Via Lepsius

concatenazioni, connessioni, attraversamenti

Mese: luglio, 2014

Bach, il consiglio municipale di Lipsia e dio

Ricorrente nella poesia di Reiner Kunze è il Leitmotiv della musica che, da un lato, è direttamente riferibile alla passione del poeta tedesco per quest’arte, dall’altro vale anche come metafora della poesia e del comporre poesia. Propongo due testi, seguiti dal mio tentativo di traduzione, tratti dalla medesima raccolta intitolata auf eigene hoffnung  pubblicata nel 1981, ma il primo testo è del 1973, quando Kunze vive nella DDR ed è poeta sospetto al regime e posto da quest’ultimo sotto stretta sorveglianza, mentre il secondo è del 1978 e Kunze è giunto appena l’anno precedente nella Repubblica federale: molto significativamente Incoraggiamento dopo 200 anni appartiene alla sezione des fahnenhissens bin ich müde, freund (sono stanco dell’alzabandiera, amico mio) che raccoglie poesie che focalizzano in maniera critica la situazione politica e delle libertà civili nella Repubblica democratica tedesca, mentre Lawrence Foster dirige è raccolta nella sezione auch dies ist mein land (anche questo è il mio paese) il cui tema conduttore è l’arrivo del poeta in Occidente e le sue esperienze (non sempre tuttavia positive) nella Germania occidentale. Da notare che Reiner Kunze non scrive i sostantivi con l’iniziale maiuscola (come pretendono le regole ortografiche del tedesco), ma che nella prima lirica da me proposta Bach ha l’iniziale maiuscola, mentre Gott (Dio) no, gioco ortografico che ho mantenuto nella mia traduzione.

 

ERMUTIGUNG NACH 200 JAHREN

Auf dem heimweg von einem orgelkonzert

Zu füßen gottes, wenn

gott füße hat,

 

zu füßen gottes sitzt

Bach,

nicht

der magistrat von Leipzig

 

 

INCORAGGIAMENTO DOPO 200 ANNI

Tornando a casa dopo un concerto d’organo

Ai piedi di dio, se

dio ha piedi,

 

ai piedi di dio sta assiso

Bach,

non

il consiglio municipale di Lipsia

 

klaus_kinski fitzcarraldo

Un fotogramma da “Fitzcarraldo” di Werner Herzog

 

 

LAWRENCE FOSTER DIRIGIERT

London, Royal Festival Hall

Mit daumen und zeigefinger der linken

zeigt er das öhr, durch das

der ton hindurch muß

 

Stich für stich

näht er mit dem taktstock

Schostakowitschs erste sinfonie – das presto des finales

ein nadelblitzen

 

 

DIRIGE LAWRENCE FOSTER

Londra, Royal Festival Hall

Con pollice ed indice della sinistra

mostra la cruna traverso cui

dovrà passare la nota

 

Punto dopo punto

cuce con la bacchetta

la Prima sinfonia di Šostakovič – il presto del finale

un lampeggiare d’ago

 

Lecce: Piazza del Duomo

 

ad Elio Scarciglia, alla sua spontanea umanità

 

terra d'otranto

“il delfino che ha in bocca la mezzaluna” di bodiniana memoria.

 

e gli orologi del tardo Barocco
e i violinisti scordàti ai piedi dei Santi portacroce
e l’ordine bizzoso dei nostri tricicli bambini
e l’alluminio del cielo bianco di Canicola
e gli orologi del tardo Barocco
e il nodo sonnolento del restare
e l’ordine assente dell’acqua
e l’eccesso vorace della luce
e gli orologi del tardo Barocco
e i pittori come gechi palmati di spazio
e l’ordine ondulatorio del parlare
e una torre altissima per avvistarvi la storia

 

“Provare a essere una voce tra le voci”

Il 19 luglio Christian Tito ha scritto un lungo commento all’articolo “La parola necessaria”, ma tale commento mi si è rivelato, piuttosto, un vero e proprio intervento articolato e puntigliosamente argomentato che mi fa piacere riproporre sotto forma di “post” , anche perché mi preme non poco che si continui a riflettere sui molteplici temi affrontati nel suo cortometraggio “I Lavoratori Vanno Ascoltati”. Un nuovo grazie a Christian e alla sua passione di cittadino e di poeta.

