Via Lepsius

concatenazioni, connessioni, attraversamenti, visioni

Mese: luglio, 2014

Bach, il consiglio municipale di Lipsia e dio

Ricorrente nella poesia di Reiner Kunze è il Leitmotiv della musica che, da un lato, è direttamente riferibile alla passione del poeta tedesco per quest’arte, dall’altro vale anche come metafora della poesia e del comporre poesia. Propongo due testi, seguiti dal mio tentativo di traduzione, tratti dalla medesima raccolta intitolata auf eigene hoffnung  pubblicata nel 1981, ma il primo testo è del 1973, quando Kunze vive nella DDR ed è poeta sospetto al regime e posto da quest’ultimo sotto stretta sorveglianza, mentre il secondo è del 1978 e Kunze è giunto appena l’anno precedente nella Repubblica federale: molto significativamente Incoraggiamento dopo 200 anni appartiene alla sezione des fahnenhissens bin ich müde, freund (sono stanco dell’alzabandiera, amico mio) che raccoglie poesie che focalizzano in maniera critica la situazione politica e delle libertà civili nella Repubblica democratica tedesca, mentre Lawrence Foster dirige è raccolta nella sezione auch dies ist mein land (anche questo è il mio paese) il cui tema conduttore è l’arrivo del poeta in Occidente e le sue esperienze (non sempre tuttavia positive) nella Germania occidentale. Da notare che Reiner Kunze non scrive i sostantivi con l’iniziale maiuscola (come pretendono le regole ortografiche del tedesco), ma che nella prima lirica da me proposta Bach ha l’iniziale maiuscola, mentre Gott (Dio) no, gioco ortografico che ho mantenuto nella mia traduzione.

 

ERMUTIGUNG NACH 200 JAHREN

Auf dem heimweg von einem orgelkonzert

Zu füßen gottes, wenn

gott füße hat,

 

zu füßen gottes sitzt

Bach,

nicht

der magistrat von Leipzig

 

 

INCORAGGIAMENTO DOPO 200 ANNI

Tornando a casa dopo un concerto d’organo

Ai piedi di dio, se

dio ha piedi,

 

ai piedi di dio sta assiso

Bach,

non

il consiglio municipale di Lipsia

 

klaus_kinski fitzcarraldo

Un fotogramma da “Fitzcarraldo” di Werner Herzog

 

 

LAWRENCE FOSTER DIRIGIERT

London, Royal Festival Hall

Mit daumen und zeigefinger der linken

zeigt er das öhr, durch das

der ton hindurch muß

 

Stich für stich

näht er mit dem taktstock

Schostakowitschs erste sinfonie – das presto des finales

ein nadelblitzen

 

 

DIRIGE LAWRENCE FOSTER

Londra, Royal Festival Hall

Con pollice ed indice della sinistra

mostra la cruna traverso cui

dovrà passare la nota

 

Punto dopo punto

cuce con la bacchetta

la Prima sinfonia di Šostakovič – il presto del finale

un lampeggiare d’ago

 

Lecce: Piazza del Duomo

 

ad Elio Scarciglia, alla sua spontanea umanità

 

terra d'otranto

“il delfino che ha in bocca la mezzaluna” di bodiniana memoria.

 

e gli orologi del tardo Barocco
e i violinisti scordàti ai piedi dei Santi portacroce
e l’ordine bizzoso dei nostri tricicli bambini
e l’alluminio del cielo bianco di Canicola
e gli orologi del tardo Barocco
e il nodo sonnolento del restare
e l’ordine assente dell’acqua
e l’eccesso vorace della luce
e gli orologi del tardo Barocco
e i pittori come gechi palmati di spazio
e l’ordine ondulatorio del parlare
e una torre altissima per avvistarvi la storia

 

“Provare a essere una voce tra le voci”

Il 19 luglio Christian Tito ha scritto un lungo commento all’articolo “La parola necessaria”, ma tale commento mi si è rivelato, piuttosto, un vero e proprio intervento articolato e puntigliosamente argomentato che mi fa piacere riproporre sotto forma di “post” , anche perché mi preme non poco che si continui a riflettere sui molteplici temi affrontati nel suo cortometraggio “I Lavoratori Vanno Ascoltati”. Un nuovo grazie a Christian e alla sua passione di cittadino e di poeta.

