Via Lepsius

concatenazioni, connessioni, attraversamenti

Mese: dicembre, 2013

Del ricevere doni

Il titolo di questo post ha funzione di complemento d’argomento: “intorno, circa il ricevere doni”; ieri pomeriggio ne ho ricevuto uno (e doppio, per giunta) da Fiammetta Giugni: si tratta di due sue poesie inedite appena composte e da lei generosamente inviatemi in occasione delle feste di fine anno; le pubblico qui con il consenso dell’autrice che torno a ringraziare, perché entrambi siamo convinti che il dono della scrittura in versi vada il più possibile condiviso. Ricordo che ultimamente Fiammetta ha scritto e pubblicato presso la straordinaria impresa editoriale inventata e caparbiamente curata da Gianmario Lucini CFR tre libri eccezionali per originalità, sapienza e ricerca linguistica e per i contenuti affrontati:

Carmina Flammulae,    Per un’architettura del Sé,     Il libro mastro.

 

come stanno oggi le cose?

stanno così

un po’ diversamente

un po’ indifferentemente

da ieri

come i pensieri alla mente

 

ma

 

cos’è oggi questo ritmo di culla

che invade ogni musica che ascolto

che si oppone alla quiete del Nulla

che segue al Natale che ho assolto?

 

e mi inclina al sonno

o alla marcia?

uno due uno due

 

per quale cammino mi avvia?

a quale sogno rinvia?

 

 

auriga di delfi

Particolare dell’Auriga di Delfi

 

ho masticato

alcune mescolanze lessicali

violando l’ufficialità della sintassi

 

e ho avvertito la vertigine

di una lingua morta

che gorgogliando risorgeva

 

ma questo non ti basta

 

oh, avessi già detto tutto

(il dicibile)

in poesia

e potessi ritrarmi

in un futuro di lalìa liberissima

dove l’organo lingua

(armoniosamente)

suona la tua utopia

 

 

Concatenazioni 2: SKY MIRRORS di Anish Kapoor

sky mirror 1

a Fernanda Ferraresso, per ringraziarla

1. L’incominciamento qui sta nella mente: essa contempla il cielo, vogliosa di moltiplicarne lo splendore. Il riflettere dello specchio, il riflettere della mente.

L’acciaio viene colato e lavorato; diventa un grande specchio circolare.

Sul bordo di un lago o in una strada metropolitana lo specchio possiede l’angelica luminosità di un’annunciazione.

2. Negli affreschi pompeiani la sposa si guarda nello specchio apprestandosi ad andare incontro allo sposo (al dio?).

Una nobile Etrusca si contemplava nello specchio ove un mirabile artista aveva creato in punta di bulino gli Argonauti che apprestano la partenza o Calcante che esamina un fegato.

3. Un calcolo preciso, alata la scienza dei numeri e Kapoor conteggia diametro del cerchio, sua inclinazione, densità e quantità dei metalli a che l’acciaio possa e sappia essere superficie riflettente delle nuvole e dell’atmosfera. Splendida, irrinunciabile necessità che l’artista debba essere, anche oggi, amico delle nuvole, conoscitore delle rotte migratorie degli uccelli.

4. Ark Nova: teatro gonfiabile disegnato assieme ad Arata Isozaki, vitale forma della visione e del suono opposta alla devastazione dello tsunami. Accogliente ventricolo del respiro.

ark nova

5. Di Anish Kapoor: la sua arte, spiegano, tematizza forme e funzioni degli organi del corpo umano. Gli specchi riflettenti sono allora retina e pupilla, nervo ottico e luogo cerebrale della visione.

6. E i grandi maestri olandesi: Vermeer, Fabritius, che usavano specchi e camere oscure ed il Parmigianino, per primo: Autoritratto nello specchio convesso.

7. Ma non dimenticare: il Gange, sacro fiume, è specchio riflettente del cielo e di coloro che vi s’immergono, abluzioni di liberazione di purificazione di pace e di riconciliazione, preghiera alle nevi discioltesi acqua, all’acqua che lava e disseta, alla nuvola che rinnova ed irriga, allo scorrere, al cerchio del ritornare.

8. Lo specchio alle spalle dei coniugi Arnolfini, dilatazione dello spazio così come della percezione, scorgere il nascosto, vedere l’invisibile.

