, perché , il capro, è animale consacrato agli dèi della siccità e dell’assenza, del racconto e della vigna, del desiderio e dell’attesa).

Poi vennero lo scalpello ed il pennello: la pietra fu scavata, abitata, cavata, dipinta, scolpita. Scoprirono che nella pietra c’è la luce, il tempo, la memoria, il mare.

Un paesaggio di terra rossa, sparsi olivi,

pietra bianca affiorante.

Linee euclidee di masseria fortificata.

Il pozzo dei serpenti.

 Linee rette, chiare e distinte: – masserie per il lavoro contadino.

Una città di morbida pietra emersa fuori dell’Era barocca.

ATLANTE DI TERRA D’OTRANTO chiameremmo la collazione di carte fantasigrafiche che descrivono una delle molte, possibili Hydruntinarum Terrarum.

Nei labirinti dell’urbanistica, dei sogni, del tempo, degli armadi, delle biblioteche, dei cassetti in quella città di morbido tufo è disperso l’ATLANTE. – Qualche traccia ne affiorerà anche in questo libro, forse.

Una città di morbida pietra, dunque, emersa, fenomeno tellurico o rigurgito della storia, fuori dell’Era barocca, accampata in mezzo ad un’arida pianura (terra rossa e pietra bianca affiorante. Sparsi olivi e luce).

Tenero tufo d’oro

e cupole dell’Era

barocca scantinati

di cartapestai antichi

come il Sole, il primo

estrafalarie sognatrici maghe

erboriste immaginifiche notti

da escavare come cave di pietra

cieli del Seicento e delle visioni

luce violenta per troppo di sguardi

stanze per libri di letteratura

fantastica teologici specchi

neri segnali e lune

dedaliche biforcazioni incognite

Lecce inquieta di libri inquieti

angeli insonni dalle ali di tufo

orologi a rote o mossi da automi

scalpellatori abili come orefici

cantatrici memoria

del prodigio ippogrifi

pitagorici dell’Era lunare

Santi naviganti in groppa a màchinae

volanti dentro sogni di filosofi

naturalisti e materialisti.

 . . . . . la pietra, dea delle cosmogonie, generava mondi . . . . .

* * * * *

Povertà di una terra, povertà della pietra, povertà della materia.

Bianco di calce nei paesi di Puglia, bianco delle petraie, bianco del cielo ossessionato da troppa luce.

Altezza delle stelle nella notte, altezza dei pozzi dentro la terra, altezza del calore d’estate sulla campagna.

Essenziale la terra, essenziale la pietra, essenziale la vita nei paesi di Puglia.

Si cammina con l’emozione di essere vivi che pulsa in gola, in gola pulsa l’emozione perché si sa che qualcosa, tra poco, accadrà, accadrà la scoperta o accadrà il dolore, il dolore accade perché ciò che si ama si allontana, si perde, dilegua, non dilegua l’attesa, l’attesa è batticuore, è batticuore l’attesa della scoperta, è scoperta l’amore e la luna e i colori, i colori sono e con i colori le forme sono – un uomo occhiavididiguardare guarda le forme e i colori, crea le forme e vorrebbe essere Mago come i Maghi delle fiabe e come i Magi della Caldea, o come Gregorio monaco ed erborista (viveva nella gravina assieme alla figlia bellissima e conosceva ogni recondito segreto delle piante della macchia mediterranea).

 Pensa il blu, per esempio.

Possedere tutto il blu del cielo e tutto il blu del mare, soprattutto saperlo moltiplicare. Scendeva, reggendosi a delle corde, lungo la bianca scogliera di Polignano e ne cavava un blocco di pietra. Stava sulla spiaggia di scogli di Leuca, dentro una delle cabine di mattoni che, agli inizi del XX secolo, hanno costruito per farci arrivare il mare affinché le signore potessero prendere il bagno non viste. Nella cabina saliva il mare, gli raggiungeva i fianchi, scavava nel blocco di pietra di Polignano. Poi prendeva con le dita il mare, lo metteva nel suo scavo che diventava blu, fondo blu del sogno, blu come è blu l’amore.

