Da questo medioevo

di Antonio Devicienti

Non riesco e non voglio dimenticare quello che è accaduto il 3 ottobre nelle acque di Lampedusa; da queste pagine che sono anche uno sguardo sul Mediterraneo non posso non ripetermi che questo straordinario mare è tomba per migliaia di migranti; ripenso spesso alla giovane donna che i sommozzatori hanno ritrovato nel ventre del barcone ancora legata al suo bambino dal cordone ombelicale: aveva cercato per sé e per lui una speranza, si era decisa ad affrontare un viaggio ed una traversata infami ed umilianti che noi Europei non riusciamo nemmeno ad immaginare, dimentichi delle emigrazioni massicce dei nostri nonni e bisnonni, dimentichi dei milioni di profughi provocati dalle guerre che abbiamo scatenato sul nostro continente e dalle guerre attuali in giro per il pianeta cui, direttamente o indirettamente, partecipiamo. Ce ne stiamo rinchiusi nella nostra fortezza da medioevo tecnologizzato.

Per ricordare quella giovane mamma e il suo bambino, e con loro tutti i migranti morti in mare, ascoltando il canto commosso di Eleni Karaindrou e di Maria Farantouri, mi rivolgo alla voce di un antico, Simonide di Ceo, del quale ho provato a tradurre in maniera molto libera il lamento che Danae, rinchiusa nell’arca assieme al piccolissimo Perseo, sussurra in preda al terrore per le onde che minacciano di inghiottirla assieme al figlio.

Quando dentro l’arca

di magistrale fattura

il vento violento

e le onde irose del mare

la gettarono nel

terrore

non senza lacrime il volto,

ella, carezzando il caro Perseo,

sussurrava: “O figlio,

quale angoscia mi preme!

Ma tu ignaro dormi

il placido sonno

nel crudele legno

sigillato con chiodi di bronzo,

tu disteso nella notte senza luce

e nella tenebra opaca.

Sul tuo capo non odi

l’onda profonda trapassare

né l’urlìo del vento,

tu che giaci, bello il viso,

nella veste di porpora.

Se tu concepissi paura di ciò che

orribile

ci aspetta

porgeresti il piccolo orecchio

alle mie parole.

Ma io dico dormi, figlio,

e dorma il mare,

dorma il male immane:

un mutamento appaia,

o Zeus, mandato da te;

e se temeraria è la mia preghiera

e contro la tua giustizia,

perdonami”.

L’antico poeta canta di un’arca di splendida fattura: pensiamo invece ai barconi stracolmi e malsicuri con cui queste persone (non clandestini: persone, ognuna con la sua storia, i suoi affetti, i suoi pensieri, le sue speranze) giungono in prossimità delle coste europee. Danae ed il suo piccolo si salvarono ed anche loro erano stati scacciati dalla propria terra senza che avessero scelto una tale sorte: da anni moltissimi migranti annegano invece nelle acque delle nostre vacanze.

Aggiungo la voce di Annamaria Ferramosca; figlia di una terra tra due mari, terra d’approdi e d’emigrazioni (il Salento), la poetessa canta con la limpidezza che le è propria il sentimento di fraternità e di comune appartenenza all’inascoltata patria-màtria mediterranea.

Mediterraneo

Marina Serra. Assalto
di un’alba nitida, capace
di spingere i monti d’Albania
fin qui, sotto il balcone
Posso toccarli quasi
fianchi verdi e radici
intrecciate alle mie
Da costa a costa
scintillano di senso le correnti
lu rusciu de lu mare
canta in mediterraneo

Potevo essere nata su quei monti
e mia madre avermi lavata nel canale d’Otranto
nutrita con zuppa d’alghe e filastrocche di Lushnje
potevo trovarmi in quella barca
così traboccante di speranza
che i fianchi non reggevano al rimorso

Mi trovo in quella barca, sono
albanese, pure
messapicagrecaegizialibica
il mio sangue è incontro d’onde
paziente e antico
(continua a mescolare
questo inascoltato mare)”.