Anna Bergna: zero

di Antonio Devicienti

 

Pubblico con piacere un testo della mia carissima amica Anna Bergna la quale, con la sua solita discrezione di persona e insoddisfazione di poeta nei confronti della propria scrittura, mi ha fatto avere i versi che seguono; che Anna si decida a rendere pubblici i suoi lavori è evento raro e di quest’ultimo dono a Via Lepsius la ringrazio.

 

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Un autoritratto di Ferdinando Scianna

 

 

Nella mia immobile precarietà,
nella precarietà della fiammella sullo stecco breve,
domino un frammento di mondo
[la superficie del pascolo tra l’orizzonte e il naso]
eppure in me qualcosa dipana un universo,
narra una storia dalle premesse oscure,
indaga un corpo gravido
di grotte nascoste e pipistrelli.

Forse c’è qualcuno là – mi dicosull’estrema
altra riva
che infiamma il tronco fradicio
e ordina gli eventi.
Per abbracciare questo sguardo mi incammino,
circumnavigo il mondo
cercando il luogo dell’infinito punto di coscienza,
l’isola dell’assoluta alterità immortale,
ma ovunque sorprendo la mia mortale schiena
che ha radici o ali, zampe o pinne,
che stricia avanti
o paralizzata attende di sfiorire.

Nomino ogni venatura del grembo sepolcro
e mentre osservo sento
che un’altra me, chiudendo l’orbita,
mi riconosce e chiama.
Un’altra me variante
del medesimo probabilistico gioco,

L’Altro precipita su questa stessa riva
e la sindone serra l’ossatura
sotto, molto sotto l’atteso infinito:
dove il destino è polvere di costato e
ripetizione. Dove il destino è
il cangiante pulviscolo sospeso
nel raggio di luce che cade.

Nel mio procedere ho trovato
solo un me plurale.
Vivo in una condivisa solitudine.
Due rive e due specchi.
Specchio nello specchio.

Questo mondo,
fatto di nulla
se non del nostro stesso sguardo,
è la creazione delle sue creature.

Senso dei sensi.
Se non cercassimo, non avremmo mondo:
sordi non avremmo musica e ciechi non avremmo colori,
scuoiati saremmo senza carezze, né sapore,
senza mielina non riconosceremmo.

Chiudo gli occhi e in un barlume
di consapevolezza vedo l’ombrosa bocca
che attende
dove si affievolisce la visione della schiena:
un’ombrosa torbiera.

L’insondabile
ha spento il faro
e le falene vagano
sopra l’odore delle stragi.