Hildegard

di Antonio Devicienti

Koelner Dom

Il Duomo di Colonia

 

 

Ho pareti di musica stanotte
a inchiostrare sapienza di me-femmina
che, cavando la lingua con tre dita
dalla bocca, navigante erte rotte,
la lascia volitare nella luce
stellante della musica-tremore
cangiandola in vertigine per rozzi
maschi che apprenderanno il moto audace

della mente nel farsi oriente e canto,
scangiandola in fuoco arduo ed ascendente
per moto della musica sapiente
spiralante vertigine: è l’incanto.
Bevo il mare e parola, inobliata
libertà, lunazione d’aritmetica
cadenza e pure spasmo se nell’uovo
la sapienza è una musica scavata

per le ascensioni del tuorlo (fiorisce
e me-femmina memore del passo
dei lupi e me-mondo di sé custode
quando impera violenza che ferisce).
Guaina di vita ora irrompi, o lingua
traverso il tempo-traccia transumante
giunco del canto zenitale, o lingua.