Anna Bergna per Via Lepsius

di Antonio Devicienti

 

 

210 1957

Giuseppe Capogrossi, Superficie 210, 1957

 

 

1.

Il nostro corpo esteso
oltre le mura rosse e il mare chiuso.
Echi ombelicali
e soprassalti delle periferie.
Gigli sulle dune del tempo.

L’arcipelago universale, l’isola planetaria,
la teca dei cervelli, la guaina di mielina,
il ticchettio dell’orologio,
il marinaio in coffa.
Ma il pesce discende la corrente,
esplora, vive, torna a seminare
e una farfalla sulle onde
senza un approdo muore.

I sogni, le nefaste bugie dei viaggi intergalattici,
le colonie con i bambini in serra.
Quel vagare della vita tra corridoi del vuoto,
priva di vigna e di viticci,
con la speranza che il non visto sia
sempre congeniale
e l’aerostato, strappata la zavorra,
possa ricadere
tra le mammelle di una divinità accogliente.

Alle nuvole bianche, dissolte nel sole,
sostanza che non vediamo ricadere,
vaticini di paradisi oltre le coste,
matriosche di mondi e di pensieri,
concentriche possibilità verticali,
ad esse noi ancoriamo l’immaginazione
di un amore che non ci tradirà nella vecchiaia.

Ma ai nembi,
che lenti si addensano
prima di una pioggia e si incagliano
nella corona alpina
condannati inchiodati trafitti
e che precipitando suggeriscono
cicli di evaporazione,
a queste perturbazioni ereditate
neghiamo le finestre.

Illusi d’essere uccello che avanza
su foglie cerose di ninfea
tra il sogno dell’alto e del profondo,
tra la melma, dove lo stelo radica,
e la luce, verso cui protende.
Nuovi spettatori.
Illusi di volare verso
una dimensione ultraterrena.

Ma la pioggia che gronda da atmosferiche altezze,
dai nidi azzurri del pensiero,
dagli orti dove la polvere
è semenza di ogni frutto e della sua mancanza;
l’acqua che scende dai confini dell’umano
e poggia inascoltati sermoni sulle foglie del melo
dentro l’aiuola tana, grembo nel grembo,
non versa lacrime di spiriti vaganti nello spazio dell’incompiuto,
non dolore dei diseredati sull’arca già affollata:
quest’acqua che sale dalla carne
è morte dei morti
definitiva fine che discende
sul tetto di lamiera sforacchiata.

Mentre i gabbiani giocano tra raffiche del nulla
e le generazioni si incantano al medesimo fiore,
i corpi spenti fluiscono
nelle cisterne metropolitane,
gorgogliano
nei sifoni,
si accomodano
in bizzarre forme di contenitori.
Circumnavigate le possibilità,
liquefatti i legami,
abbandonate le ambizioni,
che all’orizzonte si illuminavano come si illumina la luna schiava,
temiamo di scorrere
nei piovaschi che strappano le vesti rosse
e lasciano le ossa biancheggiare.

La goccia d’eterno ci appare
come destino limitato:
cosa conserverà la pioggia del nostro esserci stati
e degli sguardi evanescenti
al suo ugualmente effimero
ma perenne ricadere?

 

 

 

igloo 1969

Mario Merz, Igloo, 1969

 

 

2.

Su questa terra recintata, siamo
fragili animali
dal pesante cervello e dal breve intestino.
Dal breve destino
di chi declama l’irreale.

Per i morti dell’ultima stagione
si coltivano fiori:
crisantemi e gladioli
dalla terra dei loro giardini,
perché dissolvano sapendo di tornare.
Il corpo, il dono,
gli ossimori del pensiero:
trattenere, lasciando scivolare.

Rose in lattice ,
imitazioni ordinate dell’effimero,
quale canto d’addio possono intonare?
Non il pianto d’Orfeo per Euridice,
ma del sopravvissuto al mondo,
dell’ultimo migrante che saluta la casa
già vuota
e nudo dirige alla spiaggia.
Quando l’inverno si è fatto troppo freddo
per trafficare con gli annaffiatoi.

Perenni relazioni simultanee
ingabbiate in video colombari,
richieste d’amicizia accettate
dopo le fiamme dell’incenerimento,
spettri senz’ombra camuffati da angeli.
Avanzi immateriali, fantasmi condannati
a vagare tra le macerie della generazione,
incatenati in un mondo che invecchia
con vesti bizzarre dell’infanzia.

Altrove gli oggetti possono durare,
tenersi sull’orlo della fossa,
scongiurare
lo smantellamento esistenziale,
ancorati al fondo dei cassetti.
La breve scia olfattiva,
le persistenti rughe dell’impronta,
la superficie che non schiude
il sigillo della proprietà:
che non riduce, non piega a noi.

Angeli del ricordo e della nostalgia,
non più grandi di un fiocco di neve,
di un bottone. Consunti e sfolgoranti.
Qualcosa che opponga alterità:
la loro giacca, il loro cuscino.
Un desiderio di penetrazione
che stia con noi nel breve tempo,
cedendo polvere e colore,
mentre la testa incanutisce.
La Venere di Willendorf
l’uomo leone di Stadel.

E i panorami ci accompagnano
e i nomi di luoghi, fedeli all’esistenza,
che come animali mutano
continuamente aspetto.
I sempre cari nascosti alle spie satellitari:
angeli dalle solide ali privi di lingua nazionale.

Luoghi e sentieri tracciati
nella boscaglia a colpi di machete.
Il racconto di un mito comune,
reperti di una civiltà che affolla
di indizi i nostri sogni:
tracce del breve volo di coscienza
nell’infinita valle dell’istante.

 

 

 

289 1958

G. Capogrossi, Superficie 289, 1958