“Provare a essere una voce tra le voci”

di Antonio Devicienti

Il 19 luglio Christian Tito ha scritto un lungo commento all’articolo “La parola necessaria”, ma tale commento mi si è rivelato, piuttosto, un vero e proprio intervento articolato e puntigliosamente argomentato che mi fa piacere riproporre sotto forma di “post” , anche perché mi preme non poco che si continui a riflettere sui molteplici temi affrontati nel suo cortometraggio “I Lavoratori Vanno Ascoltati”. Un nuovo grazie a Christian e alla sua passione di cittadino e di poeta.

 

Sono lusingato, Antonio, che il mio corto abbia fornito ulteriori spunti di riflessione e approfondimento. Ho letto con molto interesse l’articolo di Saviano sulla terra dei fuochi. C’è un forte legame, a mio avviso, tra queste due tragiche realtà letteralmente violentate nella loro originaria bellezza. La cosa più evidente è che a offenderle, a distruggere nel tempo ambiente e popolazione ( che nell’ambiente vive e di cui fa parte ) c’è tutto il peggio di certi difetti e mali culturali tipicamente italiani. Dalla mafia reale che con le sue ramificazioni nel nord va a sversare nel sud tutto il veleno che sfugge ai normali e corretti iter di smaltimento, a quelle altre “mafie” che con quella reale sono spesso colluse, ossia le frange più corrotte , corruttibili e corruttrici di certa politica; quelle magari non corrotte ma incapaci, che non fanno politica per il suo fine nobile, quello per cui occorre una reale ed alta vocazione: quella di essere nel mondo per tentare di risolvere i problemi concreti e migliorare la vita della gente, ma col solo interesse di utilizzare per se stessi il potere acquisito e i suoi relativi privilegi difendendolo con tutti mezzi possibili; poi, sindacati e sindacalisti che , a parte pochi casi isolati, hanno assorbito e spesso amplificato gli stessi difetti della politica; in fine , per non correre il rischio di guardare solo ai potenti e a chi il potere gestisce, occorre anche guardare a certe debolezze culturali della gente comune, di larga parte della popolazione la quale non capisce che la bellezza della vita sta proprio nello scegliersi un sogno , costruire un programma, sudare e lottare per esso, anche quando questo significa andare contro corrente e conoscere la fatica che tanto avrebbe da insegnare. Diciamolo: quanti di noi sono cresciuti con la sensazione che il merito all’interno di questo sistema non solo non esista, ma che non sia proprio nemmeno contemplato in quanto possibilità virtuosa di cambiamento di una struttura sociale ed economica stantia e asfittica? Non solo, a quanti giovani, forse ancora di più nel nostro meridione ( mi duole dirlo), viene passata l’idea che per andare avanti in Italia occorre solo la raccomandazione giusta, l’inchino al potente di turno, il voto in cambio del favore? Vendersi per dei venduti e per cosa? E quanti, per i giovani, sono in grado col loro esempio di incarnarsi come possibile modello alternativo a questo così piccolo e vile? Quanti i veri maestri, in Italia , al giorno d’oggi?
Mi torna in mente la ballata delle madri di Pasolini…

Mi domando che madri avete avuto.
Se ora vi vedessero al lavoro
in un mondo a loro sconosciuto,
presi in un giro mai compiuto
d’esperienze così diverse dalle loro,
che sguardo avrebbero negli occhi?
Se fossero lì, mentre voi scrivete
il vostro pezzo, conformisti e barocchi,
o lo passate a redattori rotti
a ogni compromesso, capirebbero chi siete?

Madri vili, con nel viso il timore
antico, quello che come un male
deforma i lineamenti in un biancore
che li annebbia, li allontana dal cuore,
li chiude nel vecchio rifiuto morale.
Madri vili, poverine, preoccupate
che i figli conoscano la viltà
per chiedere un posto, per essere pratici,
per non offendere anime privilegiate,
per difendersi da ogni pietà.

Madri mediocri, che hanno imparato
con umiltà di bambine, di noi,
un unico, nudo significato,
con anime in cui il mondo è dannato
a non dare né dolore né gioia.
Madri mediocri, che non hanno avuto
per voi mai una parola d’amore,
se non d’un amore sordidamente muto
di bestia, e in esso v’hanno cresciuto,
impotenti ai reali richiami del cuore.