 

Sono lusingato, Antonio, che il mio corto abbia fornito ulteriori spunti di riflessione e approfondimento. Ho letto con molto interesse l’articolo di Saviano sulla terra dei fuochi. C’è un forte legame, a mio avviso, tra queste due tragiche realtà letteralmente violentate nella loro originaria bellezza. La cosa più evidente è che a offenderle, a distruggere nel tempo ambiente e popolazione ( che nell’ambiente vive e di cui fa parte ) c’è tutto il peggio di certi difetti e mali culturali tipicamente italiani. Dalla mafia reale che con le sue ramificazioni nel nord va a sversare nel sud tutto il veleno che sfugge ai normali e corretti iter di smaltimento, a quelle altre “mafie” che con quella reale sono spesso colluse, ossia le frange più corrotte , corruttibili e corruttrici di certa politica; quelle magari non corrotte ma incapaci, che non fanno politica per il suo fine nobile, quello per cui occorre una reale ed alta vocazione: quella di essere nel mondo per tentare di risolvere i problemi concreti e migliorare la vita della gente, ma col solo interesse di utilizzare per se stessi il potere acquisito e i suoi relativi privilegi difendendolo con tutti mezzi possibili; poi, sindacati e sindacalisti che , a parte pochi casi isolati, hanno assorbito e spesso amplificato gli stessi difetti della politica; in fine , per non correre il rischio di guardare solo ai potenti e a chi il potere gestisce, occorre anche guardare a certe debolezze culturali della gente comune, di larga parte della popolazione la quale non capisce che la bellezza della vita sta proprio nello scegliersi un sogno , costruire un programma, sudare e lottare per esso, anche quando questo significa andare contro corrente e conoscere la fatica che tanto avrebbe da insegnare. Diciamolo: quanti di noi sono cresciuti con la sensazione che il merito all’interno di questo sistema non solo non esista, ma che non sia proprio nemmeno contemplato in quanto possibilità virtuosa di cambiamento di una struttura sociale ed economica stantia e asfittica? Non solo, a quanti giovani, forse ancora di più nel nostro meridione ( mi duole dirlo), viene passata l’idea che per andare avanti in Italia occorre solo la raccomandazione giusta, l’inchino al potente di turno, il voto in cambio del favore? Vendersi per dei venduti e per cosa? E quanti, per i giovani, sono in grado col loro esempio di incarnarsi come possibile modello alternativo a questo così piccolo e vile? Quanti i veri maestri, in Italia , al giorno d’oggi?
Mi torna in mente la ballata delle madri di Pasolini…

Mi domando che madri avete avuto.
Se ora vi vedessero al lavoro
in un mondo a loro sconosciuto,
presi in un giro mai compiuto
d’esperienze così diverse dalle loro,
che sguardo avrebbero negli occhi?
Se fossero lì, mentre voi scrivete
il vostro pezzo, conformisti e barocchi,
o lo passate a redattori rotti
a ogni compromesso, capirebbero chi siete?

Madri vili, con nel viso il timore
antico, quello che come un male
deforma i lineamenti in un biancore
che li annebbia, li allontana dal cuore,
li chiude nel vecchio rifiuto morale.
Madri vili, poverine, preoccupate
che i figli conoscano la viltà
per chiedere un posto, per essere pratici,
per non offendere anime privilegiate,
per difendersi da ogni pietà.

Madri mediocri, che hanno imparato
con umiltà di bambine, di noi,
un unico, nudo significato,
con anime in cui il mondo è dannato
a non dare né dolore né gioia.
Madri mediocri, che non hanno avuto
per voi mai una parola d’amore,
se non d’un amore sordidamente muto
di bestia, e in esso v’hanno cresciuto,
impotenti ai reali richiami del cuore.

Madri servili, abituate da secoli
a chinare senza amore la testa,
a trasmettere al loro feto
l’antico, vergognoso segreto
d’accontentarsi dei resti della festa.
Madri servili, che vi hanno insegnato
come il servo può essere felice
odiando chi è, come lui, legato,
come può essere, tradendo, beato,
e sicuro, facendo ciò che non dice.

