Taccuino di Terra d’Otranto 5

di Antonio Devicienti

 

Teatro-romano-Lecce

APOLOGO DELL’ARACNIDE SAPIENTE:

Alla Luna:     , mia Signora della notte, lo sapete anche Voi. Nel nulla che noi siamo, dal nulla dove noi siamo mi piace tessere parole e sognare di filare, tra atomo ed atomo d’aria, tra atomo ed atomo di luce, l’unico infinito filo che mi condurrà insino a Voi. Chissà se mai mi riuscirà raggiungerVi.

Voi sorgete,  , sopra gli oliveti antichissimi della Valle d’Itria e rendete infime le mie speculazioni al Vostro apparire. Sublime navigatrice percorrete spirali di vento marino e di desiderio: nel nulla in cui siamo, nulla quale noi siamo, le nostre menti si accendono per istanti brevissimi, innamorandosi del mondo. Il mondo è nulla, poggia sul nulla, è ordito labirintico teso tra un nulla ed un altro nulla. A mezzo di miliardi di menti che s’accendono per istanti brevissimi il mondo guarda se stesso e s’innamora.

Non sono che una di quelle menti, infima e labile tra miliardi e miliardi, di Voi innamoratasi; nel mio innamoramento mordo e faccio impazzire le creature che hanno la ventura d’incontrarmi.

La danza: Uscire fuori dalla mente per eccesso di amore alla conoscenza e per la disperazione di non poter accedere alla conoscenza.

Prigioniera nel labirinto che intorno a me stessa intesso, ripeto l’antica danza cretese che figura il labirinto e la vittoria, per ardite ellissi d’assalto e fuga, di sfida e di battaglia, sul Minotauro.

Il labirinto sono io, il mostro divoratore è nel centro del mio corpo e della mia mente. Intesso bave labilissime intorno, ma è impossibile la fuga da Cnosso e, quand’anche trovata, la via d’uscita condurrebbe ad altri labirinti. Voi stessa,  , compite ellissi prestabilite attorno alle danze insulse dei mortali, Voi come loro prigioniera.

Gravante gravità dei corpi e delle menti e desiderio inenarrabile del volo!

Il balzo di Astolfo in groppa all’ippogrifo, le màchinae volanti di Leonardo, l’evasione di Dedalo dal labirinto sarebbero soltanto sogni di sogni.

: Vado sognando che Voi, Signora della Canicola, percorrete le spiraliformi vie dei libri, Vi perdete con piacere supremo nei labirinti dei racconti, nei palazzi di Adone, nell’Isola di Prospero, nei giardini di Alcina. Siete Voi lettrice onnivora di libri immaginifici, notturnale ispiratrice di fughe senza fine, obliqua suscitatrice di assurdi racconti del fantastico. In questo modo, seppure illusorio, potete allora sfuggire al duro carcere dell’orbita prestabilita, vagate usando le parole ed il telaio della memoria sul quale la spola va e ritorna, ed il filato è cangiante, audace nei disegni sempre nuovi, cercando perdendo ritrovando le tracce, sempre nuove, perché non c’è paura a navigare nel grande oceano del pensiero, senza rotta, navigando, andando, navigando . . . . .

Lettrice ed al contempo autrice di libri di contorta ispirazione, Vi guadagnate il culto adorante di personae errantes atque aberrantes per i campi della Castiglia o di visionari filosofi senz’arte né parte convinti di poter mutare le sorti della storia umana grazie alla forza del pensiero, all’amore per la conoscenza, al piacere e alla civiltà della parola.

Figurae: Come raffigurarVi e come chiamarVi se non con provvisorie immagini, con nomi provvisori, con imprestiti da sogni altrui? – : Calipso, la Nasconditrice; Angelica del Catai, la Fuggitiva; Laura, la Trasfiguratrice; Miranda, l’Innamorata; Amaranta, la Sontuosa – : odorosa di sesso, lasciate sbranare sempre di nuovo Atteone dai cani dopo averne suscitato il desiderio,  di mille gemiti d’amore, Voi porta della terra, fessura dei segreti, rossofico spaccato, frutto del melograno – Voi Femmina buia di Eleusi, Maga d’Oltremare, anche Rosa dai petalitenèbra, Accecatrice, Desiderata, Invocata, Eccitatrice, Labirintica, Profumata?; Ecate lunare, Signora nera, architettrice di telescopi coi quali indagare i pozzi della vertigine, architettrice del dubbio, magistra di melanconici visionari.

Volete allora discendere od ascendere (non univoche le direzioni) con me per il mio labirintico filare, tessere, intessere, distessere? Accompagnatemi, Vi prego, addentratevi con me

 

nel pozzo delle visioni (1):

 

Sule nìuru se ddhuma a sciroccu te la làmia:

scotinì fotià ston ìpono

pu Salentini Salentini ìmesta.

Na casa subbra lu puzzu te li scursuni,

spiti atto noston.

(Tentativo di traduzione in lingua italiana:

Sole nero s’accende a sud-est del soffitto (nella casa del sogno e delle visioni che sorge sopra il pozzo dei serpenti) / luce nera nel sonno / dove noi Salentini siamo (totalmente) Salentini. / Una casa sopra il pozzo dei serpenti, / casa del ritorno).

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Un labirinto le radici dell’olivo. Lontanìa dell’acqua.

