Via Lepsius

concatenazioni, connessioni, attraversamenti

Mese: ottobre, 2014

Annamaria per Gianmario

Per desiderio di Annamaria Ferramosca pubblico anche su Via Lepsius quanto Annamaria stessa ha scritto per Poetarum Silva, per la propria pagina facebook e in un commento su Cartesensibili.

 

Per Gianmario, che continuerà a farci credere nella forza delle parole.

Ero anch’io accanto a Gianmario, domenica. lo avevo accompagnato in auto -il suo trolley strapieno di libri -(ne regalava molte copie ai giovani, come ha fatto anche domenica) dalla fermata della metropolitana fino al Villaggio Cultura, dove si presentava Keffieh, antologia per la pace. Avevamo a lungo chiacchierato, qualche commento sul marasma politico attuale, e progetti, consigli, raccomandazioni -lui era sempre così, non si risparmiava e parlava sempre di dignità e fermezza, conservando la sua posizione di contrasto non violento verso ogni forma di potere e sopraffazione. Ricordo le sue parole limpide e convincenti, non solo su argomenti di poesia , ma soprattutto su questioni cruciali, esistenziali e civili, fin dai tempi del suo blog poiein, dove lo incontrai per la prima volta negli anni 2004-2006, quando ancora non era editore, ma divideva il suo tempo tra il lavoro e il volontariato per l’Associazione Libera, in Calabria. Un’amicizia saldissima, una persona ineguagliabile per senso dell’ etica e della responsabilità civile, che credeva nel dialogo e si prodigava per trasmettere ai giovani fiducia nella capacità critica e nella lotta strenua contro tutte le mafie.
Domenica mi confidò di avvertire ogni tanto come delle pugnalate al petto e mi arrabbiai molto nel sapere che ancora non aveva sentito un cardiologo. Minimizzava tutto ciò che poteva distrarlo dal suo interesse-passione: la poesia, la forza della parola capace di smuovere le coscienze e dunque continuava senza risparmiarsi nella sua missione di pubblicare e diffondere libri in cui credeva, con estenuanti viaggi ripetuti lungo tutta la penisola.
Mi mancherai maledettamente, amico insostituibile, e voglio imparare a memoria questa tua poesia da Sapienziali, per ripeterla all’infinito, a figli e nipoti:

Saranno dunque i miti
a possedere la terra
coloro che diranno: ” non facciamo più armi
non lavoriamo oltre il necessario
vogliamo il nostro tempo per capire
il donde eil dove
vogliamo la dignità, non la ricchezza
non vogliamo sciupare più nulla
ma prendere in prestito soltanto
chiedendo il permesso alla natura
per l’attimo che dura la nostra scintilla
nella magnifica notte dell’immensità
senza sogni da vendere o sogni da comprare
vivi fino all’ultimo, eretti
con dignità davanti alla morte
salutando gli amici”.
Così canteranno i miti
portando covoni di grano.
Canteranno i loro poemi
quando tornerà la bellezza dagli occhi limpidi
alla fine d’ogni parola
al tramonto
d’ogni ragione.

Annamaria Ferramosca

 

Intorno al tema della gratuità

 

la farfalla di terezin

 

Non riuscendo a staccare il pensiero dal ricordo di Gianmario Lucini, cerco un po’ di consolazione (sì, lo ammetto: in questi momenti ho bisogno di consolazione) nella poesia dei poeti a me più cari. Uno degli approdi è Le ragioni dell’acqua di Ilaria Seclì dove leggo il post più recente e per il quale sento l’urgenza di scrivere un commento nel cui contesto, tra l’altro, ringrazio l’autrice che mette a disposizione dei lettori, in maniera puramente gratuita, la sua alta poesia; Ilaria mi risponde in questi termini: “Non ci resta che la gratuità. Praticarla, viverla. Si scenda dagli scaffali, voltiamogli le spalle il più possibile. I passi, i respiri, gli occhi tendono al gratuito. Elemento elementare. Ciò che abbiamo ereditato come fossimo i figli prediletti. La gratuità è necessaria nella tensione a ri.diventare Creature e per combattere il comandamento assoluto del tornaconto”.

Si tratta di uno sprazzo di calda luce, perché mi rendo conto che ci sono delle persone che credono nella gratuità; dello stesso tema ho parlato proprio ieri pomeriggio col mio carissimo amico Christian Tito e un altro amico altrettanto caro, Nino Iacovella, mi fa avere in queste ore una serie di sue riflessioni per me vitali e a dir poco illuminanti. Eccoci, allora, gli illusi, i pazzi, los perros románticos, chiamateli come volete, che si ostinano a credere nella gratuità di un atto, di una scelta, di una passione. E, per fortuna, mi accorgo, potrei citare ancora tanti altri amici che condividono questo atteggiamento forse scollato dalla realtà (ma non m’importa), forse risibile (ma non m’importa).

