Farfalle di suoni sulle labbra (leggendo la poesia di Elina Miticocchio)

di Antonio Devicienti

 

kurosawa sogni 1

Un fermo-immagine dal film “Sogni” di Akira Kurosawa.

 

 

Forse dovrei scrivere della leggerezza tendente allo haiku, della delicatezza delle immagini, della loro levità e colorata trasparenza, di una voce poetica che pare sussurrare e giungere fino a noi discreta, con il timore di disturbare e pur tuttavia con il desiderio di farsi udire, gentile, dolce, discreta. Sì, dovrei scrivere di tutto questo, perché c’è tutto questo nel libro di Elina Miticocchio Per filo e per segno (Terra d’ulivi, Lecce, 2014) e rimando volentieri anche alla bellissima e magistrale lettura di Anna Maria Curci http://letteremigranti.wordpress.com/2014/06/29/elina-miticocchio-per-filo-e-per-segno/.
Ma alla mia attenzione di lettore s’impone prepotente il movimento di tessitura che si coglie traverso il libro e di questo voglio soprattutto scrivere, perché è qui che vedo la forza di quest’opera e perché connessi ci sono i temi del tempo e della memoria e dell’ascolto e dell’attesa.
Nella perfetta coesione d’impaginatura, titolo, immagine di copertina, nel bianco elegante del libro, in quel filo e in quel segno di un diffuso modo di dire (si dice tutto, si racconta tutto per filo e per segno, infatti) c’è quest’antichissimo movimento civile del tessere, del cucire; raramente le donne stavano da sole mentre tessevano o cucivano (ricordo bene mia nonna, mia madre e le mie zie insieme a lavorare e a chiacchierare incessantemente: ed erano ricordi, anche pettegolezzi dalla vita del paese, racconti di sogni notturni) e quell’incombenza femminile, quell’incombenza-incontro fondava, inapparente e sommersa, la civiltà della comunità. Ché quasi sempre dimentichiamo quanto fondanti siano stati i mestieri affidàti alle donne e mai elevati alla considerazione generale. Con simili pensieri in testa ho letto e riletto il libro senza potere sottrarmi ad una visione: vedevo Maria Lai pensare e realizzare i suoi telai, la vedevo nel momento dell’intuizione che appunto il tessere e il legare fondino la civiltà ed il suo ben-essere, assieme all’arte del vasaio e alla cottura del pane.

Riavvolgo il gomitolo
la lana presa al mercato

scucio il bottone dal vestito
sono bambina

– l’ago e il filo conservati

nella scatola dei biscotti

dolci stelle
come di pane

lievitate sotto la coperta
ancora scottano le mani (pag. 7).

Così limpida e cadenzata questa scrittura, così concentrata su atti essenziali e vitali l’attenzione della mente.

Mi spunta in testa      il mare
lunga una conchiglia
soffiata in cantilena da mia madre
(pag. 8).

Elina tesse infatti un libro in cui la femminilità esprime se stessa in maniera netta e priva di sentimentalismo, senza melensaggini ed evitando accuratamente i luoghi comuni: Elina bambina (d’estate i quaderni riposavano pigri, pag. 9), Elina donna (tra vento e lune rosse / il mio corpo di donna, ibidem), sua madre (mia madre li riponeva / nella stanza fresca metteva una spiga di lavanda, ibidem: ed ecco che ci accorgiamo che la silloge è anche un tessere il dialogo con la madre e con il ricordo di lei) e non la memoria come più comunemente viene intesa, ma la memoria che si concretizza in testo poetico, in questo filare, appunto, le trame delle immagini, dei simboli, dei suoni, di tutto ciò che è umano (sempre a pag. 9), in questo farsi presente. Ricordare non è, dentro questo libro di poesia, abbandonarsi alla nostalgia e alla melancolia, ma attraversare tessendo un territorio materiato al contempo di veglia e di sogno, di immaginazione e di osservazione delle cose e dei fatti: c’è allora uno specchio che è, stupendamente, una finestra nel ricordo (pag. 11) e le case abitano i propri abitanti:

Ho avuto case ad abitarmi
nessuna cosa è perduta.
Le tue stanze senza porte avevano oblò
non troppi mi sarebbe parsa una prigione
così l’ho scambiata per una nave.
Anche di notte faccio ritorno
senza parola approdo appiglio
sosto e attendo
spengo la luce tesso illusioni
filo il miracolo d’onda immobile
(pag. 14).