 

Sono lusingato, Antonio, che il mio corto abbia fornito ulteriori spunti di riflessione e approfondimento. Ho letto con molto interesse l’articolo di Saviano sulla terra dei fuochi. C’è un forte legame, a mio avviso, tra queste due tragiche realtà letteralmente violentate nella loro originaria bellezza. La cosa più evidente è che a offenderle, a distruggere nel tempo ambiente e popolazione ( che nell’ambiente vive e di cui fa parte ) c’è tutto il peggio di certi difetti e mali culturali tipicamente italiani. Dalla mafia reale che con le sue ramificazioni nel nord va a sversare nel sud tutto il veleno che sfugge ai normali e corretti iter di smaltimento, a quelle altre “mafie” che con quella reale sono spesso colluse, ossia le frange più corrotte , corruttibili e corruttrici di certa politica; quelle magari non corrotte ma incapaci, che non fanno politica per il suo fine nobile, quello per cui occorre una reale ed alta vocazione: quella di essere nel mondo per tentare di risolvere i problemi concreti e migliorare la vita della gente, ma col solo interesse di utilizzare per se stessi il potere acquisito e i suoi relativi privilegi difendendolo con tutti mezzi possibili; poi, sindacati e sindacalisti che , a parte pochi casi isolati, hanno assorbito e spesso amplificato gli stessi difetti della politica; in fine , per non correre il rischio di guardare solo ai potenti e a chi il potere gestisce, occorre anche guardare a certe debolezze culturali della gente comune, di larga parte della popolazione la quale non capisce che la bellezza della vita sta proprio nello scegliersi un sogno , costruire un programma, sudare e lottare per esso, anche quando questo significa andare contro corrente e conoscere la fatica che tanto avrebbe da insegnare. Diciamolo: quanti di noi sono cresciuti con la sensazione che il merito all’interno di questo sistema non solo non esista, ma che non sia proprio nemmeno contemplato in quanto possibilità virtuosa di cambiamento di una struttura sociale ed economica stantia e asfittica? Non solo, a quanti giovani, forse ancora di più nel nostro meridione ( mi duole dirlo), viene passata l’idea che per andare avanti in Italia occorre solo la raccomandazione giusta, l’inchino al potente di turno, il voto in cambio del favore? Vendersi per dei venduti e per cosa? E quanti, per i giovani, sono in grado col loro esempio di incarnarsi come possibile modello alternativo a questo così piccolo e vile? Quanti i veri maestri, in Italia , al giorno d’oggi?
Mi torna in mente la ballata delle madri di Pasolini…

Mi domando che madri avete avuto.
Se ora vi vedessero al lavoro
in un mondo a loro sconosciuto,
presi in un giro mai compiuto
d’esperienze così diverse dalle loro,
che sguardo avrebbero negli occhi?
Se fossero lì, mentre voi scrivete
il vostro pezzo, conformisti e barocchi,
o lo passate a redattori rotti
a ogni compromesso, capirebbero chi siete?

Madri vili, con nel viso il timore
antico, quello che come un male
deforma i lineamenti in un biancore
che li annebbia, li allontana dal cuore,
li chiude nel vecchio rifiuto morale.
Madri vili, poverine, preoccupate
che i figli conoscano la viltà
per chiedere un posto, per essere pratici,
per non offendere anime privilegiate,
per difendersi da ogni pietà.