Madri servili, abituate da secoli
a chinare senza amore la testa,
a trasmettere al loro feto
l’antico, vergognoso segreto
d’accontentarsi dei resti della festa.
Madri servili, che vi hanno insegnato
come il servo può essere felice
odiando chi è, come lui, legato,
come può essere, tradendo, beato,
e sicuro, facendo ciò che non dice.

Madri feroci, intente a difendere
quel poco che, borghesi, possiedono,
la normalità e lo stipendio,
quasi con rabbia di chi si vendichi
o sia stretto da un assurdo assedio.
Madri feroci, che vi hanno detto:
Sopravvivete! Pensate a voi!
Non provate mai pietà o rispetto
per nessuno, covate nel petto
la vostra integrità di avvoltoi!

Ecco, vili, mediocri, servi,
feroci, le vostre povere madri!
Che non hanno vergogna a sapervi
– nel vostro odio – addirittura superbi,
se non è questa che una valle di lacrime.
È così che vi appartiene questo mondo:
fatti fratelli nelle opposte passioni,
o le patrie nemiche, dal rifiuto profondo
a essere diversi: a rispondere
del selvaggio dolore di esser uomini.

Ma , ora che ho esternato e provato ad abbozzare un quadro delle cause, certo poco specifico, torniamo a Taranto, alla mia città e all’Ilva. Esiste ormai molta buona letteratura sul problema che essa rappresenta ed anche molto buon cinema documentaristico e di finzione. Cito, tra i tanti che non ho ancora avuto modo di vedere o leggere , alcuni lavori che mi sembrano importanti. Tra quelli di taglio più reportagistico, analitico e informativo non si può escludere il libro “La città delle nuvole “ di Carlo Vulpio , meritevolissimo di attenzione soprattutto per la scientifica ricostruzione numerica degli effetti disastrosi su uomini e ambiente, tra l’altro è uscito nel 2009 quando i riflettori erano ancora cosa ben lontana; poi vi sono alcuni documentari importanti: “La svolta: Donne contro l’Ilva” di Valentina D’Amico e “Arrivederci a Taranto” di Roberto Paolini, non posso inoltre non menzionare un altro documentario breve del bravissimo Pippo Mezzapesa che col suo “settanTa” racconta una giornata vissuta nel rione Tamburi proprio a ridosso dei fumi e le polveri dell’Ilva e, ancora, un cortometraggio di un regista tarantino di cui, sono pronto a scommetterci, sentiremo molto parlare : il talentuoso Giacomo Abbruzzese che col suo “Fireworks” mette in scena addirittura l’esplosione della fabbrica operata la notte di capodanno, tra i fuochi d’artificio, da un gruppo internazionale di ecologisti.

Io col mio lavoro, come dicevi tu, ho tentato la via della poesia, quella delle immagini , della musica e delle parole. Certo, non sono un professionista e credo si senta, ad ogni modo ho usato il registro che mi viene spontaneo poichè non saprei usarne un altro. Mi piace l’idea che, insieme ad altri , ognuno col suo timbro e la sua vocazione, si provi a lasciare una traccia di quella dura realtà. Ora ho 39 anni, sono andato via da Taranto quando ne avevo 18 . Eppure, l’esperienza di essere tarantino, di avere perso una persona cara ( come tantissimi concittadini) che lì ha lavorato per una vita, di essere cresciuto, come tutti i tarantini, con lo spazio dell’orizzonte occupato da un’entità gigantesca piantata lì proprio per “l’occupazione”, col miraggio del benessere e della prosperità ( la quale, dopo essersi in parte palesata, ha illuso tutti, perché, proprio per le inadeguatezze e le incurie di cui dicevamo sopra, in mancanza di seri piani di sviluppo industriale , si è trasformata poi in una fucina di devastazione), tutto questo, dicevo, mi ha segnato profondamente portandomi a realizzare un lavoro dove le immagini ( che accompagnano le parole di chi lì o in altri luoghi simili ha lavorato) sono forse più simili a memorie visionarie, poiché il sogno, la visione sebbene trasfiguri la realtà, spesso ne svela più intensamente e profondamente alcuni aspetti. Ecco, questo è ciò che ho tentato di fare, ed è, tra l’altro, l’unico modo per me possibile di concepire la poesia: provare a essere una voce tra le voci , per testimoniare insieme il proprio passaggio nella vita, nell’incontro con altre vite all’interno di questa comune esperienza umana. Provare a condividere tutto questo coi pochi maestri che me l’hanno insegnato e, per fortuna, con non così pochi compagni di viaggio…