Via Lepsius

concatenazioni, connessioni, attraversamenti

Mese: agosto, 2014

Sonetti dei destini 8

 

a Marco e Lucetta (entrambi sanno perché)

 

Wols_Esstisch

Wols: ohne Titel (Stilleben Esstisch), 1937.

 

 

In più d’un’intervista Amelia Rosselli esprime ammirazione per il poeta-asceta di Melicuccà: silenzio e solitudine sprezzati valori, necessari paesaggi:  per Lorenzo Calogero.

Quando la solitudine s’addensa
fin nella riarsa cenere invernale
del focolare e i bicchieri, la credenza,
la mensa, la madia sono il sognare

delle cose di se stesse, ma senza
più traccia di presenza umana, andare
delle congelate ombre nell’immensa
casa sprangata all’attesa serale,

lanterna di controvento il mano
scritto, oscillante fanale del treno,
si consegna al passaggio per stazioni

deserte, fedele alle sue ossessioni,
segnato, ingravidato, scabro greto
di fiumara, spasmodico nell’eco.

 

 

 

Anna Bergna per Via Lepsius

 

 

210 1957

Giuseppe Capogrossi, Superficie 210, 1957

 

 

1.

Il nostro corpo esteso
oltre le mura rosse e il mare chiuso.
Echi ombelicali
e soprassalti delle periferie.
Gigli sulle dune del tempo.

L’arcipelago universale, l’isola planetaria,
la teca dei cervelli, la guaina di mielina,
il ticchettio dell’orologio,
il marinaio in coffa.
Ma il pesce discende la corrente,
esplora, vive, torna a seminare
e una farfalla sulle onde
senza un approdo muore.

I sogni, le nefaste bugie dei viaggi intergalattici,
le colonie con i bambini in serra.
Quel vagare della vita tra corridoi del vuoto,
priva di vigna e di viticci,
con la speranza che il non visto sia
sempre congeniale
e l’aerostato, strappata la zavorra,
possa ricadere
tra le mammelle di una divinità accogliente.

Alle nuvole bianche, dissolte nel sole,
sostanza che non vediamo ricadere,
vaticini di paradisi oltre le coste,
matriosche di mondi e di pensieri,
concentriche possibilità verticali,
ad esse noi ancoriamo l’immaginazione
di un amore che non ci tradirà nella vecchiaia.

Ma ai nembi,
che lenti si addensano
prima di una pioggia e si incagliano
nella corona alpina
condannati inchiodati trafitti
e che precipitando suggeriscono
cicli di evaporazione,
a queste perturbazioni ereditate
neghiamo le finestre.

Illusi d’essere uccello che avanza
su foglie cerose di ninfea
tra il sogno dell’alto e del profondo,
tra la melma, dove lo stelo radica,
e la luce, verso cui protende.
Nuovi spettatori.
Illusi di volare verso
una dimensione ultraterrena.

Ma la pioggia che gronda da atmosferiche altezze,
dai nidi azzurri del pensiero,
dagli orti dove la polvere
è semenza di ogni frutto e della sua mancanza;
l’acqua che scende dai confini dell’umano
e poggia inascoltati sermoni sulle foglie del melo
dentro l’aiuola tana, grembo nel grembo,
non versa lacrime di spiriti vaganti nello spazio dell’incompiuto,
non dolore dei diseredati sull’arca già affollata:
quest’acqua che sale dalla carne
è morte dei morti
definitiva fine che discende
sul tetto di lamiera sforacchiata.

Mentre i gabbiani giocano tra raffiche del nulla
e le generazioni si incantano al medesimo fiore,
i corpi spenti fluiscono
nelle cisterne metropolitane,
gorgogliano
nei sifoni,
si accomodano
in bizzarre forme di contenitori.
Circumnavigate le possibilità,
liquefatti i legami,
abbandonate le ambizioni,
che all’orizzonte si illuminavano come si illumina la luna schiava,
temiamo di scorrere
nei piovaschi che strappano le vesti rosse
e lasciano le ossa biancheggiare.

La goccia d’eterno ci appare
come destino limitato:
cosa conserverà la pioggia del nostro esserci stati
e degli sguardi evanescenti
al suo ugualmente effimero
ma perenne ricadere?

 

 

 

igloo 1969

Mario Merz, Igloo, 1969

 

 

2.

Su questa terra recintata, siamo
fragili animali
dal pesante cervello e dal breve intestino.
Dal breve destino
di chi declama l’irreale.

