Per Francesco Marotta e per la “Dimora del tempo sospeso”

di Antonio Devicienti

Caro Francesco,

esprimo la gratitudine e la stima nei tuoi confronti dedicandoti, nel nome di Kavafis, uno dei Sonetti dei destini. Che alcuni articoli da Via Lepsius abbiano trovato ospitalità nella Dimora mi inorgoglisce e mi sprona a continuare i miei attraversamenti. Cito un poeta carissimo ad entrambi, René Char, che nel foglio d’Ipnos 237 (l’ultimo) scrive: Dans nos ténèbres, il n’y a pas une place pour la Beauté. Toute la place est pour la Beauté. La Bellezza di cui parla Char ha implicazioni etiche e civili, ovviamente; in queste ore le tenebre che ci circondano sono costituite anche dai corpi senza vita delle donne e dei bambini  migranti morti in mare ai quali va il mio pensiero, affinché la scrittura non sia un atto d’oscena indifferenza, ma, fedele allo spirito di Char, atto di lotta e di ribellione.

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L’indirizzo alessandrino autografo di Kavafis

Per Kavafis, γλώσσα (lingua)

È γλώσσα, è immensa θάλασσα, è memoria

(μνήμη της ομορφιάς), ed è meriggio,

vasto, radiante di solare gloria,

che solo nella γλώσσα trova ormeggio.

 

Sì: svanirebbe se il canto ch’è greco

per andanza, ascendenza e mescidanza

non dicesse l’attesa aspra nell’eco

magnifica alla mente per spossanza.

 

È sempre nella γλώσσα la bellezza

(τραγούδησε gli soffia nella mente)

geometrico lo slancio d’esattezza

 

speziata la città degli sguardi, ante

accostate, παράθυρες, ebbrezza: 

la sequenza del canto qui risplende. 

Braun Georg, Alessandria d'Egitto, 1572

Braun Georg, Alessandria d’Egitto, 1572