E Gianmario praticava la gratuità e la gioia che ne deriva: con onestà assoluta quando proponeva le sue iniziative spiegava sempre perché e in che misura chiedeva, talvolta, almeno l’acquisto del volume in cui compariva un nostro scritto – avesse potuto, avrebbe pubblicato tutto, sempre, gratis, senza chiedere un centesimo a nessuno.

Lo dico a chiare lettere: mi fa schifo e ribrezzo quest’Italia renziana, esattamente come schifo e ribrezzo provavo per l’Italia berlusconiana e queste due Italie sono ora una sola, buia e arrogante, superficiale ed egoista; suscita in me incontenibile collera l’arroganza diffusa ad ogni livello di vita del Paese e lo stesso dicasi per l’ignoranza assurta a valore, per la tracotanza di chi, forse non sapendolo, possiede una vita intellettuale pari allo zero ed identifica il cosiddetto successo (ma bisogna per forza avere successo?) di una persona con la quantità di danaro che quella stessa persona guadagna e possiede. Non so quanti siamo i “pazzi sparsi per l’universo” come li chiama Christian Tito, ma qualcuno c’è e l’ho incontrato. Questo mi rende felice e mi consola in queste ore di tristezza.

 

A Gianmario Lucini

alla sua fede nella parola poetica e nell’impegno civile.
Molti di noi avevano ricevuto ieri il suo invito a riflettere sulle ultime parole di Reyhaneh Jabbari.
Da Via Lepsius piango un amico ed un uomo entusiasta della vita e della bellezza. Un abbraccio alla sua famiglia.

Lamento per Reyhaneh

Una carissima amica di Via Lepsius ha inviato questo lamento chiedendo di rimanere anonima. Il pensiero da Via Lepsius si dirige verso Reyhaneh ed anche verso Gianmario Lucini, in un abbraccio che vuole superare il tempo e lo spazio.

 

Indegni di aprire gli occhi all’alba
e ritrovare una voce, un costato, un fiato.
Indegni di avere un piatto, un letto,
un luogo custode e le sue chiavi.
Indegni di camminare su due zampe
e avere braccia e mani e dita.
Indegni di avere un cane ed un guinzaglio,
di carezzargli il pelo, il muso, il petto.
Indegni di avere nome e famiglia,
avi da testimoniare e testamenti da depositare.
Indegni di ogni luce e suono e colore,
di ogni diritto e di ogni compassione.
Indegni della nebbia e della sera
che dolcemente spingono la vita nei ricordi.
 
Ninfe delle montagne, Oreadi,
scendete ai piedi dei monti Elburz,
e voi, Esperidi, rubate i cavalli al sole,
che tutte le ninfe lascino i prati e le sorgenti,
i boschi, i precipizi, i mari
e giudichino
questo buio che dilaga
 
perché il mondo degli uomini non è degno
né lo sono gli dei, unici e solitari, sui loro rossi altari.

Reyhaneh Jabbari

Seguendo la proposta di Gianmario Lucini e l’esempio di Sebastiano Aglieco su Compitu re vivi pubblico le parole di Reyhaneh Jabbari; poco tempo addietro avevo pubblicato la foto di Masturzo che sottolineava il coraggio delle donne iraniane; quello stesso coraggio si ripete qui, in queste parole che raggiungono un Occidente come al solito sordo e indifferente.

Ecco l’’ultima lettera, pubblicata su Huffington Post, che Reyahneh Jabbari, impiccata a 26 anni per aver ucciso il suo stupratore, ha scritto a sua madre Sholeh.