9. Nel giardino del Palazzo Venier-De’ Leoni a Venezia la grande stele di granito e due specchi convessi incastonati a riflettere le altane veneziane. Le pupille di Marco Polo (ce lo insegna Calvino) riflettono lungo tutta un’esistenza la città lagunare riconosciuta nelle finestre di Chang’ An, negli odori di Samarcanda, nelle botteghe di Bassora.

10. Venere che ti lasci contemplare solo di spalle, volto accennato nello specchio dalla cornice di mogano nerissimo, enigma dello sguardo, distanza tra percezione e conoscenza.

11. Gli specchi di Kapoor riflettono la bellezza di cui non ci accorgiamo più, raccolgono nel loro ventre convesso o squadernano nel loro dorso concavo lo scorrere della lucetempo.

12. Poesia di un’intuizione semplice e profonda: fabbricare un grande specchio ed orientarlo verso il cielo. Semplice a pensarci dopo che Kapoor l’ha fatto. Eccellenza di un’intuizione.

13. Perché penso a Baruch Spinoza, perché m’affascina quel suo silenzioso mestiere di levigatore di lenti? Perché il pensiero ha bisogno del lavoro delle mani, irrinunciabile e capace d’insegnare al pensiero stesso l’umiltà, la pazienza, il silenzio e la sua filiazione dalla terra. La lente rafforza la potenza della visione, filtra e potenzia la luce, come lo specchio s’aggiunge agli organi del vedere, anche se mai riusciamo ad annullare (o almeno ridurre) la radicale alterità tra noi e gli oggetti.

sky mirror 2

14. In questi giorni leggo Giovanna Bemporad: A una stella marina:

Lungo l’arco sinuoso delle rive

l’esatta simmetria di una galassia

caduta qui dai ricchi firmamenti

tiene ancora le braccia orientate

verso invisibili ancore del cielo.

Taccuino di Terra d’Otranto 2

Il mare.

Quel mattino le capre scesero per le rocce tra le scogliere di Leuca e s’immobilizzarono stregate dallo spazio marino, dilatato oltremisura.

Dove si congiungono la pietra ed il mare è il luogo sacro e magico detto tragìa, il luogo delle capre, dove il pensiero si trasforma in parola di canto e un dio, forse, assiste.

SCIROCCO, vento delle ossessioni.

Nell’Oltremare, al di là di Capo d’Otranto, al di là di incerti vapori soffiati via dal vento, al di là dei cangiamenti imposti da una storia vile c’è Bisanzio, l’antica Capitale.

Quando l’imbrunire oscura le foglie dei limoni e degli olivi, laggiù, nell’Oltremare, e i fanali delle navi da carico che transitano per il Bosforo si accendono, ininterrotto un canto sgorga dalle pietre delle Blacherne, la Luna viene partorita nelle cisterne dove l’acqua dolce si condensa in luce e, con atto magico, si solidifica in pietra. Allora si muovono le processioni dalla Cappadocia e dalla Bitinia, dalla Plafagonia e dalla Tracia, convergono su Costantinopoli. Ogni notte gli antichi teologi discendono nell’immane cisterna sotto il distrutto Palazzo imperiale a discutere se prevalga la natura divina o la natura umana del Cristo (: la questione non è stata ancora risolta e nulla, neppure nella natura della luce e dell’acqua, dà segni che una soluzione si approssimi).

Le pareti della cisterna s’innalzano altissime a sostenere le volte ed i suoni si dilatano in quello spazio quasi del tutto abbandonato dall’acqua. E’ così che lungo le rampe da cui un tempo ci si sporgeva ad attingere l’acqua per la mensa imperiale le pallide parvenze di maghe tessale, di astronomi alessandrini, di ammiragli illiri, di musici egizi invocano il sorgere della Luna. Hanno occhi spalancati sul sogno e, con la forza dell’incantagione, evocano le membra dell’Astro notturno il quale qui, nella grande cisterna, diviso e seviziato dai morsi della violenza si ricompone in un enorme globo di luce e si transustanzia in pietra.

