Paolo Ottaviani per Via Lepsius

di Antonio Devicienti

 

morandi 3

 

Via Lepsius si onora di ospitare un inedito di Paolo Ottaviani; il testo, dalle finissime tramature di rime e richiami sonori all’interno dei versi e da verso a verso (cifra stilistica riconoscibile ed originale di Paolo), svolge il tema del sorgere del pensiero (e, probabilmente, del pensiero poetante) quale, direi, sensazione o avviso di pensiero, di un qualcosa, dunque, di fragile e di aereo, di fuggevole se non si riesce a trasformarlo in parola – ma la parola corre il rischio di rivelarsi pesante, di incatenare alle leggi di gravità quello che, per sua indole e desiderio, a quelle leggi vorrebbe sfuggire. Paolo Ottaviani si pone innanzi una sfida ardua e, sulle orme del maestro Dante, ma da parte mia aggiungerei anche di Goethe allorché quest’ultimo afferma che il poeta esplica la propria maestria e il massimo di libertà proprio sottoponendosi a ferree regole metrico-prosodiche, una tale sfida, dicevo, vince, come ha già dimostrato di saper fare nelle sue splendide “trecce”. Il felice giogo delle trecce è infatti il titolo della silloge che LietoColle ha pubblicato nel 2010 e alla quale mi lega un ricordo personale: ero anch’io a Gallarate la sera in cui Paolo, leggendo splendidamente la sua Treccia del platano che guarda, è stato meritatamente proclamato vincitore del concorso Verba Agrestia 2009; ne ricordo sia la signorilità e discrezione di persona, che la sapienza di poeta che mi ha aperto gli occhi su di un modo di scrivere fecondo e impegnativo (ma la poesia non è e non deve essere “facile”). Nel testo qui proposto (dono di valore inestimabile per Via Lepsius) riconosco proprio una poesia intesa come ricerca e difficile impegno d’arte; ho pensato ai disegni di Giorgio Morandi, di un’evanescente concretezza e di una delicatissima passione intellettuale e sentimentale, a volte studi per i dipinti, proprio come nel testo di Paolo mi sembra di riconoscere in trasparenza il tema dello studio che porta il pensiero nella sua fase aurorale a farsi poi parola poetante. Ricordo che Paolo Ottaviani, oltre che appassionato lettore di Dante, è uno studioso della filosofia italiana del Rinascimento, per cui mi piace pensare che alcune delle radici di questo testo possano essere rintracciabili anche nel pensiero e nelle scritture di Bernardino Telesio, Giordano Bruno, Tommaso Campanella e di tutti gli altri grandi Rinascimentali che avevano intuito l’interscambio continuo di mente e materia, pensiero e percezione, sguardo e parola.

 

 

morandi 1

 

 

NEL LONTANO PROFUMO DI UNA NEVE
 
Nel lontano profumo di una neve
che non scese sui monti del mio cuore
né altrove mai imbiancò di vera neve
 
foreste o abeti o ne imitò il candore,
là in quella pura erranza di un disperso
aroma si nasconde in un bagliore
 
l’anima di un inverno buio e terso
che porta freddo e luce da remote
orme inseguite verso dopo verso.
 
È il cauto andare ineffabile dote
che si muta in pensiero
e un poco mi rischiara
come gioiosa corsa di un levriero
e mi accompagna dove va e ripara
ogni perduta cosa
che per caso passò, lattiginosa
e spesso senza nome,
accanto alle mai dome
chimere che in silenzio e lentamente
come la neve agitano la mente.

 

morandi 2