Via Lepsius

concatenazioni, connessioni, attraversamenti

Mese: marzo, 2014

Canzone per Atene

 

 

Alexandros_Vasmoulakis_1

Alexandros Vasmoulakis

 

È canzone a spaccacuore

da stendere vernice sui muri

è canzone che strascina per strada

nel carrello del supermercato le sue poche cose

poi srotola materassi sul marciapiede per la notte

ragazzi portano la rivolta nelle mani

dipingono i muri di Atene

canzone per la voce scura di Maria Farantouri

e per la voce dei bambini in strada

a mendicare centesimi di cuore

da turisti che non sanno vedere

canzone a capofitto nella rabbia dei disoccupati

canzone da friggere in padelle enormi

e il quartiere siede alla tavola grande di tutti

e canzone che fischia da Exàrcheia al Pireo

da adesso a ritroso contro colonnelli e fascisti

una canzone a perdicuore

una canzone per vecchi fonografi e nuovi juke box

e per il geniale dolcissimo disordine di

terrazze e balconi e verande

colmi delle cose della gente

una bruna canzone a batticuore

a squarciacuore

a torcicuore.

 

 

 

 

Statale 106: Taranto-Reggio Calabria (marzo 2014)

 Che cosa ci fa il cielo ancora qui e l’albero al margine della statale come fa l’arroganza dei poeti a sdilinquirsi attorno a rovelli d’incomprensibili versi come fa l’ottimismo d’accatto del primo ministro di turno ad esibirsi a microfoni aperti voglio saperlo: come fa il mondo a continuare.

 

Sebald a Stoccarda, Celan a Brema: una piccola geografia dei sentimenti

A Stefano Gulizia, con affetto

Nel volumetto intitolato Moments musicaux (Adelphi, Milano, 2013, traduzione di Ada Vigliani) si può leggere il denso testo di W. G. Sebald Un tentativo di restituzione (pagg. 31-41), originariamente pubblicato sulla Stuttgarter Zeitung il 18 novembre 2001 e poi raccolto nel libro postumo Campo Santo. Si tratta del discorso che lo scrittore tenne il 17 novembre dello stesso anno allo Haus der Literatur di Stoccarda e nel quale, con il girovagare tra luoghi, fatti e testi più o meno lontani tra di loro che gli è peculiare, Sebald stabilisce connessioni nient’affatto arbitrarie, intessendo con la sua inarrivabile finezza trame insospettate e rivelatrici.

In queste poche pagine egli torna ad affrontare il tema che gli sta particolarmente a cuore del passato nazionalsocialista della Germania e del rapporto dei Tedeschi con tale passato e lo fa come sempre in modo molto franco, diretto, senza esitazioni né reticenze. Attenzione: egli è nato nel 1944 ed appartiene quindi a quella generazione che ha sentito parlare più o meno direttamente del Nazismo, o che ne ha appreso sui libri di storia, una generazione soggetta al fenomeno, vasto, della rimozione collettiva, ma che, comunque, non si è potuta sottrarre al tema bruciante della Schuldfrage (la questione della colpa dei Tedeschi). Sebald, dal 1970 professore universitario in Inghilterra, assume una visione di tali questioni chiara e netta: esistono mentalità, modi d’essere, comportamenti nella società, nella politica e nella cultura della Repubblica Federale che continuano in modo più o meno consapevole quelli del dodicennio hitleriano e che vanno identificati ed eliminati senza indugi.

Auspicando nel suo discorso di Stoccarda successo alla Casa delle Letterature nella capitale del Württemberg, Sebald ripercorre la storia del proprio rapporto personale con la città stessa: pochi giorni prima del Natale del 1949 il futuro scrittore e sua sorella scelgono, dal primo catalogo di vendita per corrispondenza del dopoguerra, un gioco intitolato “Quartetto delle città tedesche”, costituito da carte su cui sono raffigurati, in colore marrone scuro uniforme, luoghi e monumenti delle città tedesche; dice Sebald: In effetti nel Quartetto delle città, come emerge dall’elenco che mi restituisce il ricordo e sul quale io all’epoca non avevo naturalmente riflettuto, la Germania non era ancora divisa, e non solo non era divisa, ma nemmeno distrutta, in quanto le riproduzioni di un marrone scuro uniforme, che destarono presto in me l’idea di una patria tenebrosa, mostravano tutte, senza eccezione alcuna, le città tedesche come erano state prima della guerra.

