Ecuba

di Antonio Devicienti

 

         I tamburi accompagnano le file

delle prigioniere alle navi, nere.

Inebetita di dolore mormora

una preghiera, filastrocca triste

di sabbia e mare nella sua lingua

pur mentre l’abbandona,

ritrovandola.

         “I colpi s’abbattono sullo stomaco

(inesausto tamburo del nutrire)

che si spaura nella solitudine

fonda, incommensurabile di ostaggio.

Ma, oh dèi!

Me stessa non dimentico, né noi,

la fila lunga, lunga dei viventi

tutti assieme avviàti a amare navi:

pur in esilio, siamo una nazione.

         Il maschio, ch’è violento vincitore,

illuso ci possiede, ma non sa:

siamo memoria e lingua, raccontiamo,

raccontiamo e medichiamo a forza

di dolore la lontanìa strenua

tra “siamo” e “fummo”.