Cara madre, oggi ho appreso che ora è il mio turno di affrontare la Qisas ( la legge del taglione del regime iraniano, ndr). Mi ferisce che tu stessa non mi abbia fatto sapere che ero arrivata all’’ultima pagina del libro della mia vita. Non credi avrei dovuto saperlo? Perché non mi hai dato la possibilità di baciare la tua mano e quella di papà?
Il mondo mi ha concesso di vivere per 19 anni. Quella orribile notte io avrei dovuto essere uccisa. Il mio corpo sarebbe stato gettato in qualche angolo della città e dopo qualche giorno la polizia ti avrebbe portato all’’obitorio per identificare il mio corpo e là avresti saputo che ero anche stata stuprata. L’’assassino non sarebbe mai stato trovato, dato che noi non siamo ricchi e potenti come lui. Poi tu avresti continuato la tua vita soffrendo e vergognandoti e qualche anno dopo saresti morta per questa sofferenza e sarebbe andata così.
Ma con quel maledetto colpo la storia è cambiata. Il mio corpo non è stato gettato da qualche parte ma nella tomba della prigione di Evin e della sua sezione di isolamento. E ora nella prigione-tomba di Shahr-e Ray. Ma arrenditi al destino e non lamentarti. Tu sai bene che la morte non è la fine della vita. Tu mi hai insegnato che si arriva in questo mondo per fare esperienza e imparare la lezione e che a ognuno che nasce viene messa una responsabilità sulle spalle. Ho imparato che a volte bisogna lottare.
Tu ci hai insegnato, quando andavamo a scuola, che si deve essere una signora di fronte alle discussioni e alle lamentele. Ti ricordi quanto notavi il modo in cui ci comportavamo? La tua esperienza era sbagliata. Essere presentabile in tribunale mi ha fatto apparire come un’’assassina a sangue freddo. Non ho versato lacrime. Non ho implorato. Non mi sono disperata, perché avevo fiducia nella legge. Ma sono stata accusata di rimanere indifferente di fronte ad un crimine. Lo sai, non uccidevo neanche le zanzare e gettavo via gli scarafaggi prendendoli dalle antenne e ora sono diventata un’’assassina volontaria. Il modo in cui trattavo gli animali è stato interpretato come un comportamento mascolino e il giudice non si è neanche preoccupato di tenere in considerazione il fatto che all’’epoca dell’’incidente avevo le unghie lunghe e laccate. Quant’’è ottimista colui che si aspetta giustizia dai giudici! Il giudice non ha mai contestato il fatto che le mie mani non sono ruvide come quelle di uno sportivo, specialmente un pugile. E questo paese per il quale tu hai piantato l’’amore in me, non mi ha mai voluto e nessuno mi ha sostenuto quando sotto i colpi degli inquirenti gridavo e sentivo i termini più volgari. Quando ho perduto il mio ultimo segno di bellezza, rasandomi i capelli, sono stata ricompensata: 11 giorni in isolamento.
Cara mamma, non piangere per ciò che stai sentendo. Il primo giorno in cui alla stazione di polizia una vecchia agente zitella mi ha schiaffeggiato per le mie unghie, ho capito che la bellezza non viene ricercata in quest’’epoca. La bellezza dell’’aspetto, la bellezza dei pensieri e dei desideri, una bella scrittura, la bellezza degli occhi e della visione e persino la bellezza di una voce dolce.
Le mie parole sono eterne e le affido tutte a qualcun altro, in modo che quando verrò giustiziata senza la tua presenza e senza che tu lo sappia, ti vengano consegnate. Ti lascio molte parole scritte a mano come mia eredità.
Però, prima della mia morte voglio qualcosa da te, qualcosa che mi devi dare con tutte le tue forze.
In realtà è l’’unica cosa che voglio da questo mondo, da questo paese e da te. So che avrai bisogno di tempo per questo. Ti prego non piangere e ascolta. Voglio che tu vada in tribunale e dica a tutti la mia richiesta. Mia dolce madre, l’’unica che mi è più cara della vita, non voglio marcire sottoterra.
Non voglio che i miei occhi o il mio giovane cuore diventino polvere. Prega perché venga disposto che, non appena sarò stata impiccata il mio cuore, i miei reni, i miei occhi, le ossa e qualunque altra cosa che possa essere trapiantata venga presa dal mio corpo e data a qualcuno che ne ha bisogno, come un dono. Non voglio che il destinatario conosca il mio nome, compratemi un mazzo di fiori, oppure pregate per me. Te lo dico dal profondo del mio cuore che non voglio avere una tomba dove tu andrai a piangere e a soffrire. Non voglio che tu ti vesta di nero per me. Fai di tutto per dimenticare i miei giorni difficili. Dammi al vento perché mi porti via.
Il mondo non ci ama. Non ha voluto che si compisse il mio destino. E ora mi arrendo ad esso ed abbraccio la morte. Perché di fronte al tribunale di Dio io accuserò gli ispettori, accuserò il giudice e i giudici della Corte Suprema che mi hanno picchiato mentre ero sveglia e non hanno smesso di minacciarmi. Nel tribunale del creatore accuserò tutti coloro che per ignoranza e con le loro bugie mi hanno fatto del male ed hanno calpestato i mie diritti e non hanno prestato attenzione al fatto che a volte ciò che sembra vero è molto diverso dalla realtà.
Cara Sholeh dal cuore tenero, nell’’altro mondo siamo tu ed io gli accusatori e gli altri gli accusati. Vediamo cosa vuole Dio. Vorrei abbracciarti fino alla morte. Ti voglio bene.
Reyhaneh