Stoccarda, per il ragazzo che presto diviene avido lettore ed appassionato di geografia, s’identifica con la stazione centrale (…..) quel bastione in pietra viva, progettato (come avrei appreso più tardi) dall’architetto Paul Bonatz prima della Grande Guerra e concluso poco dopo, un edificio che nel suo brutalismo spigoloso anticipava già qualcosa di quanto sarebbe accaduto negli anni a venire. E Sebald, durante i suoi vagabondaggi per Manchester, trova e compera la cartolina spedita da Stoccarda nell’agosto del ’39 (in quel momento mio padre con la sua colonna di veicoli motorizzati era già in Slovacchia ai confini con la Polonia) da una studentessa inglese che racconta, tra l’altro, di una manifestazione della Gioventù hitleriana cui ha assistito. Eccole le tipiche trame sebaldiane: un particolare apparentemente insignificante, un oggetto o un luogo che abitualmente passerebbero inosservati e che invece vengono caricati di senso dalla riflessione e dalla scrittura.

Stuttgart Hauptbahnhof

La Stazione Bonatz a Stoccarda

È soltanto nel maggio del 1976 che lo scrittore scende alla Stazione Bonatz (i lettori di Sebald ne conoscono e riconoscono la passione contagiosa per le stazioni ferroviarie, luoghi di transito e d’incontro, di memoria e, forse, modernissime tappe di un’eterna Wanderung); è venuto ad incontrare il suo compagno di scuola ed ora pittore Jan Peter Tripp, lo stesso artista cui è dedicato l’indimenticabile saggio conclusivo di Soggiorno in una casa di campagna ed autore dei 33 “ritratti” ad ognuno dei quali Sebald ha apposto pochi, icastici versi nell’opera comune Unerzählt. Quella volta Tripp mi regalò una sua incisione, dove si vede Daniel Paul Schreber, presidente di Corte d’Appello e malato mentale con un ragno sulla scatola cranica – che cosa c’è di più spaventoso dei pensieri che continuano a formicolare nel cervello? -; un’incisione che ha dato il via a molto di quanto avrei scritto in seguito, anche riguardo al mio modo di procedere, al rispetto di un’esatta prospettiva storica, al paziente lavoro di cesello e al collegamento, nello stile della natura morta, di cose in apparenza molto distanti fra loro.

Infatti, osserva Sebald, nella Reinburgstraße (dove abita Tripp) nel marzo del ’46 c’era un campo profughi e la polizia vi compì una violenta perquisizione durante la quale fu ucciso un uomo che aveva da poco ritrovato la sua famiglia e quell’episodio doloroso rimanda a tutti i campi profughi contemporanei.

Ma Stoccarda è la stessa città cantata da Hölderlin, il poeta capace di una parola che voleva annunciare un tempo nuovo, l’irrequieto viandante del quale Sebald ricorda infatti i numerosi viaggi a piedi e, in particolare, il periglioso viaggio invernale verso Bordeaux, quella misteriosa scelta di mettersi in cammino verso Occidente nel cuore dell’inverno, sorvegliato con diffidenza dalla polizia francese. Da parte mia osservo qui che proprio dal breve soggiorno bordolese il poeta trarrà ispirazione per scrivere uno dei suoi poemi più alti ed enigmatici, Andenken (Ricordo), ripreso da Paul Celan in una sua breve lirica omonima che fa riferimento proprio a Hölderlin. E torno a Sebald: À quoi bon la littérature? Forse soltanto per questo, affinché ci ricordiamo e impariamo a capire che esistono strani nessi, insondabili per qualsiasi logica di causa ed effetto, dice lo scrittore dell’Allgäu, affermazione preziosissima e pienamente condivisa da questo spazio di Via Lepsius dove appunto nessi e connessioni, intersezioni, concatenazioni innervano il lavoro di ricerca e di lettura sotteso a quanto qui si va pubblicando.