Madri mediocri, che hanno imparato
con umiltà di bambine, di noi,
un unico, nudo significato,
con anime in cui il mondo è dannato
a non dare né dolore né gioia.
Madri mediocri, che non hanno avuto
per voi mai una parola d’amore,
se non d’un amore sordidamente muto
di bestia, e in esso v’hanno cresciuto,
impotenti ai reali richiami del cuore.

Madri servili, abituate da secoli
a chinare senza amore la testa,
a trasmettere al loro feto
l’antico, vergognoso segreto
d’accontentarsi dei resti della festa.
Madri servili, che vi hanno insegnato
come il servo può essere felice
odiando chi è, come lui, legato,
come può essere, tradendo, beato,
e sicuro, facendo ciò che non dice.

Madri feroci, intente a difendere
quel poco che, borghesi, possiedono,
la normalità e lo stipendio,
quasi con rabbia di chi si vendichi
o sia stretto da un assurdo assedio.
Madri feroci, che vi hanno detto:
Sopravvivete! Pensate a voi!
Non provate mai pietà o rispetto
per nessuno, covate nel petto
la vostra integrità di avvoltoi!

Ecco, vili, mediocri, servi,
feroci, le vostre povere madri!
Che non hanno vergogna a sapervi
– nel vostro odio – addirittura superbi,
se non è questa che una valle di lacrime.
È così che vi appartiene questo mondo:
fatti fratelli nelle opposte passioni,
o le patrie nemiche, dal rifiuto profondo
a essere diversi: a rispondere
del selvaggio dolore di esser uomini.

Ma , ora che ho esternato e provato ad abbozzare un quadro delle cause, certo poco specifico, torniamo a Taranto, alla mia città e all’Ilva. Esiste ormai molta buona letteratura sul problema che essa rappresenta ed anche molto buon cinema documentaristico e di finzione. Cito, tra i tanti che non ho ancora avuto modo di vedere o leggere , alcuni lavori che mi sembrano importanti. Tra quelli di taglio più reportagistico, analitico e informativo non si può escludere il libro “La città delle nuvole “ di Carlo Vulpio , meritevolissimo di attenzione soprattutto per la scientifica ricostruzione numerica degli effetti disastrosi su uomini e ambiente, tra l’altro è uscito nel 2009 quando i riflettori erano ancora cosa ben lontana; poi vi sono alcuni documentari importanti: “La svolta: Donne contro l’Ilva” di Valentina D’Amico e “Arrivederci a Taranto” di Roberto Paolini, non posso inoltre non menzionare un altro documentario breve del bravissimo Pippo Mezzapesa che col suo “settanTa” racconta una giornata vissuta nel rione Tamburi proprio a ridosso dei fumi e le polveri dell’Ilva e, ancora, un cortometraggio di un regista tarantino di cui, sono pronto a scommetterci, sentiremo molto parlare : il talentuoso Giacomo Abbruzzese che col suo “Fireworks” mette in scena addirittura l’esplosione della fabbrica operata la notte di capodanno, tra i fuochi d’artificio, da un gruppo internazionale di ecologisti.