Per i morti dell’ultima stagione
si coltivano fiori:
crisantemi e gladioli
dalla terra dei loro giardini,
perché dissolvano sapendo di tornare.
Il corpo, il dono,
gli ossimori del pensiero:
trattenere, lasciando scivolare.

Rose in lattice ,
imitazioni ordinate dell’effimero,
quale canto d’addio possono intonare?
Non il pianto d’Orfeo per Euridice,
ma del sopravvissuto al mondo,
dell’ultimo migrante che saluta la casa
già vuota
e nudo dirige alla spiaggia.
Quando l’inverno si è fatto troppo freddo
per trafficare con gli annaffiatoi.

Perenni relazioni simultanee
ingabbiate in video colombari,
richieste d’amicizia accettate
dopo le fiamme dell’incenerimento,
spettri senz’ombra camuffati da angeli.
Avanzi immateriali, fantasmi condannati
a vagare tra le macerie della generazione,
incatenati in un mondo che invecchia
con vesti bizzarre dell’infanzia.

Altrove gli oggetti possono durare,
tenersi sull’orlo della fossa,
scongiurare
lo smantellamento esistenziale,
ancorati al fondo dei cassetti.
La breve scia olfattiva,
le persistenti rughe dell’impronta,
la superficie che non schiude
il sigillo della proprietà:
che non riduce, non piega a noi.

Angeli del ricordo e della nostalgia,
non più grandi di un fiocco di neve,
di un bottone. Consunti e sfolgoranti.
Qualcosa che opponga alterità:
la loro giacca, il loro cuscino.
Un desiderio di penetrazione
che stia con noi nel breve tempo,
cedendo polvere e colore,
mentre la testa incanutisce.
La Venere di Willendorf
l’uomo leone di Stadel.

E i panorami ci accompagnano
e i nomi di luoghi, fedeli all’esistenza,
che come animali mutano
continuamente aspetto.
I sempre cari nascosti alle spie satellitari:
angeli dalle solide ali privi di lingua nazionale.

Luoghi e sentieri tracciati
nella boscaglia a colpi di machete.
Il racconto di un mito comune,
reperti di una civiltà che affolla
di indizi i nostri sogni:
tracce del breve volo di coscienza
nell’infinita valle dell’istante.

 

 

 

289 1958

G. Capogrossi, Superficie 289, 1958

 

 

 

Con rabbia e amarezza

Dedicato a tutti coloro (bambini, fotoreporter e persone in  ogni caso innocenti) che vengono uccisi ovunque nel mondo. Con rabbia ed amarezza.

 

 

 

 

 

Sonetti dei destini 7

 

Roma, stratificata città, spasmi di vita, spasmi di sole: per John Keats.

 

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Louis Kahn: veduta di San Pietro (1928-’29), acquerello.

 

 

Questo tramonto senza fine forse
e trasvoli lunghissimi di rosso
se morire è succedersi di corse
disperanti fino alla poesia-osso.

Acqua, acqua alla fronte febbricitante
caro amico e finestra spalancata
sopra i suoni di Roma musicante
città per guarigione sospirata.

Ma vortica la luce per chi muore
senza poter sentire più l’odore
di salvia che lungo la scalinata

verso l’alto s’inabissa svelata
vertigine inzuppata nel sudore
scrittura, melanconico tremore.

 

 

Servo inadeguato delle parole: su “Tagli” di Marco Sonzogni.

 

Ho incontrato per la prima volta il nome di Marco Sonzogni sulle pagine della rivista online Samgha: si trattava di sue traduzioni in inglese di raffinatissimi testi di poeti di lingua italiana, poi di un manipolo di suoi inediti in forma di bestiario. Ritrovo Marco Sonzogni in quest’elegante, armoniosa, matura raccolta di testi che vanno dal 2009 al 2014, edita due mesi fa dalla Vita Felice di Milano e che ci restituisce l’immagine di un autore coltissimo (Sonzogni è tra l’altro docente universitario di lingua e letteratura italiana a Wellington in Nuova Zelanda), che sa essere ironico ed autoironico, un artista che impiega sapientemente la metrica e gli accorgimenti retorici per restituire in forma d’arte, ma anche in forma di sentimento il suo rapporto con se stesso, con gli altri, con la realtà e con il proprio tempo. L’esergo da Bevilacqua (La poesia è registrazione rapidissima di momenti chiave della nostra esistenza. In ciò è pura, assoluta, non ha tempo di contaminarsi con nulla. Nemmeno con i nostri dubbi) è pressocché una dichiarazione di poetica, cosicché la prima parte (Preludi fugati) è come giocata tra due sponde: il Marco bambino e il Marco di oggi, “carco”, per dir così, d’esperienza, ma aggiungerei a volte anche ferito e comunque reso consapevole proprio dalle esperienze vissute. Ennui è, significativamente, il primo testo proposto da Sonzogni: moderna e baudelairiana nella tematica (non sfugga la titolazione in francese, essendo ennui forse più pregnante e complesso, molto più carico di portati storici e culturali rispetto all’italiano noia), la quartina si confronta con una realtà privata e volutamente circoscritta, proponendo ed accettando la sfida di dire, nel corso del libro, in maniera articolata, convincente, all’altezza di modelli (sui quali poi mi soffermerò) l’esperienza soggettiva che nasce all’interno di un’infanzia vissuta nella provincia lombarda (e anche in quest’àmbito Sonzogni sa benissimo di dover fare i conti con l’ormai classica e a volte stereotipata definizione di “linea lombarda”).

