Per un’amicizia

di Antonio Devicienti

capra

Racconterò spesso della Terra d’Otranto da qui, da Via Lepsius, dove il Mediterraneo respira nella sua ampiezza spaziale e temporale. E dedico questo post al mio amico fraterno Pasquale Fracasso, artista riservatissimo e discreto e a sua moglie Silvia, alla loro splendida bambina Anna.

Pasquale proviene da un antico paese del Capo di Leuca, Alessàno, che deve il suo nome all’imperatore bizantino Alessio Comneno, tra l’altro indirettamente presente in una delle poesie cosiddette “storiche” di Kavafis (Anna Comnena); l’anima di Alessano, così come quella di tanti paesi salentini, è greco-medievale, materiata di vicoli lastricati di pietre piatte, larghe e lucidissime, di case a corte e di balconi: i paesi generavano se stessi in forma di ventre materno, sia per proteggersi da eventuali assalti militari, sia, soprattutto se sorgevano sul mare o nei suoi pressi, dai venti e dalle intemperie, ivi compreso il caldo canicolare che, da giugno in poi, vi imperversa.

Posseggo più di un dono fattomi da Paquale: le pietre, ad esempio. La pietra è stata spesso argomento di conversazione per noi: siamo nati entrambi in famiglie contadine le cui case erano costruite di tenero tufo imbiancato a calce ed abbiamo passato le nostre estati in campagna – la campagna salentina trabocca di pietra bianca, è il risultato di una plurisecolare faticosissima opera di sbancamento manuale del terreno per poter conquistare conche di terra rossa entro cui impiantare olivi o vigne o su cui coltivare il tabacco, in questo affine alla Liguria, tra l’altro; con quelle pietre di riporto furono costruiti i muretti a secco e le pajàre, esse pure edifici di pietre assemblate a secco entro cui ricoverare gli attrezzi o se stessi in caso di maltempo, spesso abitazioni in cui dormire nelle lunghe, torride estati di lavoro. E proprio mentre scrivevo queste pagine con la memoria riandavo alla voce di Fiammetta Giugni che canta la pietra e i muri a secco della sua Valtellina, la civiltà di un paesaggio dove l’uomo, con umiltà, sapeva incontrare la Terra ed assecondarne le leggi.

Pasquale cerca le pietre, le lavora fino a raggiungerne l’anima luminosa, lavora a sottrarre – quando sceglie e comincia non può prevedere il risultato cui sarà giunto. Le pietre che mi ha donato ricordano le ossa levigatissime di animali preistorici e le curvature dello spazio-tempo; a rigirarle tra le mani si vede la luce lampeggiare sulla loro superficie che, lo ricordo, è rimasta celata per millenni. Ci sono pietre nere che provengono dal Capo di Leuca e sono antichissima lava condensata, ché là sotto giace un vulcano spento e ce ne sono di quelle raccolte nei campi della Lombardia e del Salento, quindi memori del lavoro contadino (questo mi fa ricordare che qualche tempo addietro Pasquale aveva montato sul pavimento dello scantinato nella casa dei genitori le lame da rottamare di vecchi aratri: anche in questo caso sembrava di contemplare la colonna vertebrale di un animale preistorico, ma, soprattutto, a me sembrava di avere innanzi l’immagine della colonna vertebrale piegata e sfruttata delle migliaia di contadini della nostra terra, invecchiati precocemente per la fatica del lavoro).

Le pietre del mio amico posseggono un’anima pitagorica, mi piace immaginare, perché sono così armoniose e sostanziate di una geometria morbida ed elegante che ama contemporaneamente il triangolo e la curva. Talvolta mi sembrano astronavi capaci di varcare proprio la curvatura dello spaziotempo, talatra citazioni essenziali della scultura cicladica. Ha ragione Michelangelo Zizzi quando afferma che una delle radici della cultura pugliese è pitagorico-mediterranea, ancora oggi, nell’era cosiddetta digitale. E una delle pietre di Pasquale è un sottilissimo velo che si avvolge, pur rimanendo dischiuso, attorno allo spazio, un’altra conserva onde come di luce-acqua rappresesi per sempre.

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pietre c  pietra2

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Con una tecnica tutta sua che trasforma piccoli cartoncini in lastre reagenti alla luce, Pasquale ha ideato la serie Segnare l’invisibile. È come se le vernici azzurre, verdi, bianche, porpora, gialle lasciate colare sulla superficie cercassero di rendere visibili tracce del muoversi perpetuo della luce e del pulviscolo atmosferico. È una tecnica che alla mia mente richiama il tracciamento delle particelle sub-atomiche: se ne elaborano tracciati e campi d’azione, ma (Heisenberg docet) mai riusciamo ad individuare in modo certo e definitivo la particella stessa che sembra consistere piuttosto del suo moto e degli effetti del moto stesso (lucreziana intuizione della struttura del nostro universo e salutare: abolendo il principio dell’assolutezza dei fenomeni, intuendone il loro costante divenire si diventa forse più inclini a cercare e ad accettare le connessioni e la pluralità delle posizioni, delle prospettive).