Io col mio lavoro, come dicevi tu, ho tentato la via della poesia, quella delle immagini , della musica e delle parole. Certo, non sono un professionista e credo si senta, ad ogni modo ho usato il registro che mi viene spontaneo poichè non saprei usarne un altro. Mi piace l’idea che, insieme ad altri , ognuno col suo timbro e la sua vocazione, si provi a lasciare una traccia di quella dura realtà. Ora ho 39 anni, sono andato via da Taranto quando ne avevo 18 . Eppure, l’esperienza di essere tarantino, di avere perso una persona cara ( come tantissimi concittadini) che lì ha lavorato per una vita, di essere cresciuto, come tutti i tarantini, con lo spazio dell’orizzonte occupato da un’entità gigantesca piantata lì proprio per “l’occupazione”, col miraggio del benessere e della prosperità ( la quale, dopo essersi in parte palesata, ha illuso tutti, perché, proprio per le inadeguatezze e le incurie di cui dicevamo sopra, in mancanza di seri piani di sviluppo industriale , si è trasformata poi in una fucina di devastazione), tutto questo, dicevo, mi ha segnato profondamente portandomi a realizzare un lavoro dove le immagini ( che accompagnano le parole di chi lì o in altri luoghi simili ha lavorato) sono forse più simili a memorie visionarie, poiché il sogno, la visione sebbene trasfiguri la realtà, spesso ne svela più intensamente e profondamente alcuni aspetti. Ecco, questo è ciò che ho tentato di fare, ed è, tra l’altro, l’unico modo per me possibile di concepire la poesia: provare a essere una voce tra le voci , per testimoniare insieme il proprio passaggio nella vita, nell’incontro con altre vite all’interno di questa comune esperienza umana. Provare a condividere tutto questo coi pochi maestri che me l’hanno insegnato e, per fortuna, con non così pochi compagni di viaggio…

 

Farfalle di suoni sulle labbra (leggendo la poesia di Elina Miticocchio)

 

kurosawa sogni 1

Un fermo-immagine dal film “Sogni” di Akira Kurosawa.

 

 

Forse dovrei scrivere della leggerezza tendente allo haiku, della delicatezza delle immagini, della loro levità e colorata trasparenza, di una voce poetica che pare sussurrare e giungere fino a noi discreta, con il timore di disturbare e pur tuttavia con il desiderio di farsi udire, gentile, dolce, discreta. Sì, dovrei scrivere di tutto questo, perché c’è tutto questo nel libro di Elina Miticocchio Per filo e per segno (Terra d’ulivi, Lecce, 2014) e rimando volentieri anche alla bellissima e magistrale lettura di Anna Maria Curci http://letteremigranti.wordpress.com/2014/06/29/elina-miticocchio-per-filo-e-per-segno/.
Ma alla mia attenzione di lettore s’impone prepotente il movimento di tessitura che si coglie traverso il libro e di questo voglio soprattutto scrivere, perché è qui che vedo la forza di quest’opera e perché connessi ci sono i temi del tempo e della memoria e dell’ascolto e dell’attesa.
Nella perfetta coesione d’impaginatura, titolo, immagine di copertina, nel bianco elegante del libro, in quel filo e in quel segno di un diffuso modo di dire (si dice tutto, si racconta tutto per filo e per segno, infatti) c’è quest’antichissimo movimento civile del tessere, del cucire; raramente le donne stavano da sole mentre tessevano o cucivano (ricordo bene mia nonna, mia madre e le mie zie insieme a lavorare e a chiacchierare incessantemente: ed erano ricordi, anche pettegolezzi dalla vita del paese, racconti di sogni notturni) e quell’incombenza femminile, quell’incombenza-incontro fondava, inapparente e sommersa, la civiltà della comunità. Ché quasi sempre dimentichiamo quanto fondanti siano stati i mestieri affidàti alle donne e mai elevati alla considerazione generale. Con simili pensieri in testa ho letto e riletto il libro senza potere sottrarmi ad una visione: vedevo Maria Lai pensare e realizzare i suoi telai, la vedevo nel momento dell’intuizione che appunto il tessere e il legare fondino la civiltà ed il suo ben-essere, assieme all’arte del vasaio e alla cottura del pane.

Riavvolgo il gomitolo
la lana presa al mercato

scucio il bottone dal vestito
sono bambina

– l’ago e il filo conservati

nella scatola dei biscotti

dolci stelle
come di pane

lievitate sotto la coperta
ancora scottano le mani (pag. 7).

Così limpida e cadenzata questa scrittura, così concentrata su atti essenziali e vitali l’attenzione della mente.

Mi spunta in testa      il mare
lunga una conchiglia
soffiata in cantilena da mia madre
(pag. 8).

