Anna Bergna per Simone Weil ed il Primo Maggio

di Antonio Devicienti

Anna Bergna è persona e poeta molto schiva, capace di tornare mille volte, sempre più insoddisfatta, sui propri testi (suo è PALAFITTE, LietoColle, 2012); è allora un onore e un’occasione rarissima questa, in quanto ella ha voluto offrire a Via Lepsius tre testi inediti dedicati a Simone Weil, alla riflessione della filosofa sul lavoro e al Primo Maggio. Non saprò mai esprimere ad Anna in maniera soddisfacente la mia gratitudine.

 

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I fili e i pali del telegrafo fotografati da Tina Modotti

 

È l’alba di un giorno maestoso su questa ghiaia di montagna. Una ragazza sale oltre la pietra e accetta nel suo corpo la fatica. Caparbia operaia senza sogni, nel rarefatto respiro del nevaio. Radici impersonali dentro il cielo ed occhi aperti sulla città qual è. Cristallo di cristalli, orma di orme, unghia di luna persa nel granito lungo l’obliquo andare della carne saldato al filo della precarietà, tra voci viola e fuochi di cerniera, tra l’incorporea ascesa verticale e la necessità nel suo destino. (Per Simone Weil -1-)

Al suono di sirene estinguere abbagli di privilegi personali Sospingere l’infelicità e il corpo nella regione eterea dei miraggi, dimenticarli nella notte compiuta. Decalcificare la struttura eretta, aprirsi all’aria come se fosse pura, castello di sabbia infragilire al sole. Stendersi nel silenzio coi pensieri alla sorgente anonima del bene. Fotone nel chiarore che inonda la bellezza di un silente svanire. Coerenza desiderosa d’armonia, nel caos di una città contaminata.

Tendere al suono della decreazione. (Per Simone Weil -2-)

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Le mani di un contadino viste da Tina Modotti

 

 

SENSI

Mattina umida di torvo fogliame e volatili essenze,

poggiata sopra i marmi

e rabbrividita sui corpuscoli di Krause.

Cataloghi di nero sul lago e dentro i boschi,

velature spillate al suolo da limacce bianche,

gocciolii cadenzati

del presente sul fondo del cielo:

 

la dura superficie delle cose”.

 

Tenere un bastone da cieco tra le mani,

sentire le strade palpitare, corrugarsi:

 

graffiare l’alterità dell’universo.

 

Sigillate le fessure, le soglie,

cadremmo nel letargo di un pensiero senza corpo:

sospesi nel vuoto sterile di un doppio vetro.

 

Sassi in discesa, senza interrogazioni.

 

NOTA: La dura superficie delle cose è un’ espressione utilizzata di Simone Weil, così come la ripresa del concetto del bastone da cieco di Cartesio.