Madri feroci, intente a difendere
quel poco che, borghesi, possiedono,
la normalità e lo stipendio,
quasi con rabbia di chi si vendichi
o sia stretto da un assurdo assedio.
Madri feroci, che vi hanno detto:
Sopravvivete! Pensate a voi!
Non provate mai pietà o rispetto
per nessuno, covate nel petto
la vostra integrità di avvoltoi!

Ecco, vili, mediocri, servi,
feroci, le vostre povere madri!
Che non hanno vergogna a sapervi
– nel vostro odio – addirittura superbi,
se non è questa che una valle di lacrime.
È così che vi appartiene questo mondo:
fatti fratelli nelle opposte passioni,
o le patrie nemiche, dal rifiuto profondo
a essere diversi: a rispondere
del selvaggio dolore di esser uomini.

Ma , ora che ho esternato e provato ad abbozzare un quadro delle cause, certo poco specifico, torniamo a Taranto, alla mia città e all’Ilva. Esiste ormai molta buona letteratura sul problema che essa rappresenta ed anche molto buon cinema documentaristico e di finzione. Cito, tra i tanti che non ho ancora avuto modo di vedere o leggere , alcuni lavori che mi sembrano importanti. Tra quelli di taglio più reportagistico, analitico e informativo non si può escludere il libro “La città delle nuvole “ di Carlo Vulpio , meritevolissimo di attenzione soprattutto per la scientifica ricostruzione numerica degli effetti disastrosi su uomini e ambiente, tra l’altro è uscito nel 2009 quando i riflettori erano ancora cosa ben lontana; poi vi sono alcuni documentari importanti: “La svolta: Donne contro l’Ilva” di Valentina D’Amico e “Arrivederci a Taranto” di Roberto Paolini, non posso inoltre non menzionare un altro documentario breve del bravissimo Pippo Mezzapesa che col suo “settanTa” racconta una giornata vissuta nel rione Tamburi proprio a ridosso dei fumi e le polveri dell’Ilva e, ancora, un cortometraggio di un regista tarantino di cui, sono pronto a scommetterci, sentiremo molto parlare : il talentuoso Giacomo Abbruzzese che col suo “Fireworks” mette in scena addirittura l’esplosione della fabbrica operata la notte di capodanno, tra i fuochi d’artificio, da un gruppo internazionale di ecologisti.

Io col mio lavoro, come dicevi tu, ho tentato la via della poesia, quella delle immagini , della musica e delle parole. Certo, non sono un professionista e credo si senta, ad ogni modo ho usato il registro che mi viene spontaneo poichè non saprei usarne un altro. Mi piace l’idea che, insieme ad altri , ognuno col suo timbro e la sua vocazione, si provi a lasciare una traccia di quella dura realtà. Ora ho 39 anni, sono andato via da Taranto quando ne avevo 18 . Eppure, l’esperienza di essere tarantino, di avere perso una persona cara ( come tantissimi concittadini) che lì ha lavorato per una vita, di essere cresciuto, come tutti i tarantini, con lo spazio dell’orizzonte occupato da un’entità gigantesca piantata lì proprio per “l’occupazione”, col miraggio del benessere e della prosperità ( la quale, dopo essersi in parte palesata, ha illuso tutti, perché, proprio per le inadeguatezze e le incurie di cui dicevamo sopra, in mancanza di seri piani di sviluppo industriale , si è trasformata poi in una fucina di devastazione), tutto questo, dicevo, mi ha segnato profondamente portandomi a realizzare un lavoro dove le immagini ( che accompagnano le parole di chi lì o in altri luoghi simili ha lavorato) sono forse più simili a memorie visionarie, poiché il sogno, la visione sebbene trasfiguri la realtà, spesso ne svela più intensamente e profondamente alcuni aspetti. Ecco, questo è ciò che ho tentato di fare, ed è, tra l’altro, l’unico modo per me possibile di concepire la poesia: provare a essere una voce tra le voci , per testimoniare insieme il proprio passaggio nella vita, nell’incontro con altre vite all’interno di questa comune esperienza umana. Provare a condividere tutto questo coi pochi maestri che me l’hanno insegnato e, per fortuna, con non così pochi compagni di viaggio…

 

La parola necessaria

locandina

 