Ennui

Sera nera in paese. Faccio
fatica a non pensare a te:
mi rimane solo il ghiaccio
di una lenta, stinta estate (pag. 11).

Penso si possa già sùbito intuire come Tagli proceda sul difficilissimo crinale di una poesia totalmente consapevole e molto, molto colta, ma che è obbligata, per riuscire, a dispiegarsi con una freschezza e una forza di persuasione capaci di generare simpatia, partecipazione, contatto empatico tra lettore e autore senza cadere nel soggettivismo né nell’autobiografismo più ovvi e banali.

Nei brevi testi della prima sezione si ritrovano cenni ad un’infanzia significativamente scandita dall’educazione cattolica (ma i molti intarsi di latino ecclesiastico presenti e ricorrenti dicono anche del germogliare della passione filologica e linguistica grazie a suoni e formule uditi fin dalla tenera età e trasformatisi poi attraverso il maturare della consapevolezza sia psicologica che culturale in pratica quotidiana della filologia e della linguistica che costituisce un arco di volta della poesia stessa).

 

 

Fontana

 

Non ho remore a scrivere che Bilanci (pag. 17) è uno dei vertici del libro e testo per numerose ragioni indimenticabile:

Bilanci

È viva l’esca che getto in acqua una fredda domenica d’inverno, aspettando che un luccio in ansia mi creda. E che segni l’Inter. La radiolina parla rasoterra dall’argine: Tutto il calcio minuto per minuto, da San Siro Sandro Ciotti racconta di spalti gremiti al limite della capienza e di terreno non in perfette condizioni. Qui dove sono, invece, non c’è proprio nessuno, la terra è perfettamente a posto, e così pure l’aria, e l’acqua.

Quasi ci credo all’invito dal tavolo della cortesia. Poi però arriva il conto, travestito da condizionale. Ma so parlare soltanto all’indicativo e non cedo alle lusinghe dei patti. Preferisco stare lontano e sempre più vicino, minuto per minuto, al silenzio. Perché il contatto porta al baratto e lo scambio è presto avariato da calcoli e ritorni. Meglio tornarsene a casa a mani vuote e nei polsi ancora intatta la promessa.

Ripenso al tuo volto contrariato. Da non crederci. L’Inter ha perso ancora come spesso di questi tempi. Poi, nelle fette fucsia d’anguria allineate sul piatto come carte smazzatte da abile croupier, ritrovo, minuto per minuto, le tue mani paterne, immerse in un secchio dove stava al fresco in cantina la nostra anguria, pronta ad alleviare un torbido pomeriggio agostano d’adolescenza, ancora più lenta senza le partite.