Andava con la sua pietra dal cuore blu sotto il braccio, se ne andava lungo l’Adriatico e vedeva le lunghe petroliere, i pescherecci panciuti, la luna che sorge dai pozzi di Costantinopoli e sale alta nel cielo delle Puglie, bottiglie galleggianti nel mare piene del blu di Morandi e dell’azzurro di Cosmé Tura: prendeva quegli oggetti e li metteva nel cuore blu della sua pietra bianca.

Se ne andava sul suo monopattino per la Statale delle Murge. Nel cuore blu della bianca pietra metteva il trenino elettrico, ossami di arcaici animali, i suoi occhi, Les fleurs du mal, il desiderio rosso di creare un’infinità di universi, fogli su cui schizzava ricci di mare alici lutrini polpi pescispada ricciole scampi triglie ( …) Sul monopattino se ne andava, la pietra bianca dal cuore blu, il rosso desiderio di creare universi all’infinito.

 Pensa la spirale, per esempio.

E’ il moto circolare che si alza o che si abbassa, è il ritornare ciclico delle stagioni, (ma la nuova estate non è l’estate passata), è l’attorcersi dell’olivo al vento del mare, della colonna sugli altari barocchi, della passione d’amore che s’avvolge s’avvolge in circoli di fuoco e che deve bruciare divampare bruciare.

La spirale è il moto in giù del pozzo verso l’acqua, della trivella che cerca la falda viva, del secchio appeso alla corda gettato nella cisterna ad attingere acqua.

A spirale discende il pensiero avvitandosi nelle densità della materia, nelle oscurità della materia, nelle opacità della materia, nell’antico labirinto.

A spirale discende il pensiero.

 Pensa il bianco, per esempio.

Quando seppe il suo destino di filosofo delle forme e dei colori prese una pentolaccia sbreccata e vi bollì la calce, la bianca calceluce di Puglia. Si svitò la mano e la ripose in un cassetto. Con la calce aveva fatto una mano nuova. Se la avvitò al posto della vecchia. Adesso andava in giro con la mano di calcebianca e con quella raccattava di tutto: vecchi aerei rugginosi abbandonati ai margini dei campi d’aviazione, remi di legno dipinti a fasce gialle e rosse, acquasantiere di marmo scheggiato, pompe da spalla per il solfato di rame che hanno un lungo becco orientabile, enormi viti verticali dei torchi per la spremitura delle olive, alberimotore di vecchi camion, poltrone da barbiere, macchine da caffé a leve, bacinelle di rame o zinco ( . . . . . )

Se ne andò ad abitare sul limite di un deposito all’aperto di treni in demolizione, di aerei che non avrebbero volato mai più, di camion fermi ormai da anni.

Fu lì, in quella lontanissima provincia della vecchia Europa colonialista, che la sua mano-di-calce-viva creò la cosa meno essenziale ed economicamente meno produttiva, manchevole d’ogni profitto e parassita: arte.

Pensa il cerchio, per esempio.

E’ la giostra nelle feste di paese, è il circuito dei binari del trenino elettrico, è la magica regione di terra dentro cui l’alchimista traccia i simboli del cosmo. Giro, girotondo, quant’è bello il mondo, io non mi nascondo, terra, terrantìca, dura è la fatica, luna, lunamìca, fa’ che te lo dica, scendi, scendi in tondo, bacia, bacia il mondo, vieni, vieni batticuore, dolce batticuor’amore, dolce dolore d’amore, antica sapienz’amore!

 . . . . . un vento colmo di aspettazione e di sabbia recava notizie dal mare . . . . .

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1 Si tratta di parole in grico, come viene chiamato il dialetto greco parlato in alcuni paesi della Terra d’Otranto.

2 In salentino: Sono pietra, mare, tempo, albero e racconto.

L’ultima parte vuol essere un omaggio a Pino Pascali (1935 – 1968).