Sant’Antonio da Padova, ingegnere laureato nell’illustre Università, deve progettare un sistema idraulico per il Salento siccitoso. Concepisce una cupola di acciaio e vetro che ricopra l’intiera provincia, orto botanico d’umido clima meridionale. Demiurgo consapevole dell’invalicabile lontanìa dal suo Creatore e Magister disegna un sistema di piscine e canali e pozzi, chiuse e trivelle e pompe.

Lente navi alate per viaggi inter-onirici solcavano gli spazi visionari di Terra d’Otranto – stavano dentro le trasparenti sfere galleggianti degli incubi.

 

DEL RABBINO VOLUTOSI PIETRA:

Oria: Il viaggiatore salga appena un po’ sulle alture di Oria affacciate sulla piana, e guardi: ad Oriente il Brindisino, ad Occidente il Tarantino.

C’è un punto dell’antica città, percorse strade in leggera salita e gradinate, dove si passa accanto al Duomo e si entra nella piazza come balconata spalancata e protesa sulle terrazze di Oria e sulla piana salentina.

Il Rabbino: Chissà: forse tra Quattrocento e Cinquecento uno dei tanti filosofi naturalisti di Terra d’Otranto, dopo aver montato due immense ali di metallo e tela su una struttura di tiranti e ruote dentate, cercò di involarsi da questa spianata credendo nelle leggi suggerite dal volo degli uccelli e nella capacità della mente di decifrare gli arcani della natura.

Chissà: forse uno dei Rabbini di Oria, avendo fede nella propria fede nell’Altissimo, scoperse il nome segreto di Dio.

Nel tufo il divino?: Ma ebbe terrore di usufruire del potere sconfinato, fino al giorno in cui il colera non fu venuto ad infettare la Città. Allora il Rabbino, evadendo dalla sua condizione umana, volle contagiarsi dell’epidemia, entrare nell’essenza minerale della pietra, diventare una sorta di tufomagnete o tufospugna che assorbisse tutta l’infezione, che la eliminasse dalla città sofferente. La fede nel suo Signore del roveto ardente lo fece restare dentro la sua terrestrità, la sua mente amorosamente desiderosa di conoscere rinunciò alla conoscenza totale ed usò soltanto una parcella del proprio potere per trasformarsi in tufo ed andare a giacere per secoli nella cava di pietra sedimentaria.

Il paradosso: Un pezzetto di tufo conoscerebbe dunque il nome di Dio e potrebbe trovarsi oggi nel muro di una casa o tra i gradini di una scaletta d’accesso ad una corte.

Se da quel tufo, e per inconosciuti sentieri, il nome di Dio fosse giunto anche ai fichidindia e ai vasi di terracotta, al basilico, ai legni delle porte, ai portelli di ferro che chiudono le cisterne, allora noi saremmo circondati dal vero nome di Dio, senza però conoscerlo, e questo sarebbe una presenza-assenza che rende angeliche le cose e noi – gli esclusi.

 

la guglia di soleto

 

IL SOLETANO:

La cupola della Guglia dell’Assunta quasi si perde in alto, tra le nuvole.

Lì c’è una stanza di ventiquattro finestre aperte su tutta Soleto.

Il filosofo naturalista Matteo Tafuri, speculando sull’eros conoscitivo, in una notte di sogni e di visioni, fecondò col suo seme il tufo della stanza. Furono homunculi dilaniati dal desiderio di conoscere la bellezza della luce; composti di acqua pleistocenica e di sabbia, di filosofico umore e di memoria elementale, corsero avidi a compulsare i volumi dell’immane biblioteca del Soletano, ad osservare le sfere cave in cui si studiavano le metamorfosi della materia . . . . .

* * * * * * *

. . . . . Homunculus che danzo nei tuoi sonni

(calvo il mio capo, a meno d’una treccina colore del rame)

χαιρε mio Alchimista,

χαιρε mondo che ancora non conosco,

mondo come rosa bruna e petali bulinati di segni:

Homunculus che sono cieco

non vedo la rosa bruna, non i petali di segni –

questo il tuo dono, Alchimista?

cieco il tuo sonno?

– ma avverto il bruno profumo di rosa,

le sette dita delle mie mani percorrono

il cerchio di sale del tuo sonno –

poi, di là . . . . . che cosa?

E’ una buia caverna il tuo sonno, Alchimista.

(Mi muovo, trascino con me il cordone

ombelicale che mi lega alla pietra tufacea,

giungo fino al cerchio di sale, non oltre).

Che danzo nei tuoi sonni ascolto

(orecchie senza padiglione) ascolto

le parole del silenzio, dell’acqua pleistocenica,

dell’assenza della luce . . . . .”

 

Le Americhe la chiamavano con i gemiti degli indios macellati.

Quale Dio permette questo?”

Aveva studiato con ardore i dialoghi platonici, le opere senechiane, i trattati di Niccolò Tartaglia, la Biblioteca di Fozio Patriarca, il de Perspectiva pingendi di Piero della Francesca, gli Essays di Bacone –

Un vento luttuoso le aveva recato notizia del Titicaca rosso di sangue, del Cuzco saccheggiato, delle assisi teologiche che stabilivano que no pertenece el alma a los indios.

Figlia di terre escluse e subalterne anche lei, aveva fatto un solo fascio di tutta la sua cultura europea, di tutto il suo orgoglio europeo, di tutto il suo europeo slancio di proselitismo – appiccandovi il fuoco.

Si chiamava Estrella de Sal il galeone sul quale s’imbarcò. In uno scontro coi corsari al largo delle Azzorre s’ebbe una pallottola nel ventre.

Il suo corpo fu gettato nell’Oceano – Santa Irene (forse) de los indios y de las aguas ciegas.