Elina tesse infatti un libro in cui la femminilità esprime se stessa in maniera netta e priva di sentimentalismo, senza melensaggini ed evitando accuratamente i luoghi comuni: Elina bambina (d’estate i quaderni riposavano pigri, pag. 9), Elina donna (tra vento e lune rosse / il mio corpo di donna, ibidem), sua madre (mia madre li riponeva / nella stanza fresca metteva una spiga di lavanda, ibidem: ed ecco che ci accorgiamo che la silloge è anche un tessere il dialogo con la madre e con il ricordo di lei) e non la memoria come più comunemente viene intesa, ma la memoria che si concretizza in testo poetico, in questo filare, appunto, le trame delle immagini, dei simboli, dei suoni, di tutto ciò che è umano (sempre a pag. 9), in questo farsi presente. Ricordare non è, dentro questo libro di poesia, abbandonarsi alla nostalgia e alla melancolia, ma attraversare tessendo un territorio materiato al contempo di veglia e di sogno, di immaginazione e di osservazione delle cose e dei fatti: c’è allora uno specchio che è, stupendamente, una finestra nel ricordo (pag. 11) e le case abitano i propri abitanti:

Ho avuto case ad abitarmi
nessuna cosa è perduta.
Le tue stanze senza porte avevano oblò
non troppi mi sarebbe parsa una prigione
così l’ho scambiata per una nave.
Anche di notte faccio ritorno
senza parola approdo appiglio
sosto e attendo
spengo la luce tesso illusioni
filo il miracolo d’onda immobile
(pag. 14).

 

kurosawa sogni 2

Kurosawa “Sogni”.

 

Si sente immediata una sapienza poetica derivata da instancabili letture, ma anche da una consuetudine personale a dire in poesia la propria vita, pure in quei momenti, mi pare d’intuire, che si sogliono definire “prosaici” e che, invece, vengono riscattati proprio dalla sapienza del dire: stano i frammenti // stanno in un secchiello di sale / bagnato appena tra i panni lavati / un pugno di vento cammina / tra la mia ombra e un sole // stendo le idee al sole di neve (pag. 19): da un punto di vista meramente tecnico è facile identificare la paronomasia, l’allitterazione, la personificazione, la reiterazione e via enumerando, ma è fondamentale sottolineare la naturalezza dell’espressione raggiunta appunto grazie a questa sapienza del dire e mi piace, mi piace moltissimo la scelta di ridurre al minimo i segni d’interpunzione (il punto fermo ricorre pochissimo), proprio perché in questo libro si tesse, non si spezza né s’interrompe. Nel medesimo spirito si collocano le citazioni dalla poeta-amica Fernanda Ferraresso, per cui ben quattro sezioni del libro sono aperte con il medesimo verso iniziale (crescete alberi) cui seguono versi che sempre esprimono il rapporto vitale e irrinunciabile con la natura e con l’esistenza in quanto generatrice di vita. A tal proposito anche le citazioni da Francesco Balsamo, Iole Toini, René Char ci consegnano l’idea di un’opera che vuol cucire se stessa con altre opere poetiche lette ed amate per affinità. Tessere significa infatti annodare tra di loro i fili; apparentemente insignificante ed invece fondamentale la congiunzione copulativa e:

un sonno
piccolo di stanze
mormora  
sillaba   tra –
e un filo stretto
parola fascia
eco l’ombra
(pag. 24) – oppure quella e è una desinenza che soltanto la capacità metamorfica della poesia può staccare dal tema verbale, pur mantenendola ad esso unita? È una mormorata sillaba tra le altre e un filo stretto, oppure è una sillaba che tra-e il filo stretto, la parola-fascia, l’eco-ombra? Mi piace accettare entrambe le interpretazioni, esattamente come fili di vario colore possono essere tessuti tra di loro nelle combinazioni più diverse. In tal senso decisiva è la vista: negli occhi ciò che leghi a un passo da te – (pag. 35), anche occhi come telai, dunque, mentre alla pagina seguente si legge:

La parola spesa
presa all’amo divenne
guerra e sole
e non valse una cornice
per disegnare i volti
stretti schiacciati nella valigia
di cartone le scritture esuli
naufraghe in perenne ascolto di voci
affogate in mare
un perimetro brevissimo di carta bagnata

dal momento che la levità, che pure caratterizza quest’elegantissima scrittura, non dimentica le scritture esuli, naufraghe, affogate in mare, è essa stessa scrittura esule se assumiamo per vero che si è permanentemente esuli dentro l’esistere. Nell’iride dei colori che pure ricorrono nella raccolta tende infatti a prevalere il bianco, colore sia dell’assenza che della potenzialità (la distesa di neve da percorrere, il foglio bianco da ricoprire di scrittura, preferibilmente a matita – scrivo con la matita, si legge a pag. 39) ed Elina dice con meravigliante originalità: la rivelazione / del bianco adotta uno spicchio di nero (pag. 38), ben sapendo che nell’universo dei colori ognuno di essi esiste in ragione ed in rapporto con gli altri.
Ma la capacità immaginativa dell’autrice inventa altri sintagmi memorabili: il grano del passo (pag. 43), ad esempio, che, assieme alle terrazze assolate che fanno capolino nel libro, mi fa pensare alla terra d’origine dell’autrice, Foggia e il Foggiano, terra di grano e di calde estati, terra mediterranea dove la vita      il filo      rosso // fiorita di limoni (pag. 45) si dipana. E c’è anche il Bodini di arancio limone mandarino? Senz’altro c’è un amore personale per i colori, per le loro tonalità e variazioni:

per la strada
dell’oro col mio filo-bottone
leg(g)o la scucitura
dei sassi che ho perduto
(pag. 50). Ricordando certi stilemi della poesia di Fernanda Ferraresso quando essa sembra incidere con un bisturi il vocabolo per farne scaturire o metterne in luce altri in un primo momento invisibili, in questo caso leggo si rivela anche un lego (etimologica verità, dato che entrambi i verbi italiani derivano dal latino legĕre, raccogliere ed anche leggere) in perfetta coerenza con il filo-bottone e con la scucitura. E giunto a questo punto della mia lettura posso forse a ragione dire che si avverte chiaramente come Per filo e per segno sia libro frutto di una lunghissima meditazione, tessuto attraverso anni di paziente scrittura e di attesa. La consegna alle stampe deve essere stata difficile, torturata da mille dubbi, da mille nodi irrisolti che però il lettore non vede né immagina: soltanto l’autrice, rileggendo i propri versi, saprà che cosa c’è dietro di essi, ricorderà la messe grande delle varianti possibili. Tra le mani di chi legge e davanti ai suoi occhi c’è, invece, un mondo-libro di grande equilibrio ed armonia, un canto tessuto con la finezza e con la profondità di una psicologia sensibilissima e delicata.
Ricordo le parole di Fernando Pessoa: Per viaggiare basta esistere. / Passo di giorno in giorno / come di stazione in stazione, / nel treno del mio corpo / o del mio destino ed infatti:

(…)
Del viaggio e del labirinto
della stanza
di mia madre

conto i passi
e germoglio figlia
un canto che rinasce
(pag. 51). Quanto può viaggiare la mente mentre lavora al telaio della vita e della poesia! Quale universo sconfinato possono essere una stanza ed una casa (basti pensare al Porto di Toledo di Anna Maria Ortese)! E quanto affine è il tessere al germogliare (medesimo tempo lento di pazienza ed attesa, medesima precisione del crescere ed armonia del venire ad esistere)!
Oppure si sguscia fuori dall’acqua (l’elemento primigenio ed amniotico) come