Al murmure del  di nuovo cantato nella sacra liturgia del Sorgere della Luna costantinopolitana, al risonare di voci giunte dalla Commagene, da Delo, dall’Osroene, da Trebisonda, da Gallipoli sullo Ionio, dall’Oronte, da Argirocastro, da Rodi, da Mileto, da Ravenna, dalla Lidia, il Disco selenico s’innalza verso l’alto della cisterna ed abbandona quel luogo ctonio, sale per le lente rampe circolari della Notte e guarda la Terra d’Otranto, l’antica provincia d’Occidente, provoca, salendo, pozzi di vuoto nell’aria e i campi magnetici che fanno levare un vento di sogni e di visioni, salendo curva lo spazio e il tempo, salendo muta i suoi volti di antichissima della Notte.

Tου κυνος ο αστηρ.

Assenza dell’acqua.

Serpentium puteus.

Lo scavo verso l’acqua.

Il buio silenzio dei Santi quand’è

chiusa la Cattedrale, oscurato il mare.

Nel pozzo dei serpenti

s’è rappreso il seccume del linguaggio.

AAM-Sugimoto-Aegean-Sea

Hiroshi Sugimoto: Mar Egeo

Le Maghe/Macàre1 delle metamorfosi e del telaio lasciavano ad oscillare lanterne sulla scogliera di Castro, di Badisco, di Leuca.

Tigri di pietra vivente sorvegliavano la soglia della casa-labirinto.

– alla ricerca del vertice e della base della propria inquietudine navigatori di passaggio

bevevano la sabbia dalla clessidra, la calce dalla barca delle migrazioni.

I Greci di Terra d’Otranto stavano in ascolto.

Hiroshi Sugimoto Ionian Sea Santa Cesarea 1990

Hiroshi Sugimoto: il mare di Santa Cesarea Terme

Vorrei sapere se tu credi ai fantasmi o agli spettri che, notte dopo notte, ritornano a turbare i sonni dei vivi.

Se non ci credi, ebbene ti esorto a deporre il tuo scetticismo: io sono lo spettro di Enver Rada, morto per acqua nel Canale d’Otranto.

Ero uno qualunque, sono uno qualunque. Ma non aver paura: non ti farò del male, né desidero atti d’esorcismo da te. Lasciami soltanto stare un po’ qui, con la spalla appoggiata a questo lampione nel tuo sonno. Nessuno mi sogna più. Saresti così gentile da non scacciarmi sùbito? Il tuo sonno è più caldo dell’acqua del Canale d’Otranto in cui è disperso il corpo cui appartenevo. Dopo la promiscuità dei barconi sovraccarichi di gente la solitudine nella morte-per-acqua è indicibile.

Oso chiederti un’altra cortesia: sogna, ti prego, una luce di lampione più viva, dammi l’illusione di pochi attimi che il mondo sia ancora prossimo (sapessi com’è mostruosa la tenebra intorno quando il barcone arranca giostrato dalle correnti!)

Dirai forse che sono un ospite arrogante e molesto dentro questo sogno che ti appartiene. Il lampione pallido contro cui mi appoggio a fumare un’inesistente sigaretta è l’unico Occidente cui sono riuscito ad approdare. Io sono un mendicante: fortunato te che non hai mai dovuto mendicare neppure l’accondiscendenza ad essere sognato per pochi minuti.

E’ lo striminzito lampione acceso nel tuo sogno il solo Occidente cui sono riuscito ad approdare navigando su un barcone stracarico da sponda a sponda, na bregu ngë breg.”

Sailing to Byzantium già qui, nelle stradine di Otranto.

Secondo il canone architettonico bizantino

la Chiesa di San Pietro è simbolo:

la nuda rudezza dell’esterno – e splendore però nell’interno;

το σωμα και η ψυχη ;

l’umile involucro e – l’artificio dell’eternità2

η σκια και το φως.

Sguardi verso l’Oriente.

(In tutta la Terra d’Otranto aprono i ricci di mare in punta di coltello – appare la rossa stelliforme che ha il profumo dello scoglio, del coito e della vita).

Nella cappella sul porto3 antichi capitani

esperti d’erotismo e di cacce agli squali

navigano il porfido

del silenzio. Interroga.

Alla Fontana ellenistica

un Santo in abito talare

beve l’acqua impetrando lo lavi

dalla certezza che Dio è

remotissimo, di queste Terre oblioso.

Consummatum est.