La passione calcistica per una squadra dal grande passato, ma che non riesce più a vincere, è trasparente metafora di una passione esistenziale che impara molto presto a confrontarsi con le sconfitte o con le illusioni cui non bisogna cedere e che trova in gesti minimi un senso sia psicologico che morale. Chiunque sia stato bambino in Italia tra gli anni Settanta ed Ottanta, specialmente se maschio, ricorda le domeniche pomeriggio con l’orecchio teso alla radio e la voce inconfondibile di Sandro Ciotti e ritrova la bellezza di un italiano forbito e ricco che oggi non esiste più nelle cronache sportive, ma che in quegli anni, forse, contribuì ad accendere la fantasia di molti, ma anche ad arricchirne il vocabolario. Profonda e commossa sembra la sensibilità di Sonzogni per la lingua che, in maniera magistrale, in questo testo si dispiega in tre brevi parti intrise di ricordi (quei ricordi che plasmano il carattere dell’adulto a venire) e di tensione morale (non scendere a patti con chi propone compromessi, accomodamenti). La figura paterna compare sotto la specie delle mani paterne evocate dalla fetta fucsia dell’anguria e, nella sua salda laconicità, questo passaggio del libro dice molto delle scelte stilistiche di Sonzogni che non indulge al sentimentalismo, ma sa commuovere con l’icasticità di poche, brevi frasi. E c’è l’evocazione delle stagioni (in questo caso i pomeriggi domenicali d’inverno e quelli torridi di agosto), tema ricorrente più avanti nel libro, specialmente la stagione calda ed agosto in particolare, forse perché il caldo eccessivo, che ottunde la mente e i sensi, sembra rallentare e dilatare il tempo, dando così modo alla memoria di affiorare e fissarsi in scrittura, sobria ed elegante, consapevole e precisa e incisiva come un bulino: eccola qui la differenza tra un poeta ed un “poeta della domenica”. E faccio notare, per concludere, il ricorrere in ogni parte del testo dell’espressione minuto per minuto che, dal titolo della celeberrima trasmissione radiofonica, transita in un vero e proprio atteggiamento intellettuale, etico e memoriale: parafrasando potrei dire che Tagli è, minuto per minuto, la storia di una formazione umana, sentimentale ed intellettuale, poi anche, minuto per minuto, il piacere sia fisico che mentale di scrivere, di comporre versi, di costruire testi, di inventare intarsi e linguistici e figurali. Una posizione rasoterra, tra fiume e terreno, intrisa dell’attesa che un luccio in ansia mi creda, piena degli umori terreni più veri e fecondi.

L’ultimo testo della sezione (Il giorno dopo a pag. 24) fa da ponte con la seconda parte del libro (Varianti familiari): s’intuisce che un sisma ha letteralmente scosso la tranquillità della vita quotidiana e familiare, richiamando la mente a quanto sia, in realtà, fragile l’equilibrio cui si è pur faticosamente giunti.

Le poesie dedicate alla moglie, tenere ed autoironiche, quasi bisbigliate, ma robustamente costruite, tematizzano ovviamente l’amore coniugale e richiamano per affinità quelle di Paolo Febbraro in Il bene materiale. Poesie 1992-2007 (Scheiwiller, Milano, 2008). Essendo Febbraro autore della breve, densa nota in chiusura di Tagli, mi vien fatto d’ipotizzare una fraterna amicizia tra i due poeti i quali, posso arguire, leggendosi a vicenda ritrovano l’uno nell’altro somiglianza di temi e di atteggiamenti. È così che da Sereni a Giudici, da Bertolucci e da Antonio Porta ad Erba l’amore coniugale diviene un asse portante dell’esistere e del poetare.

(…)

Mentre il buio avanza, di là
tu dormi, quasi serenamente;
io mi ritrovo in compagnia
dei soliti fantasmi, la mente
stanotte più ospitale del solito:
ma non mi riesce di dire nulla
(la lingua è vile e infantile:
mi dà solo sillabe scosse) (da Sunday blues, pagg. 27 e 28).

Ma non basta: i versi dedicati a Gipponi Elena vedova Gioncada, un endecasillabo come nota Sonzogni stesso, sottolineano, dentro il ricordo, se ho ben compreso, dell’amata nonna, una linea di condotta esistenziale fatta di dignità e di forza interiore, una volontà / d’altri tempi e Sonzogni scrive versi indimenticabili: Io sono solo / tuo nipote, senza parole / davanti al tuo antico focolare: / ogni lingua di fiamma / risveglia i solchi arati / sulla tua fronte nonagenaria (pag. 39). L’insufficienza o l’afasia della parola è un Leitmotiv del libro, soprattutto considerando lo scarto tra ciò che si dice o si vorrebbe dire e quello che si vive.

 

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Una performance di “Studio Azzurro” a Rovereto

 

E che cosa sono gli scartamenti ridotti, titolo della parte terza? Forse i binari lungo i quali si muove la poesia di Sonzogni che esprime affetto ed ammirazione per un maestro: Seamus Heaney, o forse il binario del tradurre, sempre in salita come per certi treni a scartamento ridotto in montagna che, lentamente e con umiltà, varcano enormi dislivelli e donano la gioia di visioni indimenticabili. Proviamo allora a riflettere su alcune liriche di questa parte della raccolta:

Movente

Al vedere la stella, essi provarono una
grandissima gioia.
Mt 2, 10

E traslocando s’impara.
Prima però bisogna
sapere restare.

Sollevando convinzioni,
è possibile scorgere
nuovi tagli.

È scritto in fede: ma oro
incenso mirra sono
ormai lontani.

Conviene allora portare
la propria impronta
di meraviglia (pag. 45).