Le bambine dei sogni
sgusciano dall’acqua
(…)
il loro sguardo     
mentre
ci insegue (pag. 52): nel libro di Elina si può essere guardati dai sogni, dunque, misteriose bambine che conoscono forse i luoghi da cui germogliano l’immaginazione e la libertà;

(…) stanno tornando
le bambine dai capelli rossi
(pag. 53): mi si perdonerà se, irresistibile, mi torna alla mente Pippi Calzelunghe e, appunto, la sua sorgiva libertà, il suo sbrigliato, geniale sberleffo nei confronti del mondo degli adulti? Nel mio personale universo di lettore accostare questo libro a quelli di Astrid Lindgren significa dire che il libro di Elina ne ha la stessa felice libertà, la stessa allegria, la stessa consapevole affermazione di un mondo, di una cultura, di una mentalità alternativi alla cultura e alla mentalità imperanti, infarcite di violenza e di sopraffazione.
La carne del libro, come scrive Iole Toini, si offre ancora alla scrittura per il congedo dal libro: Era imprecisa l’età della donna nemmeno sapeva chi mai abitasse la casa… (…) Le imposte acute, spigolose aprivano alla gioia e chiunque potesse guardare, oltre le travi, avrebbe scorto un fluttuare di corpi, si sarebbe detto di corallo. Tra quelli anch’io, anche se non lo sapevo, ero un sogno, un segno di viaggio. Da anni e da tante visioni mi nutrii di azzurri, mai visti di più belli, mai l’immaginazione ne disegnò più lucenti nell’argento dello specchio, là dove apre alle ombre le sue porte.
Nel vento viaggiava la donna, e nel tempo, piano, un’anima fanciulla prendeva il suo posto.
Aveva voli negli occhi e farfalle di suoni sulle labbra (…)
(pag. 56). Con questa bellissima poesia in prosa si chiude Per filo e per segno ed il lettore trova la conferma del fatto che la tessitura di questa poesia è fatta anche degli aerei passaggi tra verso e verso e tra testo e testo, tra lettura e sogno e tra sogno e lettura. I sogni sono segni, sostiene Elina, ma durante tutto il libro abbiamo imparato che la fanciulla e la donna partecipano di una danza vitale i cui passi appartengono ad entrambe, il cui tempo è un’inscindibile compresenza di presente e di memoria, il cui spazio è a sua volta inscindibile compresenza di sogno e veglia.

Per continuare a respirare il poetico dialogo tra parole ed immagini invito a vistare il bellissimo blog di Elina Imma(r)gine all’URL http://elina11.wordpress.com/.

 

kurosawa sogni 3

Kurosawa “Sogni”.

La parola necessaria

locandina

 

Il cortometraggio di Christian Tito I Lavoratori Vanno Ascoltati ha suscitato un notevole interesse, per cui vorrei dedicargli una brevissima, ulteriore riflessione.
Sono questi i giorni in cui Roberto Saviano, con argomentazioni complesse, articolate e convincenti, esprime le proprie perplessità circa le conclusioni cui è giunto il Ministero competente in merito alla situazione sanitaria nella cosiddetta “Terra dei Fuochi”: secondo lo scrittore tali conclusioni sarebbero affrettate e condizionate dalla necessità di minimizzare i fatti al fine di tranquillizzare la popolazione e non deprimere ulteriormente l’economia campana (al link seguente è possibile leggere l’intervento di Saviano: http://www.repubblica.it/cronaca/2014/07/05/news/la_verit_in_ritardo_sulla_terra_dei_fuochi_e_quelle_risposte_da_dare_ai_suoi_martiri-90732906/?ref=nrct-2).
A Taranto è evidentemente in atto un’operazione simile, risultato di un miscuglio di interessi economici, finanziari, politici e mafiosi che, ovviamente, ignorano senza farsi alcuno scrupolo i diritti di lavoratori e popolazione.
Con la disarmata umiltà di una videocamera e della parola Christian ha filmato l’ILVA ed il quartiere che si trova a ridosso dello stabilimento tarantino e ha lasciato parlare chi quelle realtà conosce dall’interno e da diversi anni. Che cosa può essere, oggi, la poesia, sempre più ignorata, quando non dileggiata? Quella stessa poesia che, in altre circostanze, è invece luogo di narcisismi ed esibizionismo? Christian fornisce una possibile risposta a queste due domande, indicando tra l’altro la strada dello scambio tra parola ed immagine, tra tensione linguistico-stilistica e documentazione di ciò che accade, di ciò che con urgenza va affrontato. Siamo forse vittime di una visione esclusivamente economicistica della realtà e dimentichiamo che quella stessa realtà, complessa e problematica, esige risposte altrettanto complesse e problematiche, ragion per cui l’economia, certo e la politica e il diritto e la legislazione sono chiamate, insieme e contemporaneamente, a fornire delle risposte serie e risolutive, capaci di salvaguardare la salute e il lavoro delle persone, ma anche la parola, la parola che riflette ed analizza e rappresenta la realtà può e deve dare una risposta.

