Nella scrittura (Anna Akhmàtova mentre traduce Giacomo Leopardi)

di Antonio Devicienti

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Un acquerello di Pierre Tal Coat

Rivà la mente al grande fiume ancora,

intatta ancora e volge l’italiano

in russo sulla traccia di grafite

di stellata matita (è l’Orsa, quella

e del rimemorare così come

dell’essere feriti: stare in piedi

davanti a una prigione per vedere

il figlio – se vorranno concederlo).

Ma perché, stanco il corpo e amari gli anni,

seguire ancora il sentiero speziato

delle parole; a che scavare l’ombra

nello specchio cangiante delle lingue?

Ossip non c’è più, ma poetò fino

allo spegnersi delle mani uccise,

perché è anche nelle mani poesia

come il falegname sa, il giardiniere.

Spaurante spazio tra le mani sporche

di parole, di inchiostro, di terrosa

argilla. Tessendo. Intessendo. Immilla

nell’amorosa eco l’ansia e la vita

che finisce, bevuto il vino rosso

nella città assediata. Nuovo assedio

vien posto e si discende nella voce

che ridice il vulcano, il colle, lune

migranti nello sguardo addolorato

del Poeta che cerca il mar da lungi.

Verrà un suono alla favola di questo

marzo incipiente, il suono russo per

una voce italiana e красное вино –

l’ultimo.