La stella cometa, guida nel viaggio dei Magi, ricompare in questi versi, ma con la consapevolezza che oro / incenso mirra sono / ormai lontani nel mentre il trasloco (il viaggiare, dunque, e l’andare a vivere in un altro luogo) spinge ad imparare: restare, o meglio sapere restare è però l’altro polo irrinunciabile dell’esistenza; il clericus vagans portava dentro di sé e con sé la propria lingua e la propria origine, ma cercando sapienza e cultura nel suo spostarsi: anche lui nomade e con una storia personale e familiare profondamente inscritta nella mente, l’autore di Tagli porta con sé (e tengo a far notare la bellezza dell’espressione e la sua decisiva pregnanza) la propria impronta / di meraviglia, che è anche curiosità, apertura, necessità di guardare e di capire, tensione verso l’esterno, attesa. Traslocando: il prefisso italiano derivante dal latino trans sembra avere una grande importanza in questa silloge, indicandovi sempre un passare oltre o attraverso, un approdare, come qui, in altro luogo e in altra condizione di vita. Non è infatti un caso che la raccolta s’abbia il suo titolo proprio da questo testo e che molte poesie siano “in movimento”, “in viaggio”, per cui l’autore, guidato da una stella che da tempo non brilla più (pag. 46), deve raccogliere le sue quattro ossa, scontare ancora in vita la morte secondo ungarettiani rimandi e suggestioni, cosicché certi approdi esistenziali dell’Ungaretti dell’Allegria, mi sembra di capire, incrociano l’umano, alto magistero, la dolce cordialità di Seamus Heaney:

Ora che non ci sei più (in memoriam Seamus Heaney, 1939-2013)

Ora che non ci sei più penso e ripenso
a quell’ultimo saluto a Pearse Street:
scendo in fretta dalla macchina, scendi
anche tu, un abbraccio veloce e poi via
per andare dove è scritto che si vada –
io al mio destino di traduttore: servo
inadeguato delle tue parole che rincorro
smarrito e stanco ora che non ci sei più (pag. 48).

Riporto immediatamente un’altra lirica, pur appartenente alla sezione successiva, ma che riprende un Leitmotiv secondo me fondante della poesia di Sonzogni:

Quello che succede poi

Domine, non sum dignus, ut intres
sub tectum meum, sed tantum
dic verbo, et sanabitur anima mea.
Missale Romanum (1570)

Intrise di vin santo e saliva s’ammorbidivano sulla lingua e s’incagliavano al palato. Ma nell’armadio in sacrestia prima della messa sembravano sottili monete di carta che di carta sapevano e di tarme. Quello che succede poi sull’altare è traduzione: l’altra parola troppo vicina a un miracolo per trovare spazio in questi versi già condannati dalla mia terrestre incapacità (pag. 63).