Sempre Sebald stabilisce il nesso Stoccarda-viaggio di Hölderlin-Tulle: quest’ultima è una cittadina francese attraversata dal poeta nel suo itinerario verso la Garonna e dove il 9 giugno 1944 l’intera popolazione maschile della città fu ammassata nell’area della fabbrica d’armi dalla divisone SS Das Reich, giunta lì per procedere a una rappresaglia. Novantanove uomini, senza distinzione d’età, furono impiccati ai lampioni stradali e alle ringhiere dei balconi nel quartiere di Souilhac durante quella giornata nera, che ancor oggi turba profondamente la coscienza degli abitanti di Tulle. Tutti gli altri abitanti furono deportati e molti trovarono la morte nei campi di lavoro forzato e di sterminio. Siamo giunti così nel cuore di uno dei motivi più profondi della scrittura di Sebald, il quale, essendo d’origine tedesca e scrivendo in tedesco, assume su di sé la responsabilità ed attua l’imperativo etico di fare i conti con il passato nazionalsocialista della sua Patria; la stessa cultura tedesca vive la singolare dicotomia tra una corrente di pensiero luminosa, che si vuole e si concepisce sovranazionale ed universale, antirazzista (Hölderlin ne è uno dei numi tutelari) ed un’altra che ha generato il Nazismo; è contro quest’ultima, rappresentata anche da Heidegger che mai ha preso ufficialmente le distanze dal Nazismo, che affila le sue armi intellettuali Sebald. La critica radicale all’atteggiamento politico di Heidegger accomuna Sebald a Celan, del quale ultimo ricordiamo il tormentato rapporto anche personale col filosofo e uno dei suoi testi più complessi ed interessanti, cioè Todtnauberg. Sulla Dimora del tempo sospeso di Francesco Marotta al link seguente http://rebstein.wordpress.com/category/paul-celan/ si può trovare un esaustivo repertorio di articoli di notevolissimo spessore sull’argomento, mentre irrinunciabile penso rimanga il ricchissimo studio di Camilla Miglio Vita a fronte. Saggio su Paul Celan, Quodlibet, Macerata, 2005.

Torno a Sebald che conclude così il proprio intervento: Lo sguardo sinottico, che in queste righe vaga oltre il confine della morte, è adombrato e tuttavia è nel contempo illuminato dal ricordo di coloro cui toccò l’ingiustizia più grande. Vi sono molte forme di scrittura; ma è solo in quella letteraria che si può procedere, al di là della registrazione dei fatti e al di là della scienza, a un tentativo di restituzione. Una Casa, che si ponga al servizio di tale compito, a Stoccarda non è certo fuori luogo, e io auspico che le arrida un felice destino, così come lo auspico per la città che le dà accoglienza.

Déclaration de guerre, 1988

Jan Peter Tripp, Déclaration de guerre, 1988

E leggendo il discorso di Sebald mi è tornato alla mente un altro discorso, quello che Paul Celan pronuncia il 26 gennaio di molti anni prima, nel 1958, a Brema in occasione dell’assegnazione del Premio di Letteratura alla sua opera; ne ho tradotto una parte – il testo originale integrale è leggibile in Paul Celan, Der Meridian und andere Prosa, Suhrkamp Verlag, (allora con sede centrale ancora a) Frankfurt a. M., 1988 (pagg. 37-39).

Anche in questo caso si fa appello al legame con la città nella quale viene pronunciato il discorso (Brema) ed emergono temi ricorrenti in Celan, a partire da quello della lingua, quella tedesca in particolare, la lingua-madre del poeta, ma anche la lingua dei carnefici che avevano ucciso proprio la madre ed il padre di Paul nel campo di sterminio di Michailovka in Ucraina.

DISCORSO IN OCCASIONE DELL’ASSEGNAZIONE DEL PREMIO DI LETTERATURA DELLA LIBERA CITTÀ ANSEATICA DI BREMA

Pensare (Denken) e ringraziare (Danken) sono nella nostra lingua vocaboli di unica ed eguale origine. Chi volesse seguirne il senso s’incamminerebbe traverso il campo semantico di: commemorare (gedenken), essere memore (eingedenk sein), ricordo (Andenken), raccoglimento, devozione (Andacht). Mi sia permesso un ringraziamento a partire da qui.