Il cortometraggio di Christian Tito I Lavoratori Vanno Ascoltati ha suscitato un notevole interesse, per cui vorrei dedicargli una brevissima, ulteriore riflessione.
Sono questi i giorni in cui Roberto Saviano, con argomentazioni complesse, articolate e convincenti, esprime le proprie perplessità circa le conclusioni cui è giunto il Ministero competente in merito alla situazione sanitaria nella cosiddetta “Terra dei Fuochi”: secondo lo scrittore tali conclusioni sarebbero affrettate e condizionate dalla necessità di minimizzare i fatti al fine di tranquillizzare la popolazione e non deprimere ulteriormente l’economia campana (al link seguente è possibile leggere l’intervento di Saviano: http://www.repubblica.it/cronaca/2014/07/05/news/la_verit_in_ritardo_sulla_terra_dei_fuochi_e_quelle_risposte_da_dare_ai_suoi_martiri-90732906/?ref=nrct-2).
A Taranto è evidentemente in atto un’operazione simile, risultato di un miscuglio di interessi economici, finanziari, politici e mafiosi che, ovviamente, ignorano senza farsi alcuno scrupolo i diritti di lavoratori e popolazione.
Con la disarmata umiltà di una videocamera e della parola Christian ha filmato l’ILVA ed il quartiere che si trova a ridosso dello stabilimento tarantino e ha lasciato parlare chi quelle realtà conosce dall’interno e da diversi anni. Che cosa può essere, oggi, la poesia, sempre più ignorata, quando non dileggiata? Quella stessa poesia che, in altre circostanze, è invece luogo di narcisismi ed esibizionismo? Christian fornisce una possibile risposta a queste due domande, indicando tra l’altro la strada dello scambio tra parola ed immagine, tra tensione linguistico-stilistica e documentazione di ciò che accade, di ciò che con urgenza va affrontato. Siamo forse vittime di una visione esclusivamente economicistica della realtà e dimentichiamo che quella stessa realtà, complessa e problematica, esige risposte altrettanto complesse e problematiche, ragion per cui l’economia, certo e la politica e il diritto e la legislazione sono chiamate, insieme e contemporaneamente, a fornire delle risposte serie e risolutive, capaci di salvaguardare la salute e il lavoro delle persone, ma anche la parola, la parola che riflette ed analizza e rappresenta la realtà può e deve dare una risposta.

 

Istantanea video 48

 

“Poesia” è spessissimo, ancora oggi e per tanti, sinonimo di sogno, di scollamento dalla realtà, di baloccamento per anime belle; il cortometraggio di Christian e dei suoi compagni d’avventura dimostra invece e dice a gran voce la consapevolezza della poesia di essere e di voler essere dentro la realtà quotidiana: la poesia sa portare alla coscienza delle persone una determinata situazione, la poesia non estetizza la realtà, ma la dice con la parola, con l’immagine, con il suono, strappandola alla sua situazione iniziale di fatto bruto, di accadimento puro e semplice.
Christian ci mostra quanto insidiosamente affascinante possa essere il mostro cancerogeno dell’ILVA; appunto: ce lo mostra, ne filma le luci scintillanti nella notte, il corpo articolato dei forni e delle ciminiere, il moto ondoso del mare a ridosso dello stabilimento ed intanto musica, versi, racconti, ricordi e riflessioni riempiono lo spazio sonoro, creando il testo nella sua completezza che, come sostenevo poc’anzi, eleva il bruto e violento esserci dell’ILVA a livello della coscienza delle persone.
Leggo in Tutti questi ossicini nel piatto, il libro di Christian edito nel 2010 dall’Editrice Zona:

LO SGUARDO FUORI

Lo sguardo fuori
a registrare segnali
di frane e smottamenti
di cui non so dire
se non che in somma
fanno un numero troppo grande
per poter essere detto
il cui suono somiglia
a una delle tante nostre guerre
di cui niente si dice
(pag. 26).
 
Eccola l’umiltà della poesia, quel non so dire che non è affatto rinuncia a dire o scetticismo, ma onesta consapevolezza, concreto punto di partenza per provare, invece, a dire – e si può allora girare e montare un cortometraggio quale I Lavoratori Vanno Ascoltati.