Il Leitmotiv cui accennavo, sarà ora chiaro, è quello della traduzione, arte tra l’altro sulla quale Sonzogni conduce studi e seminari in quanto studioso, ma che pratica da poeta su testi di altri poeti (il Meridiano di Mondadori dedicato al grande poeta irlandese presenterà sue traduzioni, per esempio); trans-ducere e trans-substantiatio posseggono infatti quel prefisso comune, quell’idea di attraversamento e passaggio che si deve misurare con l’attività del condurre (ducere) un testo da una lingua nell’altra e che, nella celebrazione eucaristica cattolica, significa mutamento della sostanza in altra sostanza, un miracolo, appunto, un evento che la fisica aristotelica respinge decisamente e che il poeta sa di non essere in grado di descrivere. Sonzogni vive inoltre la condizione attualissima di scrivere dopo i maestri: il titolo che ho voluto dare a quest’intervento è, come si vede, una leggera modifica di un suo verso che dichiara l’atteggiamento d’umiltà dell’autore lombardo nei confronti dei modelli (del modello, in questo caso: Heaney) e servo, lungi dall’essere termine denigratorio o peggiorativo, trova nel servant boy di Heaney, (da Sonzogni proposto in traduzione nella pagina verrebbe da dire “a fronte” rispetto a quella sulla quale è stampato Ora che non ci sei più), trova nel ragazzo di Heaney, dicevo, una possibile identificazione: chi compie lavori di fatica, umili e poco considerati in una fattoria, nei campi o alle fiere del bestiame, ma che è paziente / e silenzioso ed anche risentito / e impenitente quando si presenta con le uova fresche in mano alla porta laterale dei padroni. Quattro aggettivi che si potrebbero applicare all’atto del tradurre, questo servizio reso alla bellezza: occorre pazienza e silenzio (occorre l’ascolto del testo di partenza, occorre fare silenzio in se stessi per divenire al massimo grado ricettivi nei confronti del testo nell’altra lingua), ma raramente si riesce a reprimere una sorta di risentimento (da leggersi in accezione non negativa, è chiaro) nei confronti di chi ci ha offerto un testo di tale altezza e che ora ci proviamo, con sofferenza e felicità, con cadute e slanci, con rinunce e nuovi tentativi, a tradurre; malgrado tutto ciò si rimane impenitenti, ci si proverà nuovamente a tradurre, ancora un altro testo e poi un altro… Non è forse un caso che nella sua lirica Heaney si dica attratto dalle tracce che il servant boy ha lasciato nella neve indurita (dura ancora un lungo, difficile inverno) e che quelle tracce discontinue egli segua, anche lui traduttore degli atti concreti del ragazzo in poesia. La traduzione è, infine, per il poeta italiano un atto di affetto, se non di venerazione nei confronti del più anziano ed ammiratissimo maestro, fatto significativo e notevole questo: la traduzione viene portata oltre i dati tecnici e riconsegnata alla sfera della poesia, il legame insostituibile tra due esseri umani riceve espressione e sigillo anche per il tramite della traduzione, ponte tra due rive (ricordate Sereni e Char?) Da non dimenticare, infine, il fatto che Marco Sonzogni vive “tra due lingue” e che “all’ombra dell’altra lingua” (sono queste due belle espressioni che rubo ad Antonio Prete) si svolge la sua giornata di persona e di studioso: Tagli è allora anche frutto di questa condizione all’interno della quale il linguaggio (multiforme, proteiforme, sedimentazione storica, sociale e culturale, articolato in lingue diverse) offre più patrie, più anime secondo l’affermazione di Quinto Ennio. E mi piace, prima di andare oltre, ricordare che Gabriella Sica nel suo Le lacrime delle cose (Moretti & Vitali, Bergamo, 2009) raccoglie una lirica intitolata Seamus ove si possono leggere i versi seguenti:

(…)

Poeta frugale in bilico nella nebbia come uccello
con i piedi sulla terra e la testa gentile e arruffata
lasci di passaggio la tua orma dell’infinito
qui a Fiumicino dove il fiume corre per finire al mare.

Trovo interessante e notevole il fatto che la “ricezione” di Heaney in Italia contempli sia la sua straordinaria valentia poetica che le sue doti di essere umano e penso di essere nel giusto se affermo che Sica e Sonzogni convergono sul concetto di generosità, modestia, spontaneità del poeta irlandese il quale diventa, suo malgrado, ma proprio grazie al suo notevolissimo spessore umano, maestro di vita e di poesia.

 

La Fura dels Baus

“La Fura dels Baus” a San Paolo del Brasile

 

Nel libro di Sonzogni c’è anche un bestiario concentrato soprattutto (ma non eslusivamente) nella quarta parte (Segni sicuri). Direi che, oltre alla presenza animale, i segni sicuri sono i numerosi autori (auctoritates?) citati con alcuni loro versi in esergo ai componimenti di Sonzogni: l’Alighieri, Alberto Nessi, Cesare Pavese, Giorgio Orelli, Franco Loi, Samuel Beckett, Antonio Porta, Roberta Borsani, Orazio, ancora Heaney (e fino alla fine del libro verranno ancora altre citazioni).

Epifanie agostane

I

Come ‘l ramarro sotto la gran fersa
del dì canicular cangiando sepe,
folgore par se la via attraversa
Dante Alighieri

Due del pomeriggio di ferragosto, quando anche il silenzio suda, sono stranamente vicino al riflesso verde-blu di un ramarro che sfila sulla graticola dell’asfalto. Che sia la mia sfida, il mio destino? (pag. 61)

Ecco la versione proposta su Samgha (http://samgha.me/2013/10/10/marco-sonzogni-esempi-bestiario-minimo-6-poesie/ ) che mi permette un mini-studio delle varianti (e da versione digitale a versione a stampa…):

Due del pomeriggio di ferragosto, quando anche il silenzio suda, sono stranamente vicino al riflesso verdeblù di un ramarro che sfila sulla graticola grigia dell’asfalto. Che sia la mia sfida, il mio destino?

La scissione dell’aggettivo verdeblù tramite il trattino (anche se nell’edizione in volume non è del tutto chiaro se si tratti di un semplice “a capo” o meno) e la soppressione dell’accento grafico crea proprio quell’impressione di scatto o scattante movimento che caratterizza l’animale, restituendo vitalità anche al primo accento tonico di vérde che risuona assieme a quello di blù; apparentemente semplice la scelta, ma efficace, di cassare l’aggettivo grigia, forse ridondante rispetto al sostantivo cui si riferiva: la soppressione dell’aggettivo sembra restituire l’ineluttabile concretezza a quella che, invero, è una metafora – l’asfalto (bollente, incandescente) (come) la graticola.