Sulla spiaggia della Purità

la  tocca le opere degli uomini

e pesci suonatori di tamburi parlano

lingue orientali. Attendi.

Hiroshi Sugimoto seascape 2

Hiroshi Sugimoto: paesaggio marino 2

La Terra d’Otranto è anche altro da quel che appare ai sensi, ma neppure il suo rovescio è l’approdo.

Si entra, provenendo dall’Oltremare, nel cielo otrantino, ci si affaccia sul segreto delle terrazze, sull’Albero della Vita del monaco Pantaleone che capta e rimanda messaggi, ed ecco, si è in quello che sta oltre:

sonno, frattura temporale, rosa di nessuno, entropia, gioco a nascondere, lamina orfica

o che altro:

uovo di Leda, lente di Cracovia, libro della Smorfia, versante est, notte talismanica, aleph.

1 Il termine, derivato dal greco  (beato), indica nei dialetti salentini le donne esperte di pratiche magiche, sortilegi, filtri, erbe medicinali.

2 W. B. Yeats: “…and gather me / into the artifice of eternity” , da Sailing to Byzantium.

3 La città della quale vengono qui citati alcuni luoghi è Gallipoli sullo Jonio.

I “saggi inventati” di Enrico De Vivo

zibaldoni

gli “omini con la scala” disegnati da Mili Romano per la rivista online http://www.zibaldoni.it

Da Via Lepsius desidero proporre oggi un libro che parla della felice gratuità dello scrivere, della gioia (perduta, ma da riconquistare) del gioco, del leggere come aspettazione di meraviglia ed incantagione, del filosofare come solare avventura per opporsi al cupo appiattimento culturale e psicologico a noi contemporaneo.

Verso la fine degli anni ’90 ero stato trasferito in una scuola media di un quartiere popolare di Torre Annunziata, in provincia di Napoli, per insegnare materie letterarie. Questa scuola aveva una caratteristica singolare, sorgeva sulle rovine di una antica villa romana degli scavi di Oplonti, e dall’alto dei finestroni dell’edificio scolastico, ogni mattina, percorrendo il lungo corridoio che portava alle aule, si poteva ammirare quel che rimaneva di colonne e stanze di un paio di millenni fa. Non era chiaro come fosse stato possibile costruire sopra delle rovine archeologiche, che, affacciandosi, si capiva ahe arrivavano a lambire le fondamenta stesse dell’edificio scolastico. Comunque, ogni mattina, prima di entrare in classe, lo sguardo cadeva immancabilmente su quelle pietre in basso – così si legge a pagina 7 dei Saggi inventati di Enrico De Vivo (QuiEdit, Verona e Bolzano, 2013) e, da quando ho letto questo racconto, continuo ad immaginarmi Enrico De Vivo attraversare con la sua borsa nella quale c’è sempre un nuovo libro da leggere il peristilio della Villa dei Papiri o quello della Casa dei Vettii prima di entrare in classe. Ed è questa una fantasia che mi piace e sulla quale indugio volentieri, perché, a ben pensarci, ogni mattina noi insegnanti sbirciamo veramente dalle finestre del corridoio della scuola il cortile dello Stift di Tubinga dove ha studiato Hölderlin o la cupola di Sant’Ivo alla Sapienza ancora in costruzione. Ecco: credo e spero che il buon contagio del fantasticare derivatomi dalla lettura del libro abbia afferrato anche me, dal momento che il genere saggistico cui si ascriverebbe l’opera fin dal suo titolo dispiega qui tutte le sue peculiarità di arte, artigianato, affabulazione, flânerie intellettuale, fantasia, ironia. Infatti nel primo saggio, intitolato non a caso La scuola sulle rovine, Enrico racconta della sua esperienza di insegnante (ruolo che richiede grande umanità, tolleranza e comprensione) e di come abbia cominciato, nelle cosiddette “ore buche” a scuola, a prendere appunti e a porre per iscritto le sue riflessioni sullo Zibaldone leopardiano.