 

Istantanea video 33
 

E a pagina 72 della medesima raccolta poetica Christian scrive:

La poesia è dappertutto
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
pochissimi gli occhi che la vedono

ed i due versi costituiscono il primo e l’ultimo rigo della pagina, con quell’enorme bianco, significativo e pregnante, in mezzo.
Nel prossimo futuro Via Lepsius pubblicherà altri cortometraggi di Christian Tito che qui si ringrazia ancora una volta per la generosa disponibilità. Ed intanto andremo a rileggerci il capitolo che Ermanno Rea dedica, in Mistero napoletano, alla base navale NATO della città partenopea o, sempre di Rea, la sua Dismissione; molto potranno dirci i versi e i libri di Luigi Di Ruscio, di Nadia Agustoni, di Fabio Franzin, di Roberto Roversi e di altri ancora, proprio a riprova del fatto che la parola è più che mai necessaria.

 

scena2

 
 

I Lavoratori Vanno Ascoltati (un cortometraggio-poesia di Christian Tito)

Sono particolarmente orgoglioso e felice di avere la possibilità di ospitare in Via Lepsius il cortometraggio che Christian Tito ha realizzato nel 2012 sull’ILVA di Taranto. Più che le mie, penso siano efficaci le parole stesse che Christian mi ha fatto avere assieme al suo film-poesia:

Nonostante permanente e opprimente sia lo sfondo dell’Ilva di Taranto, la fabbrica d’acciaio più grande d’Europa; nonostante io sia tarantino e mio padre sia morto per cause in buona parte riconducibili a tutto ciò che in vita ha respirato lavorando in quella fabbrica, il corto-documentario “I Lavoratori Vanno Ascoltati” tenta di andare oltre il dolore e la perdita personale pur nascendo proprio in risposta ad essi. Lo strumento a cui si affida per il superamento è la poesia. Attraverso di essa la fabbrica della mia città può diventare il simbolo di tutte le fabbriche e i ricordi di Michele Sibilla, un suo lavoratore, possono incontrare e mischiarsi a quelli di lavoratori di fabbriche lontane, come quelli di un operaio marchigiano che sarà anche una delle voci letterarie più interessanti e potenti del nostro tempo: Luigi Di Ruscio, poeta scomparso nel febbraio del 2011, emigrato giovanissimo ad Oslo per lavorare 40 anni in una fabbrica di chiodi.
Come insegna lo straordinario poeta fermano attraverso la sua opera: dovere della poesia non è mettere in fila belle parole, ma testimoniare il nostro tempo anche quando duro e disumano; mettersi in ascolto dell’ambiente, della storia e delle persone e lasciare a chi potrà e vorrà ascoltare, una qualche traccia sensibile.
Questo è quanto questo lavoro tenta di fare, perché questo è ciò che fa la poesia: ascoltare tutto e tutti nonostante pochissimi ascoltino lei.

 

 

Ad ulteriore commento del video dalla raccolta di Luigi Di Ruscio Le streghe s’arrotano le dentiere del 1966 (tra l’altro scaricabile gratuitamente dal sito http://www.cepollaro.it/poesiaitaliana/DiRuTes.pdf) propongo i versi che seguono:

Anche se dopo la fatica il cervello
è ancora in balia di questa furiosa costruzione
che a me fa costruire chiodi
di cui mai saprò chi andranno a crocifiggere
dopo poco riposo e mangiato
la stessa furia a me fa premere sui tasti le parole
a te fa scandire segni colori compatti
le tue maternità disumane
e ancora possiamo incatenarli i mostri
vincerli e digerirli per la notte e per la gioia
nella tua casa in confusione
dove ti attendono moglie figlia e pranzo
dopo aver alzato posate come alzassi utensili
io nella mia camera tre metri per cinque
pareti bianche e migliaia di fogli bianchi
per mettermi in croce e crocifiggere
in lotta con la stanchezza e con lo sporco
ed è ancora tutto presso di noi
ancora può tutto arrestarsi
non aspettare il sabato inizio del riposo di Dio
il riposo sia ancora per noi lontano
il riposo sia ancora per Dio
e questo inferno per noi.

Infine, per chi desiderasse approfondire la proposta di Christian Tito, ecco tre link utili:

https://www.facebook.com/ILavoratoriVannoAscoltati?fref=ts