Accennavo poco prima a quanto ricorrente sia il tema della stagione arsa e canicolare, dell’agosto caldo ed afoso: eccone dunque un chiaro esempio che riguarda in toto l’esistere – il poeta scrive infatti di essere stranamente vicino al riflesso verde-blu, quasi che l’accadere dei fenomeni raggiunga la nostra coscienza come riflesso (antica e modernissima questione gnoseologica) e l’avverbio dice tutta la meraviglia, la sorpresa, l’inaspettato che afferrano la mente davanti al fenomeno. Il breve testo termina con una domanda aperta che riguarda il futuro di chi scrive, le sue attese e le sue scelte ed anche in questo caso sembra riaffiorare l’antica tradizione del cogliere auspici da “segni” manifestantisi entro la quotidianità.

Continua è, in Tagli, la connessione tra la rappresentazione degli animali protagonisti del bestiario e la relativa implicazione di carattere letterario, come nel caso che qui mi piace sottolineare dell’airone cinerino, bella presenza sulla pianura lombarda, ma anche segno vivissimo di poesia, dato che il nome di quest’animale è anche il titolo di una delle opere poetiche più alte e innovative degli ultimi decenni e che i versi che Sonzogni cita sono chiare indicazioni di poetica e, mi sia permessa la forzatura linguistica, di autopoetica:

Un altro airone, un altro sguardo
altre parole simili a queste.
Antonio Porta

Solo l’airone cinerino
nel campo di primo mattino:
dal treno lo distinguo appena
tra arabeschi di brina (pag. 69).

La passione e preparazione di filologo si affaccia e comunque sottende l’assunto secondo il quale l’autore di Tagli è una sorta di amanuense che, nella più pura tradizione medievale, stila cataloghi di citazioni dai maestri e glosse. Mi preme avvertire che non si tratta del fatto che Sonzogni scelga un “basso profilo” o indossi una “maschera”: in lui è totalmente presente la convinzione di essere e rimanere un allievo dei Maestri, ma è altrettanto attivo quello che chiamerei “il paradigma dantesco”, cioè la consapevolezza che la nostra capacità umana e la nostra lingua siano deboli ed insufficienti a comprendere e a dire ciò che eccede, ciò che è oltraggio (Zanzotto docet: ciò che va oltre) alle facoltà del pensare e del dire. Veniamo così ricondotti all’immane tema/problema del linguaggio e del rapporto tra quest’ultimo e la realtà che, attimo dopo attimo, esperiamo: è come se ci trovassimo tra le mani una serie di glosse che si riferiscono per accenni, baluginii, rapide epifanie animali e talvolta tramite argumenta e silentio ad un codex tutto da scrivere e da interpretare, interpretazione non esente da errori o immane ignoranza:

Glosse

I

Nescit vox missa reverti
Quintus Horatius Flaccus

Digressioni a posti di blocco
sull’autostrada dell’ignoranza.
E sulla lingua un bue enorme.

II

Until the young are hatched and
fledged and flown
Seamus Heaney

Il santo o la merla? Non saprei.
Avessi le ali sono certo volerei (pagg. 71 e 72)

In questi casi l’autore, ricorrendo ad uno stile epigrammatico, accenna ad un luogo famoso della cultura occidentale (il bue sulla lingua è immagine e modo di dire discussi da Erasmo nei suoi Adagia e che risalgono all’Agamennone di Eschilo) e, successivamente, cita Heaney e la leggenda di San Kevin che, totalmente assorto nella preghiera, si ritrovò tra le mani (o tra le braccia) l’uovo di una merla e rimase immobile per settimane al fine di permettere all’uccello di covarlo: le citazioni di Sonzogni vanno però, spesso, completate con la lettura dell’intero testo dal quale sono tratte e in questo caso il tema è il dimenticare se stessi, agire senza aspettarsi ricompensa, un imperativo etico, dunque, che fa della poesia non un luogo per narcisisti ed esibizionisti, ma (e leggiamo il formidabile testo che segue):

Codex

Poi, se proprio m’occorresse un modello,
c’è quella storia di Brigida:
a un raggio di sole appese il suo mantello
ad asciugare. Inutile sfida

cercare di fare altrettanto. A parole,
forse, si ripeterebbe il miracolo
ma di sicuro non nei fatti: mi duole
offrire questo malcapitato volo

pindarico di parolaio senza alternative,
imbrigliato tra le radici
dell’albero dell’ignoranza: vedo le rive
lontane di tutti gli uffici

passati sottomettersi a questa nuova marea:
plenilunio insanguinato
di sogni sfioriti. Dicevano avesse la nomea
di scrittore predestinato:

eppure preferì tacere e ritirarsi in convento.
Ciò che resta di lui
è un manoscritto quasi illeggibile, consunto
da dolori solo suoi (pag. 73).