Lo Zibaldone mi dava l'(…..) impressione come di un’enciclopedia delle meraviglie, dove si passa da una riflessione all’altra, da una scienza all’altra, da uno stato d’animo all’altro, con una vaghezza singolare, ma senza alcuna superficialità o ansia, e soprattutto sempre in sereno e perfetto equilibrio (pag. 10). È questo l’atteggiamento che sottende tutto il libro, materiato di giocosa libertà del pensiero e di serissima attitudine critica, di puro piacere intellettuale e di totale partecipazione umana. E infatti leggendo i Saggi inventati si capisce molto dello spirito di Zibaldoni, la rivista online che Enrico cura con amore artigianale (e, lo si sarà ormai compreso, quest’aggettivo è da considerarsi titolo di merito) assieme ad un gruppo d’intellettuali e scrittori totalmente allergici ai giochi di potere che si consumano all’interno dello spesso provinciale ed asfittico mondo culturale italiano. Zibaldoni possiede infatti la versatilità, il gusto per il serissimo giuoco del pensiero, l’apertura alle proposte più diverse (purché convincenti e meditate) che sono tre assi portanti lungo i quali si muove anche il libro, la cui bellezza risiede anche nella sua anti-accademicità (credo non programmata, ma che scaturisce tuttavia spontanea e al contempo logica), nel suo scegliersi saggi talvolta inventati. Veniamo così a spiegare il titolo, cosa che Enrico fa nella Premessa: il termine saggio può riferirsi e ad una persona e ad un genere specifico di scrittura; inventato è poi, di volta in volta, il saggio in quanto persona scelta da De Vivo (quindi inventato a se stesso) come riferimento o motore per avviare una riflessione, oppure il testo scritto che vale in quanto inventio, recuperando così il piacere del testo che cerca e trova l’equilibrio tra le pulsioni della fantasia ed il rigore critico. In tal senso trovo originale la lunga citazione da Roberto De Simone, maestro della musica e del teatro mai abbastanza apprezzato in Italia. Le riflessioni di un suo personaggio sulla miseria “artistica” di Napoli e su quella “vera” avviano il saggio Letteratura come imbroglio, perché anche la “napoletanità” è ormai mercificata e distorta, artefatta, congegnata in una serie di clichés da vendere ai turisti e a tutti coloro che accettano passivamente una certa immagine della città. La narrativa di Gianni Celati, in particolare la trilogia Costumi degli Italiani, sottentra poi a far da stimolo alla riflessione sul narrare e sul fantasticare, risultando proprio Celati una delle guide sapienti dei saggi non inventati da Enrico, ma che hanno inventato Enrico, com’è detto nella già citata Premessa, dal momento che, coerentemente con un habitus mentale che rifiuta dogmatismi e professoralità più o meno conclamate, ognuno di noi inventa persone e situazioni e nello stesso tempo viene inventato da persone e situazioni. In questo senso De Vivo sviluppa la sua critica nei confronti dell’atteggiamento largamente diffuso nella nostra società di voler conoscere “la verità”, a scapito dell'”arte dell’imbroglio” e della “memoria truffaldina”, là dove tali concetti non hanno alcuna implicazione moralistica, ma definiscono atti ed atteggiamenti tesi a cogliere le molteplici dimensioni della realtà, a rendersi protagonisti di quella stessa realtà, mentre il voler conoscere ad ogni costo la “verità” (sull’11 settembre, sul successo politico di Berlusconi e simili) e la relativa massiccia produzione saggistica o pseudosaggistica vogliono imporre un’unidimensionalità delle prospettive che ha l’obiettivo di controllare le opinioni e le coscienze. È in questo senso che De Vivo scrive che Gomorra di Roberto Saviano ed Il signore degli anellinon incantano per niente il lettore, piuttosto lo stordiscono come una droga sintetica, al fine di risucchiarlo in un dispositivo di controllo della sua mente e della sua vita, previsto ed organizzato da tutt’altri che dallo scrittore medesimo (pag. 26). Si respira così una libertà in questo libro rara, dono anche di un pensiero che si rifà alla grande tradizione partenopea e meridionale, a quella stessa cultura che negli ultimi decenni è andata malauguratamente ridimensionandosi e che perdura tenace nelle letture e nelle riflessioni di persone come Enrico De Vivo. Ma attenzione: non è da intendersi tale appartenenza quale un rinchiudersi in un recinto da contrapporre a quello, diciamo, milanese-lombardo (sarebbe cosa triste, ottusa, passatista e provincialissima), ma quale fedeltà ad una storia, ad una tradizione di ricerca e di studi, ad un’eredità che ha radici e ragioni ben precise. Con enorme gioia di me lettore Enrico cita Bruno, Basile e Vico, ne discute la sapienza affabulatoria ed inventiva, capace cioè di invenire (trovare) immagini, favole, racconti che sanno spiegare noi e il nostro passato, che non hanno nulla della fredda e rigida razionalità filosofica mitteleuropea (e protestante?), ma che partecipano della teatralità e del fantasticare mediterranei.