La terra dalla quale io – e per quali vie traverse! ma esistono: le vie traverse? -, la terra dalla quale giungo fino a Voi dovrebbe essere alla maggior parte sconosciuta. Si tratta della regione nella quale era ambientato un non trascurabile numero di storie chassidiche che Martin Buber ha riraccontato per tutti noi in tedesco. Era, se mi è concesso riportare ad unità questo schizzo topografico che ora, da molto lontano, mi balza agli occhi, era una regione nella quale convivevano uomini e libri.

La terra cui Celan fa riferimento è la Bucovina (Buchenland in tedesco, alla lettera “terra dei faggi”, là dove in tedesco la parola libro – Buch – deriva proprio dal nome dell’albero, spiegando così il senso delle parole di Celan, mentre anche nelle lingue slave buk significa “faggio”). A questo punto del discorso Celan cita il nome di Rudolf Alexander Schröder (Brema, 1878 – Bad Wiessee, 1962), intellettuale, architetto, poeta, amico di importanti scrittori tedeschi, instancabile animatore culturale e fondatore, tra l’altro, della casa editrice Insel di Brema e della Bremer Presse, dal ’53 al ’58 presidente dello stesso Premio assegnato proprio in quell’anno a Celan. In tempi recenti la figura di Schröder è stata rimessa in discussione per il suo atteggiamento non sempre chiaro nei confronti del Nazismo (egli fu uno di quei tanti scrittori che appartennero alla cosiddetta “emigrazione interna”, in disaccordo sostanziale col Nazismo, ma che non lasciarono la Germania tra il ’33 e il ’45, continuando in vario modo e a vario titolo la propria attività intellettuale), ma Celan esprime grande stima nei confronti dell’intellettuale di Brema e della sua opera sia letteraria che pubblicistica, sottolineando soprattutto il valore ideale che la vivace vita culturale di Brema aveva esercitato sul giovane poeta che viveva in una lontanissima provincia contesa, tra l’altro, da più nazioni.

Tuttavia Brema, fattasi a me vicina grazie ai libri e ai nomi di coloro che scrivevano libri e libri pubblicavano, conservò il suono dell’irraggiungibile.

Il raggiungibile, pur abbastanza lontano, ciò che bisognava raggiungere, aveva il nome di Vienna.

In questo passaggio del suo discorso Celan accenna rapidamente alle molte “perdite” che la storia feroce (il secolo cane-lupo come ben dice Mandel’štam) ha provocato, impostando il proprio pensiero secondo una costante a lui caratteristica: valore, funzione, presenza della lingua (die Sprache).

Raggiungibile, vicina e non perduta (unverloren) rimase nel bel mezzo delle perdite soltanto questo: la lingua.

Essa, la lingua, rimase non perduta, sì, malgrado tutto. Ma essa dovette attraversare la propria stessa incapacità a fornire risposte, attraversare il pauroso ammutolire, attraversare le mille tenebre di un discorso mortale. Essa attraversò e non produsse alcuna parola per quel che accadde; ma attraversò questo accadere. Attraversò e potè di nuovo tornare alla luce, “arricchita” di tutto ciò.

In codesta lingua ho cercato in quegli anni, e negli anni seguenti, di scrivere poesie: per poter parlare, per potermi orientare, per poter indagare dove mi trovavo e dove mi portava il destino, per poter delineare a me stesso una realtà.

Si trattava, lo capite bene, di accadimento, movimento, essere in cammino, era il tentativo di conquistare una direzione. E se m’interrogo circa il suo senso, allora penso di dovermi dire che dentro questa domanda risuona anche l’interrogativo circa il senso della direzione del tempo.

Dal momento che il testo poetico non è deprivato del tempo. Certo, esso ha una pretesa d’infinito, cerca di passare attraverso il tempo – attraverso di esso, non oltre di esso.