 

Istantanea video 48

 

“Poesia” è spessissimo, ancora oggi e per tanti, sinonimo di sogno, di scollamento dalla realtà, di baloccamento per anime belle; il cortometraggio di Christian e dei suoi compagni d’avventura dimostra invece e dice a gran voce la consapevolezza della poesia di essere e di voler essere dentro la realtà quotidiana: la poesia sa portare alla coscienza delle persone una determinata situazione, la poesia non estetizza la realtà, ma la dice con la parola, con l’immagine, con il suono, strappandola alla sua situazione iniziale di fatto bruto, di accadimento puro e semplice.
Christian ci mostra quanto insidiosamente affascinante possa essere il mostro cancerogeno dell’ILVA; appunto: ce lo mostra, ne filma le luci scintillanti nella notte, il corpo articolato dei forni e delle ciminiere, il moto ondoso del mare a ridosso dello stabilimento ed intanto musica, versi, racconti, ricordi e riflessioni riempiono lo spazio sonoro, creando il testo nella sua completezza che, come sostenevo poc’anzi, eleva il bruto e violento esserci dell’ILVA a livello della coscienza delle persone.
Leggo in Tutti questi ossicini nel piatto, il libro di Christian edito nel 2010 dall’Editrice Zona:

LO SGUARDO FUORI

Lo sguardo fuori
a registrare segnali
di frane e smottamenti
di cui non so dire
se non che in somma
fanno un numero troppo grande
per poter essere detto
il cui suono somiglia
a una delle tante nostre guerre
di cui niente si dice
(pag. 26).
 
Eccola l’umiltà della poesia, quel non so dire che non è affatto rinuncia a dire o scetticismo, ma onesta consapevolezza, concreto punto di partenza per provare, invece, a dire – e si può allora girare e montare un cortometraggio quale I Lavoratori Vanno Ascoltati.

 

Istantanea video 33
 

E a pagina 72 della medesima raccolta poetica Christian scrive:

La poesia è dappertutto
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
pochissimi gli occhi che la vedono

ed i due versi costituiscono il primo e l’ultimo rigo della pagina, con quell’enorme bianco, significativo e pregnante, in mezzo.
Nel prossimo futuro Via Lepsius pubblicherà altri cortometraggi di Christian Tito che qui si ringrazia ancora una volta per la generosa disponibilità. Ed intanto andremo a rileggerci il capitolo che Ermanno Rea dedica, in Mistero napoletano, alla base navale NATO della città partenopea o, sempre di Rea, la sua Dismissione; molto potranno dirci i versi e i libri di Luigi Di Ruscio, di Nadia Agustoni, di Fabio Franzin, di Roberto Roversi e di altri ancora, proprio a riprova del fatto che la parola è più che mai necessaria.

 

scena2