Così mi abbandono alla meraviglia di attraversare il saggio dedicato ad Averroè (Pensare nelle immagini) e il successivo a Vico (Creare i miti per spiegare i miti) che mi sembrano due chiavi di

mimmo_jodice_napoli

bambini di Napoli fotografati da Mimmo Jodice

volta originalissime dell’intero libro. Parlo di meraviglia, ma aggiungo anche felicità, perché queste pagine sono liberatorie e libertarie, propugnano l’idea (sulla scia di Averroè) di un intelletto non individuale, ma trascendente l’individuo, quindi capace di creare un luogo all’interno del quale ognuno di noi abita ed ha diritto di cittadinanza, dove viene dispiegata l’umanità del singolo che si riconosce appartenente ad una comunità e all’interno della quale sempre il singolo impiega il suo personale fantasticare per attuare quel pensiero che lo trascende e che lo accomuna a tutti i suoi simili. Il fantasticare, che trova poi in Vico e di nuovo nella narrativa di Gianni Celati ulteriore forza conoscitiva e creativa, non ha nulla d’improvvisato o di approssimativo, ma rompe il cerchio concentrazionario che anche la cultura apparentemente democratica del capitalismo ha costruito e pervicacemente consolida. Nel mondo odierno la fantasia è sminuita e ridicolizzata, controllata, relativa per lo più all’infanzia che gli adulti hanno in mente, fatta quindi di creatività ragionata, indirizzata, produttiva, ecc., è un triste ghetto nel quale, come perfetti turisti, anche gli adulti possono rifugiarsi quando occorre, cioè per passatempo o per evasione dalla realtà (pag. 52): Vico e Celati e, nel saggio Se Dio non è morto, Agamben (che riflette sul concetto di profanazione nel mondo contemporaneo) concettualizzano e danno ragione proprio di questo émpito che, traverso il fantasticare, conduce all’emancipazione dell’individuo e alla sua liberazione. Elevandosi infatti a religione, l’unica e vera al di là delle varie petizioni di principio, il capitalismo ha istituito l’Improfanabile quale proprio rito celebrativo (l’Improfanabile è, ad esempio, il fenomeno del turismo di massa, l’esposizione alle telecamere del corpo di Papa Wojtila, il sorriso di certi politici che deve e vuole nascondere il dolore, è il mito inviolabile della produttività, dello sviluppo economico illimitato, tutti momenti nei quali viene attuato un cupo, vorace controllo delle coscienze, escludendo il gioco e lo sberleffo, diffondendo e rafforzando il senso di colpa, sottraendo all’individuo il dominio sul proprio tempo personale). Ecco allora che figure mitologiche (la vecchia Baubò del mito di Demetra) o l’angelo Damiel del Cielo sopra Berlino o intellettuali come Walter Benjamin, Robert Walser, Arno Schmidt, Massimo Rizzante e, ovviamente, Leopardi vengono chiamati in causa da De Vivo per mutuare da loro i mezzi con i quali scardinare l’onnipresente e pervasivo dominio del capitale, rifiutare la letteratura che si allontana dall’idea della morte (pag. 123) e l’invasione massificante dei libri scritti in un angoscioso e anodino bianco e nero (pag. 126). La prosa di Robert Walser, esaltata nel saggio Accalorarsi in silenzio, capace di restituire con naturalezza aspetti minimi o inapparenti della realtà, irraggiante la gioia incandescente dello scrivere pur entro un raccolto silenzio, dentro una concentrazione che vuol cogliere le mille sfaccettature della realtà, questa prosa, dicevo, risulta esemplare di una ricerca sia intellettuale che artistica al di fuori delle mode e dell’appiattimento globale. Se Massimo Rizzante invita ad un salutare isolamento per poter meglio cogliere nella propria scrittura la profondità del reale, Arno Schmidt offre abbondantissima materia per uno studio dell’ipertrofia letteraria, della maniacalità scrittoria, ancora Celati porta a riflettere sulla necessaria e in larga misura perduta gratuità dello scrivere.