Il testo poetico, essendo una forma fenomenica della lingua e quindi, in base alla sua natura, dialogica, può essere un messaggio in bottiglia affidato alla fiducia – certo non sempre colma di speranza – di approdare in un qualche luogo e in un qualche tempo alla terraferma, alla terra del cuore, forse. I testi poetici sono anche in questo senso in cammino: mirano a qualcosa.

A che cosa? A qualcosa di aperto, abitabile, forse ad un tu cui si può parlare, ad una realtà cui ci si può indirizzare.

Il testo poetico, io penso, si pone in relazione con tali realtà. (………)

Sono gli sforzi di chi, sorvolato dalle stelle che sono opera dell’uomo, all’addiaccio anche in un senso finora non sospettato e ritrovandosi nel modo più tremendo allo scoperto, va incontro alla lingua con il proprio esserci, ferito dalla realtà e cercando la realtà.

“Sorvolato dalle stelle” (Sternüberflogen) è espressione che Celan impiega in Argumentum e silentio, uno dei suoi testi più conosciuti, dedicato a René Char e iniziato nel 1954, pubblicato poi nel ’55 all’interno della raccolta Von Schwelle zu Schwelle (Di soglia in soglia) che contiene anche Andenken, la poesia cui ho già fatto riferimento ed ispirata a Friedrich Hölderlin, il cui poema dal medesimo titolo canta anche un viaggio che è cercare la direzione, dormire in coperta ai piedi dell’albero maestro della nave. Nessi, diceva Sebald: Hölderlin, lo sterminio, la lingua tedesca, ma anche Char, se si pensa che proprio il poeta francese organizzerà, sul finire degli anni Sessanta, i “seminari del Thor” con Heidegger ospite negli stessi luoghi che avevano visto Char-Capitaine Alexandre combattere contro gli invasori nazisti. Si tratta evidentemente di un altro modo di fare i conti con il passato, quasi un voler intraprendere un dialogo tra chi, nella famosa Hütte nella Foresta Nera tenne lezioni di filosofia per i gerarchi nazisti facendo riferimento proprio a Hölderlin e ad Andenken in particolare e chi combatté sul fronte opposto nel maquis. Rivelatore risulta infatti sia l’interesse di Heidegger per il poeta di Nürtingen che quello di Char, che pone il poeta tedesco tra i suoi alliés substantiels e lo cita in più di un luogo della sua opera.

Anselm Kiefer, Sulamith, 1983

Anselm Kiefer, Sulamith, 1983

Michele Ranchetti nella sua breve, ma intensa introduzione alla scelta di poesie celaniane dal lascito inedito del poeta ed intitolata Conseguito silenzio (Einaudi, Torino, 1998) scrive in conclusione che in alcune di queste poesie è avvertibile “una straordinaria compresenza di libertà, lingua e natura, parole singole e composte, di amore e ricordo, gesto e speranza”: esattamente quello che emerge dal discorso di Brema, da quel concetto totalmente contemporaneo della lingua in cammino ed in cerca di una direzione. È questo il modo che ha Celan di non estetizzare la Shoah; egli prende tra le sue mani una lingua ferita a morte, incapace di dire lo sterminio, ma che può attraversare il tempo di dopo la Shoah proprio perché non dimentica quello sterminio, perché è entrata in contatto diretto con l’obbrobrio; molto appropriatamente Anselm Kiefer dedica all’opera celaniana opere in cui si vedono corpi che giacciono sotto la vastità di un cielo segnato da innumerevoli solchi o ferite e su di una terra come bombardata, lacerata da quelli che sembrano colpi di coltello o di vanga: giacere sotto le stelle che sono creazione dell’uomo (quanto significativa una tale affermazione!), senza un tetto sulla testa è la condizione dell’uomo sopravvissuto allo sterminio, il quale è di nuovo in cammino, ferito dalla realtà ed in cerca della realtà (anche Hölderlin si pone in cammino ferito e dolorante, anche lui è un viandante in cerca di una direzione, anche lui, la Germania invasa dalle truppe francesi, il suo amore per Susette Gontard irrealizzabile, ha soltanto la parola poetica quale compagna e forse speranza).