Preferì tacere: Marco Sonzogni conosce benissimo la contraddizione esistente (ma forse necessaria, forse ineludibile) tra la consapevolezza della propria inanità che spingerebbe a tacere e la scelta, tuttavia, di pubblicare; ci sono bellissime pagine in cui Marco Ercolani riflette da tempo sulla difficile questione e c’è l’ultimo libro (Preferisco sparire, leggibile sia in formato ebook sul sito www.zibaldoni.it, che in formato di libro edito da Robin Edizioni, Roma, 2014) dedicato a Robert Walser in cui il tema è ampiamente sviluppato: qui non interessa tanto identificare la persona cui i versi fanno riferimento, quanto considerarne la scelta di ritirarsi dal mondo, pur non riuscendo comunque a rinunciare del tutto alla scrittura. È, in termini montaliani, una lezione di “decenza quotidiana”.

 

basilico milano

Una foto di Gabriele Basilico

 

Si può scrivere poesia accettando dunque i limiti ontologici e linguistici, consapevoli dei tagli operanti nella realtà, disponibili a guardare quegli stessi tagli traverso i quali fa capolino il terrore nei confronti di ciò che non si conosce e che appare minaccioso e ciò che si delinea come enigma o come ignoranza (vale a dire il non saper interpretare quel buio annidato nei tagli). L’atto ormai classico di Fontana di tagliare o bucare la tela per violarne lo spazio consacrato, ma anche per mostrare l’enigma affiorante (o gli enigmi, solchi bui, viscere indecifrate della materia), sembra ripetersi in questo libro di un poeta-filologo che, verosimilmente parlando (titolo dell’ultima parte della silloge), attraversa un dolore e un’assenza, discende scale di montaliana memoria, con strumenti e umani e poetici (e questi ultimi sono come già detto raffinati e smaliziati) costruisce un libro architettonicamente calibrato e raffinatissimo, senza pretenderlo dà occasione ai lettori di riflettersi e di riconoscersi in molte pagine, sfogliando una biblioteca personale, ma non solo, visita luoghi letterari ed esistenziali, memoriali ed etici nei quali e intorno ai quali la scrittura ripete quella sua meravigliosa capacità d’intessere immagini ed idee creando uno spazio necessario dentro il quale i fatti della storia personale e collettiva vengono strappati al loro brutale, meccanico accadere.

Splendida la conclusione dell’intiero libro nell’Appendice a pag. 93, altro vertice poetico raggiunto:

Cognoscimento

a Suor Cristina

Rapisca ti prego Signore,

l’ardente e dolce forza del tuo amore
la mente mia da tutte le cose.
San Francesco

Nel braille del sonno li preparo
gli occhi miei a svelare l’arcano quotidiano:
svegliarsi e poi seguire con sguardo assente
la grazia innaturale della morte.

Un unico pensiero nella mente:
resistere fino all’ora che la rende impotente
la paura e la trasforma in canto sovrumano.
E in questa voce è il mio riparo.

S’intitola The redress of poetry (in italiano La riparazione della poesia) il volume che raccoglie le lezioni oxoniensi di Seamus Heaney e, lo ammetto, è un’idea del tutto mia, assolutamente arbitraria se connetto questa riparazione con il riparo di cui scrive Sonzogni, se leggo proprio nel tema della morte, sottilmente affiorante nel corso di Tagli, la giustificazione del fare poesia che non è giuoco né esibizione di bravura, ma, di nuovo, un voler guardare nei tagli che la morte provoca, taglio essa stessa. C’è, in questo, una concezione del tutto opposta alla moda giovanilistica in auge: l’esistenza come continuo cammino di disciplina e di perfezionamento, come diuturna scuola.

Una rapida osservazione per concludere: i volumi di poesia della Vita felice sono anche bellissimi oggetti dai quali si trae piacere sia nel leggerli che nel tenerli tra le mani, rilegati e stampati con cura, gradevoli al tatto e alla vista ed anche questo è in controtendenza rispetto alla sciatteria di tanta editoria cosiddetta “maggiore” italiana.