Pietro Pancamo per Via Lepsius

di Antonio Devicienti

L’ho già scritto altre volte: Via Lepsius cerca di superare la condizione di solipsismo e di narcisismo di cui rischia di rimanere vittima un blog gestito da una sola persona anche grazie alla generosità di amici che donano propri scritti (o altro) a questo spazio.

Pietro Pancamo ha fatto giungere fino a Via Lepsius un’articolata e stimolante silloge inedita dal titolo Gli intercalari del silenzio; d’accordo con l’autore, che ringrazio e al quale auguro successo di lettori, abbiamo scelto i testi qui di seguito presentati. Buona lettura.

 

 

scala 1

 

 

FILOSOFIA
 

Parole e frasi sono gli intercalari del silenzio
che smette, ogni tanto,
di pronunciare il vuoto.
 

Allora qualche indizio di materia
deforma l’aria,
descrivendo le pause del nulla
prima che il silenzio
si richiuda.
(Le mani s’infrangono
contro un gesto incompiuto)

 

 

PASSI
 

Gesti sinuosi
a intrecciare
il corpo di un uomo
 

mentre
 

danze attutite
risalgono il tempo
sfiorando i minuti
con un frullo di passi.

 

 

scala 2

 

 

FRAMMENTO
 

A tratti nel buio
la filigrana di stelle
configura
la mia rabbia pensosa:
amore o incertezza, incertezza e amore.

 

 

DELUSIONE
 

La bravura simbiotica delle rime a incastro.
 

Il sogno è un conservante,
l’additivo artistico
per rimodernare
ambizioni letterarie,
o speranze, sopite ad honorem.
 

Comunque il sole
non è bello come prima.
Adesso mi pare una vecchia fotografia.
Il particolare, anzi,
di una vecchia fotografia
… ritagliato via
dall’alone di un sorriso.

 

 

PIRANDELLIANA
 

Vecchio! La vita?
Ti piaceva…
«Sissì… Beh
in fondo vivevo
solo per ricordare me stesso:
per non avere rimpianti
o rimorsi».
E la seguivi, allora.
La seguivi!
«Sissì…
Magari non per nobiltà
o entusiasmo
o speranza. Nonnò…
 

Per una ragione, invece,
molto più romantica:
perché non mi scacciava…
 

Ma sì! Poi l’eco di uno sguardo,
l’eco di uno sguardo
s’infrange nel cuore:
e tutto quello che resta da vedere
è il desiderio di guardare».

 

 

scala 3

 

 

PENSIERI TERRA TERRA
 

I
Mi rovino l’appetito,
prima di far cena,
mangiando fette di pandoro.
 

Che pensieri terra terra
vengono in mente
mandando giù bocconi
pastosi di burro:
pensieri… stomaco stomaco.
Tipo: «Sono stracco di vivere
a mia rovina;
sono stracco di vivere
alle mie spalle».
 

II
La gente rimane sbalordita al sentire le mie risposte così lapidarie (quindi troppo categoriche). Ma io per
nessuno provo cattiveria: perché la mia rabbia è confusione.
Insomma è un malessere transitorio che bisogna pur soffrire passando, tutto d’improvviso, dalla gioia al
dolore. È un po’ come il malore successo a quelli che han volato da un fuso orario all’altro. Poi, quando la rabbia
finisce, il mio pessimismo è solo rassegnazione.
 

III
Se vedo, però, intorno a me
sorrisi di compassione
per l’enorme sfiducia
che mi affligge il cuore,
mi rincacchio con passione
e, senza nemmen finire
di rovinarmi l’appetito,
corro a letto immusonito
saltando l’antipasto
(e figurati la cena!).
 

«Ah, sono stracco di vivere
a mia rovina;
sono stracco di vivere
alle mie spalle».

 

 

DECOMPOSIZIONE PSICHICA
 

Musica come bava alla bocca:
e il cielo si gonfia tra le urla dei pazzi,
il loro sguardo è vento
che si perde nel labirinto di stelle.
 

Ogni parola è una stella
che splende di saliva: e cieli agitati
innevati di stupore
tramontano lontani,
evocati dalla morte.
 

Il mio cielo
è questo mio cervello
pieno di tralicci spezzati
e di barriere sventrate
e d’acque ferite
e di binari sradicati
che si mordono col ferro.
Dentro le vene,
aggrovigliate come un gomitolo
di dolore,
il sangue è un fiume abbandonato
terso di rumori prosciugati.
 

La morte è silenzio
stonato.