Stoccarda e Brema sono dunque due città, già per così dire contaminate dal Nazismo, che nelle parole e nell’affetto di due autori di lingua tedesca trovano un riscatto ed una nuova identità, in un tentativo di restituzione, appunto, in un impietoso riflettere su nomi e circostanze, all’interno di una geografia dello spirito e della scrittura.

Concatenazioni 4: ALTIFORNI di Bernd e Hilla Becher

A Mariangela Ruggiu, alla sua Sardegna, incontro di tradizione e modernità

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1. Fotografano stabilimenti minerari, gasometri, serbatoi dell’acqua, ponti per il manovramento dei treni, altiforni.

Fabbriche dismesse, birrifici svuotati, cartiere abbandonate da anni somigliano la solennità fascinante che si coglie allo Spasimo di Palermo o a San Galgano, a Sant’Antine, a Tarxien: edifici che accolsero esistenze umane e preghiere, sofferenza e fatica, edifici deprivati ora degli arredi, del lavoro, del rito.

Che appartengano alla modernità non importa: Bernd e Hilla Becher fotografano luoghi archeologici, li consegnano alla nostra meditazione.

2. Heine, immenso e moderno, addita la miseria del lavoro nei filatoi, negli opifici all’alba dell’industrializzazione.

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3. In sequenze bellissime Wim Wenders fa danzare gli artisti del Tanztheater di Pina Bausch tra gli edifici di vecchie miniere e sull’orlo di crateri nati dalle grandi escavazioni. Luoghi della Germania industriale, luoghi bombardati e desertificati, poi riedificati. I danzatori salgono sui vagoni della ferrovia sospesa di Wuppertal, le loro fantasie prendono vita tra le persone che vanno a scuola, al lavoro, che tornano a casa.

4. Heine, poliglotta ed ebreo, indica alla Germania e all’Europa una modernità tollerante e multiculturale. Espulso dal corpo reazionario della patria amata e odiata, da Parigi scrive versi e articoli veementi. Modernissima la sua voce, la riascolto percorrendo la trama di linee ferrate che collega luogo a luogo della Germania: doppia valenza di quei binari che avviarono al campo di sterminio e che connettono i luoghi, portano le persone ad incontrarsi.

5. Norman Foster ha progettato la nuova copertura per la Stazione Centrale di Dresda; ha usato il teflon che permette l’autopulitura delle superfici e l’attraversamento della luce la quale si diffonde negli ambienti sui e intorno ai binari con accogliente effetto di luminosità e calore; la sera e di notte la luce artificiale viene a sua volta riflessa e moltiplicata nell’interno della Stazione. Le strutture, ariose e di semplice eleganza, qualificano questo luogo quale punto d’incontro e di transito non-anonimo: questo non è un non-luogo. E c’è un senso che ciò accada qui a Dresda, nella città meravigliosa per bellezze architettoniche e paesistiche distrutta completamente dai bombardamenti alleati. La nostra modernità sa anche essere umana ed armoniosa (la copertura d’argento se vista dall’alto sembra un pendente incastonato nella pianta della città riedificata e ridà significato ad una stazione che già prima della guerra annodava gli itinerari tra Berlino e Vienna – fino a Venezia, tra Lipsia e Praga).

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6. La Germania riunificata ha voluto molte stazioni ferroviarie ripensate e rinnovate: W. G. Sebald amava spostarsi in treno, più di una stazione viene citata nei suoi libri: Stoccarda e la Stazione Bonatz, ad esempio. Densa significazione dei luoghi, nodi di memoria e storia.

A Colonia la stazione in riva al Reno sorge a ridosso del Duomo: giungervi in treno, uscire dalla stazione e lasciare lo sguardo scorrere verso l’alto, guidato dalle torri vertiginose dell’edificio sacro, guidato verso il cielo: sembra di sentirle ancora le fortezze volanti sorvolare la città, lo stridere dell’allarme aereo, i colpi della contraerea, l’urlo della devastazione. Ma quando architetti e carpentieri, scalpellini e vetrai, affrescatori e falegnami edificarono l’Opera bellissima per afflato e concordia avevano nella mente un altro cielo, altri suoni nelle orecchie dalla città operosa.