 

kurosawa sogni 2

Kurosawa “Sogni”.

 

Si sente immediata una sapienza poetica derivata da instancabili letture, ma anche da una consuetudine personale a dire in poesia la propria vita, pure in quei momenti, mi pare d’intuire, che si sogliono definire “prosaici” e che, invece, vengono riscattati proprio dalla sapienza del dire: stano i frammenti // stanno in un secchiello di sale / bagnato appena tra i panni lavati / un pugno di vento cammina / tra la mia ombra e un sole // stendo le idee al sole di neve (pag. 19): da un punto di vista meramente tecnico è facile identificare la paronomasia, l’allitterazione, la personificazione, la reiterazione e via enumerando, ma è fondamentale sottolineare la naturalezza dell’espressione raggiunta appunto grazie a questa sapienza del dire e mi piace, mi piace moltissimo la scelta di ridurre al minimo i segni d’interpunzione (il punto fermo ricorre pochissimo), proprio perché in questo libro si tesse, non si spezza né s’interrompe. Nel medesimo spirito si collocano le citazioni dalla poeta-amica Fernanda Ferraresso, per cui ben quattro sezioni del libro sono aperte con il medesimo verso iniziale (crescete alberi) cui seguono versi che sempre esprimono il rapporto vitale e irrinunciabile con la natura e con l’esistenza in quanto generatrice di vita. A tal proposito anche le citazioni da Francesco Balsamo, Iole Toini, René Char ci consegnano l’idea di un’opera che vuol cucire se stessa con altre opere poetiche lette ed amate per affinità. Tessere significa infatti annodare tra di loro i fili; apparentemente insignificante ed invece fondamentale la congiunzione copulativa e:

un sonno
piccolo di stanze
mormora  
sillaba   tra –
e un filo stretto
parola fascia
eco l’ombra
(pag. 24) – oppure quella e è una desinenza che soltanto la capacità metamorfica della poesia può staccare dal tema verbale, pur mantenendola ad esso unita? È una mormorata sillaba tra le altre e un filo stretto, oppure è una sillaba che tra-e il filo stretto, la parola-fascia, l’eco-ombra? Mi piace accettare entrambe le interpretazioni, esattamente come fili di vario colore possono essere tessuti tra di loro nelle combinazioni più diverse. In tal senso decisiva è la vista: negli occhi ciò che leghi a un passo da te – (pag. 35), anche occhi come telai, dunque, mentre alla pagina seguente si legge:

La parola spesa
presa all’amo divenne
guerra e sole
e non valse una cornice
per disegnare i volti
stretti schiacciati nella valigia
di cartone le scritture esuli
naufraghe in perenne ascolto di voci
affogate in mare
un perimetro brevissimo di carta bagnata

dal momento che la levità, che pure caratterizza quest’elegantissima scrittura, non dimentica le scritture esuli, naufraghe, affogate in mare, è essa stessa scrittura esule se assumiamo per vero che si è permanentemente esuli dentro l’esistere. Nell’iride dei colori che pure ricorrono nella raccolta tende infatti a prevalere il bianco, colore sia dell’assenza che della potenzialità (la distesa di neve da percorrere, il foglio bianco da ricoprire di scrittura, preferibilmente a matita – scrivo con la matita, si legge a pag. 39) ed Elina dice con meravigliante originalità: la rivelazione / del bianco adotta uno spicchio di nero (pag. 38), ben sapendo che nell’universo dei colori ognuno di essi esiste in ragione ed in rapporto con gli altri.
Ma la capacità immaginativa dell’autrice inventa altri sintagmi memorabili: il grano del passo (pag. 43), ad esempio, che, assieme alle terrazze assolate che fanno capolino nel libro, mi fa pensare alla terra d’origine dell’autrice, Foggia e il Foggiano, terra di grano e di calde estati, terra mediterranea dove la vita      il filo      rosso // fiorita di limoni (pag. 45) si dipana. E c’è anche il Bodini di arancio limone mandarino? Senz’altro c’è un amore personale per i colori, per le loro tonalità e variazioni:

per la strada
dell’oro col mio filo-bottone
leg(g)o la scucitura
dei sassi che ho perduto
(pag. 50). Ricordando certi stilemi della poesia di Fernanda Ferraresso quando essa sembra incidere con un bisturi il vocabolo per farne scaturire o metterne in luce altri in un primo momento invisibili, in questo caso leggo si rivela anche un lego (etimologica verità, dato che entrambi i verbi italiani derivano dal latino legĕre, raccogliere ed anche leggere) in perfetta coerenza con il filo-bottone e con la scucitura. E giunto a questo punto della mia lettura posso forse a ragione dire che si avverte chiaramente come Per filo e per segno sia libro frutto di una lunghissima meditazione, tessuto attraverso anni di paziente scrittura e di attesa. La consegna alle stampe deve essere stata difficile, torturata da mille dubbi, da mille nodi irrisolti che però il lettore non vede né immagina: soltanto l’autrice, rileggendo i propri versi, saprà che cosa c’è dietro di essi, ricorderà la messe grande delle varianti possibili. Tra le mani di chi legge e davanti ai suoi occhi c’è, invece, un mondo-libro di grande equilibrio ed armonia, un canto tessuto con la finezza e con la profondità di una psicologia sensibilissima e delicata.
Ricordo le parole di Fernando Pessoa: Per viaggiare basta esistere. / Passo di giorno in giorno / come di stazione in stazione, / nel treno del mio corpo / o del mio destino ed infatti:

(…)
Del viaggio e del labirinto
della stanza
di mia madre

conto i passi
e germoglio figlia
un canto che rinasce
(pag. 51). Quanto può viaggiare la mente mentre lavora al telaio della vita e della poesia! Quale universo sconfinato possono essere una stanza ed una casa (basti pensare al Porto di Toledo di Anna Maria Ortese)! E quanto affine è il tessere al germogliare (medesimo tempo lento di pazienza ed attesa, medesima precisione del crescere ed armonia del venire ad esistere)!
Oppure si sguscia fuori dall’acqua (l’elemento primigenio ed amniotico) come

Le bambine dei sogni
sgusciano dall’acqua
(…)
il loro sguardo     
mentre
ci insegue (pag. 52): nel libro di Elina si può essere guardati dai sogni, dunque, misteriose bambine che conoscono forse i luoghi da cui germogliano l’immaginazione e la libertà;

(…) stanno tornando
le bambine dai capelli rossi
(pag. 53): mi si perdonerà se, irresistibile, mi torna alla mente Pippi Calzelunghe e, appunto, la sua sorgiva libertà, il suo sbrigliato, geniale sberleffo nei confronti del mondo degli adulti? Nel mio personale universo di lettore accostare questo libro a quelli di Astrid Lindgren significa dire che il libro di Elina ne ha la stessa felice libertà, la stessa allegria, la stessa consapevole affermazione di un mondo, di una cultura, di una mentalità alternativi alla cultura e alla mentalità imperanti, infarcite di violenza e di sopraffazione.
La carne del libro, come scrive Iole Toini, si offre ancora alla scrittura per il congedo dal libro: Era imprecisa l’età della donna nemmeno sapeva chi mai abitasse la casa… (…) Le imposte acute, spigolose aprivano alla gioia e chiunque potesse guardare, oltre le travi, avrebbe scorto un fluttuare di corpi, si sarebbe detto di corallo. Tra quelli anch’io, anche se non lo sapevo, ero un sogno, un segno di viaggio. Da anni e da tante visioni mi nutrii di azzurri, mai visti di più belli, mai l’immaginazione ne disegnò più lucenti nell’argento dello specchio, là dove apre alle ombre le sue porte.
Nel vento viaggiava la donna, e nel tempo, piano, un’anima fanciulla prendeva il suo posto.
Aveva voli negli occhi e farfalle di suoni sulle labbra (…)
(pag. 56). Con questa bellissima poesia in prosa si chiude Per filo e per segno ed il lettore trova la conferma del fatto che la tessitura di questa poesia è fatta anche degli aerei passaggi tra verso e verso e tra testo e testo, tra lettura e sogno e tra sogno e lettura. I sogni sono segni, sostiene Elina, ma durante tutto il libro abbiamo imparato che la fanciulla e la donna partecipano di una danza vitale i cui passi appartengono ad entrambe, il cui tempo è un’inscindibile compresenza di presente e di memoria, il cui spazio è a sua volta inscindibile compresenza di sogno e veglia.

Per continuare a respirare il poetico dialogo tra parole ed immagini invito a vistare il bellissimo blog di Elina Imma(r)gine all’URL http://elina11.wordpress.com/.

 

kurosawa sogni 3

Kurosawa “Sogni”.