Credo poi che il mare, l’eterno mare delle nostre eterne estati infantili e giovanili, irrompa in queste lastre di leggerissimo cartoncino, suggerendo di sé l’ondeggiare di acqua e di luce contro il fondale. Si potrebbe benissimo essere seduti in una barca e guardare la luce che attraversa l’acqua marina: segnare l’invisibile è il tentativo di vedere ciò che forma non ha né vuole avere, la cui paradossale forma (tutta mentale e visionaria) è proprio il suo non avere alcuna forma cristallizzata.

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Anche la luce è tema ricorrente per noi; la nostra, come quella di Carmine Abate, è “terra tra i due mari”, cosicché la luce ha un suo ciclo intensificato e riflesso dal doppio specchio dello Jonio e dell’Adriatico. Segnare l’invisibile è, ovviamente, un’utopia: il tentativo è quello di intuire l’invisibile, di supporlo – è probabile infatti che seguiamo tracce, simulacri spesso anche ingannevoli, fantasmi.

Scrivevo poco fa della pietra tenerissima di cui sono fatti i nostri paesi: è di pietra leccese questo vaso da lui lavorato al tornio cui il mio amico ha poi aggiunto una fascia di ceramica colorata con tecnica affine a quella del segnare l’invisibile. L’accostamento di materiali diversi (ha creato sculture di pietra e metallo da sospendere alla parete, ad esempio) è una sua peculiarità; ricordo di avergli visto in casa, anni fa, un ramo di flessibile nocciolo ch’egli aveva aperto per gran parte della sua lunghezza inserendovi una bottiglia di vetro; il ramo era stato richiuso con alcuni giri di corda. Mi era piaciuto quell’accostamento tra la forma naturale e flessuosa del ramo e la luce-aria contenuta dal vetro, materiale che accoglie in sé la naturalezza dei minerali che lo sostanziano e l’artificiosità del lavoro umano che li modellano; era come se la linfa che dalla terra sale nei rami si fosse fatta una bottiglia disposta ad accogliere e trasmettere messaggi. Non sarà un caso se amo smisuratamente gli alberi sui quali fioriscono pietre di Giuseppe Penone.

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Altro nostro argomento di conversazione è la fotografia: grazie al mio amico ho scoperto Giacomelli e Ghirri, preziosissime fonti d’ispirazione per la mia scrittura. La foto di grande formato della capra sugli scogli di Leuca è uno dei doni che Pasquale mi ha fatto all’inizio della nostra amicizia; meravigliosa resta per me questa capra che curiosa guarda il fotografo, pur avendo innanzi a sé l’illimitatezza del mare di Leuca; sul retro c’è, scritto a mano, il titolo della foto: Tragìa, l’isola delle capre. All’origine del mio Taccuino di Terra d’Otranto c’è anche il mio amico con le sue creazioni e ci sono i nostri conversari attorno ai temi che il Taccuino stesso sviluppa.

Per esempio il legame tra la Terra d’Otranto e la Grecia: paesaggio, tradizioni, prestiti linguistici, il griko stesso. Proprio in una chiesa della Grecìa, luogo dove la nostra grecità e la nostra latinità si armonizzano da secoli senza confliggere, Pasquale ha scattato la foto di questo pannello in pietra intagliata:

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La Grecia riverbera ancora, intensa, dal di là del Canale d’Otranto e dal pozzo del tempo fino a noi. Quale dono per il mio amico da qui, da Via Lepsius, ho voluto tradurre René Char e questa riflessione sulla Grecia resistente (il testo venne scritto durante la Seconda Guerra mondiale da un resistente quale omaggio ad un popolo resistente ed appartiene alla raccolta-capolavoro Fureur et mystère) ch’è anche meditazione sulla Grecia eterna e sottolineo che l’arte di Pasquale si nutre di letture suggestive, che sono spesso nostre letture comuni: sempre lui mi ha fatto conoscere i libri di Antonio Prete ed uno me l’ha regalato, quel bellissimo Prosodia della natura nel quale tanto posto c’è per la poesia inarrivabile di Char, e poi c’è Jabès ed ultimamente a lungo parlavamo, entrambi ammirati, di La vita dei dettagli di Antonella Anedda, densissimo libro vasto e ricco, dal quale raccogliere a piene mani.

Ma ecco come ho provato a traghettare l’altissimo testo di Char in italiano:

INNO A BASSA VOCE

 L’Ellade è la riva dispiegata d’un mare geniale da dove si slanciarono incontro all’aurora il soffio della conoscenza ed il magnetismo dell’intelligenza, insufflando eguale fertilità in poteri che parvero perpetui; più in là essa è un mappamondo di singolari montagne: una catena di vulcani sorride alla magia degli eroi, alla tenerezza serpentina delle dee, guida il volo nuziale dell’uomo, libero infine di riconoscersi e di morire uccello; è la risposta a tutto, anche all’usura della nascita, anche alle svolte del labirinto. Ma di questa terra massiccia fatta del diamante della luce e della neve, di questa terra che non imputridisce sotto i piedi del suo popolo vittorioso sulla morte eppure mortale per evidente purezza, una ragione straniera tenta di punire la perfezione, crede di occultarne il mormorio delle spighe.

O Grecia, specchio e corpo tre volte martire, immaginarti è ricostituirti. I tuoi guaritori appartengono al tuo popolo e la tua salute è nel tuo diritto. Il tuo sangue incalcolabile io lo chiamo il solo vivente per il quale la libertà ha smesso di essere malata, che mi rompe la bocca, lui dal silenzio ed io dal grido.