A Berlino lo Hauptbahnhof è un incrociarsi di binari a più livelli, un atto di fiducia nel futuro, un segno tracciato dentro la città non più divisa, antifascista e cosmopolita.

7. E Yannis Kounellis nella Biblioteca distrutta di Sarajevo riempie le arcate sventrate con libri, con centinaia di libri: la sua mano paziente ha posato, incastrato, spostato per una sistemazione migliore i numerosissimi volumi. Ancora risuonano nell’aria le grida delle persone ferite quando bombardavano il mercato. Obbrobrioso pensare i libri separati dalle persone che soffrono e che vengono offese: la distruzione della Biblioteca di Sarajevo volle essere un atto preciso d’odio e di disprezzo. Riempire le ferite mostruose dell’edificio con i libri è rispondere all’offesa, è portare il libro nel centro della sofferenza delle persone. Altre arcate e nicchie le riempie Kounellis di sassi, calcinacci a ricordare e a dire la distruzione.

Kounellis a Sarajevo

8. Le periferie industriali di Gabriele Basilico: qui il fotografo realizza il miracolo del silenzio contemplante edifici che conservano la solennità e la bellezza dell’operosità, luceombra bianch’e nero di officine.

9. Leggo che l’architetto Wang Shu costruisce i suoi edifici assieme alle maestranze che vi lavorano. Che ha edificato il museo di Ning Bo impastando i mattoni con i materiali di recupero, anche frammenti di tegole di quattrocento anni prima trovati in quel luogo già abitato da cinquemila anni. Che vive con la moglie in un paesino di montagna e disegna su normali fogli di carta. Che recupera modi e forme tradizionali (la casa a corte, la casa-fattoria che fa da legame tra campagna e città). Leggo che lamenta la perdita di conoscenze, sensibilità e cultura nella modernità tesa ad un nuovo senza memoria né sentimento umano.

wang-shu-ningbo-museum

10. Ricopio dall’indirizzo http://www.chinese-architects.com/en/amateur quanto Wang Shu scrive per presentare il proprio gruppo di lavoro chiamato amateur architecture studio:

I design a house instead of a building. The house is the amateur architecture approach to the infinitely spontaneous order.
Built spontaneously, illegally and temporarily, amateur architecture is equal to professional architecture. But amateur architecture is just not significant.
One problem of professional architecture is, that it thinks too much of a building. A house, which is close to our simple and trivial life, is more fundamental than architecture. Before becoming an architect, I was only a literati. Architecture is part time work to me. For one place, humanity is more important than architecture while simple handicraft is more important than technology.
The attitude of amateur architecture, – though first of all being an attitude towards a critical experimental building process -, can have more entire and fundamental meaning than professional architecture. For me, any building activity without comprehensive thoughtfulness will be insignificant.

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11. Intarsio parole e fotografie. Heine, ferita aperta nel corpo della cultura tedesca, percorreva la sua Patria, ne denunciava arretratezze ed oscurantismi; aveva nella mente un’idea alta e luminosa di Germania.becher 4 Hilla e Bernd Becher fotografano la Germania che fa i conti con il suo passato, cercano l’etica del lavoro, misurano tramite l’obiettivo fotografico gli spazi della modernità.

Sonetti dei destini 5

ad Anna Bergna, con amicizia e gratitudine

Alla luce marina si screziano Muse come velate. Dolcissime ed appena profumate di gelsomino (o è la mente che ne percepisce vaghissimo sentore?): per Ophélia Queiroz.

Eravate Lisbona nel barlume

         della sua luce ed il vento aranciato

        dos Jerónimos, dolcissimo agrume;

        eravate quell’amore aspettato.

Nell’incavo dei polsi ma levissimo

        s’intuiva il gelsomino palpitare

       (non osava egli) sentore tenuissimo

       (non osava pensarli da sfiorare).

Maresia s’esaltava al Miradouro

        de Santa Luzia: più bella Lisbona

       dell’eternità, lettera e corona.

Marezzato il Vostro sguardo dal Tejo,

        nei suoi eteronimi (gabbiana, luce,

       respiro) la città qui lo conduce.

silva-ville

Maria Helena Vieira da Silva: Ville au bord de l’eau