Ma è il piacere, forse, uno dei temi fondanti del libro di De Vivo, il piacere liberatorio, non quello soggetto alle leggi del mercato, non quello prefabbricato e confezionato per masse sterminate, ma il piacere anche eversivo dell’immaginare, del fantasticare, il piacere dello sberleffo e quello dell’osceno in quanto profanatorio (se esiste la possibilità di profanare esiste anche il sacro, quindi la potenza dell’Improfanabile di cui si parlava in precedenza elimina il sacro, istituendo una religione totalitaria e totalizzante, appiattente e lugubre, una religione senza il sacro). Questo tipo di piacere può essere presente anche nel lavoro degli insegnanti e dei loro allievi (molte e bellissime le riflessioni dedicate alla scuola), là dove, tra le mura di un’aula, la parola e l’immaginazione liberano l’umanità comune di cui tutti siamo partecipi (straordinario trovo il concetto di comunità esaltato da Enrico nel suo libro, di appartenenza ad una comunità e di partecipazione alla vita della comunità, e affermo questo a ragion veduta in un momento storico e in un Paese che sembra aver perso il concetto e il valore di vita comune e quello di individuo che gratuitamente mette a disposizione di tutti la propria sofìa che può essere di volta in volta l’esperienza di persona, i saperi artigianali, la cultura). In una linea ininterrotta di filiazione greca, italica, araba, medioevale, rinascimentale, barocca, illuminista (e penserei qui, soprattutto, al cosiddetto illuminismo napoletano), leopardiana, risorgimentale, il fare scuola e cultura ha il suo epicentro in questa consapevolezza di contribuire al progresso comune, di attuare una saggezza capace di nutrirsi della vita della strada e del quartiere, della città e della campagna, non dimentica del passato, cosciente del dolore e della morte consustanziali all’esistere stesso, capace di ironia, in grado di scorgere anche il lato ridicolo delle questioni più serie, rigorosa e giocosa nello stesso tempo, non seriosa e non ammantata di accademismo, capace di dare gioia, piacere, appunto.

Inizia con un’esperienza scolastica e finisce con un nuovo riferimento alla scuola il libro e più precisamente con la trascrizione di note in condotta dai registri di classe di alcune scuole campane. L’autore spiega a chiare lettere che l’esperienza sottesa alla trascrizione di tali note è liberatoria, le note stesse testimoniano di una scuola non teorica, non ingabbiata, come la si vorrebbe, da un’astratta sapienza tecnopedagogica (pag. 131), ma fatta di corpi e di menti agenti, insofferenti, sia per quanto riguarda gli allievi che gli insegnanti, alle mille costrizioni e alla soffocante burocrazia che cercano di conculcare il desiderio di libertà espresso, magari in maniera disordinata o impulsiva, dagli alunni più “indisciplinati”.

Ed anch’io, caro Enrico, seguendo la geniale idea di Massimo Rizzante nella lettera premessa al tuo volume, ho immaginato il Gobbo Divino e l’Arso Vivo e il Giambattista Furioso accoglierci nel bel giardino sul fianco del Vesuvio e stavolta c’erano anche Pietro Giannone ed Eleonora Fonseca Pimentel, Mario Pagano e Renato Caccioppoli, Carlo Cafiero, Vittore Fiore e Fabrizia Ramondino; con me avevo portato almeno un paio di libri di Ermanno Rea e di Franco Arminio e qualche cd di Daniele Sepe. Sarebbe bello che altri amici si unissero alla compagnia, portando ognuno con sé dei libri, dei dischi, magari giochi di quand’era bambino e i morti che, gioiosi e vivaci, gli abitano la mente, permettendogli di venire inventato attimo dopo attimo, ricordo dopo ricordo, pagina dopo pagina, respiro dopo respiro.

Migranti

 

Gli annegàti nel mare
della fuga tra
smigrano
nei muri della tua casa.

Non li senti?
Il respiro dell’intonaco
è un rintocco lungo.