Somewhere: un cortometraggio di Christian Tito

di Antonio Devicienti

 

Un po’ come a dei figli voglio bene a ciascuno dei miei cortometraggi. Con ciascuno di essi esiste un legame personale che me li rende cari nonostante le loro imperfezioni, anzi, probabilmente, proprio come a dei figli , a partire da esse. Generalmente il punto di partenza prima di cominciare a montare un lavoro è una sorta di fusione reversibile con l’ambiente. È capitato nel tempo e in particolar modo negli ultimi lavori, che io e Nicola Sisci, compagno di tante avventure, nonché talentuoso curatore della fotografia, a un certo punto, cominciamo a passare del tempo in qualche luogo, con qualche persona, per qualche ragione. I perché di questa necessità, mentre vengono soddisfatti con abbozzi di risposte, restano in realtà oscuri e spesso rimangono tali sino a diverso tempo dopo che il lavoro è stato portato a termine. Ci siamo solo noi, con la telecamera e il nostro comune piacere di “stare” insieme, in quella situazione. Ma ogni esperienza vissuta su quei set è realmente non solo una piacevole necessità, è proprio un’esperienza formativa dal punto di vista umano oltre che una continua scoperta di possibilità e mezzi che il cinema, per due autodidatti un po’ naif come noi , offre.

I sette minuti di Somewhere rappresentano al massimo grado un’espressione di quella fusione reversibile cui accennavo. Per tre anni, in estate, io e Nicola ci siamo recati nel cuore del Parco nazionale del Pollino facendo base a Casa del Conte, minuscola frazione del bellissimo paese del Pollino Lucano “Terranova del Pollino”. Qui vive una persona speciale dotata di un carisma fuori dall’ordinario. Abbiamo avuto il piacere di diventare suoi amici e di passare del tempo indimenticabile insieme a lui e la sua altrettanto speciale compagna. Stanchi e a volte logorati dalla frenetica vita delle metropoli in cui vivevamo e viviamo, pochi giorni in quei luoghi così ameni, essenziali, per certi versi anche duri, erano in grado di ricaricarci per mesi.
Nacque un progetto iniziale che era quello di ritrarre tutto ciò attraverso il nostro carismatico amico; ma, come sempre accade nell’arte e soprattutto nel cinema, esistono tali e tanti fattori incontrollabili che ti portano inevitabilmente a modificare l’idea iniziale e a metterti al servizio di un qualcosa di nuovo. La soluzione migliore, ho avuto modo di imparare, è quella di non opporre mai troppa resistenza quando questi imprevisti accadono. In questo caso il nostro amico era tanto carismatico quanto umile e dunque l’idea di essere il fulcro, il centro d’interesse di un documentario lo metteva a disagio e, a causa di ciò, decise per un docile rifiutò . Ma noi, attraverso di lui, entravamo sempre più in contatto con l’ambiente e la gente del luogo. Attraverso lui, abbiamo incontrato decine di persone che ci hanno mostrato qualcosa di intimamente segreto della loro vita, della loro personalità. Senza lui, questo sarebbe stato impossibile. Poté invece accadere semplicemente perché di lui si fidavano e di conseguenza si fidavano anche di noi. La fiducia è alla base di certi miracoli. Nient’altro.
Così abbiamo accumulato diverse ore di girato per farne un documentario di una certa durata. Ma poi è accaduta un’altra cosa imprevista e imprevedibile: una delle bands da me tra le più amate, l’ islandese Sigur Ros, invita i film maker di tutto il mondo a scegliere un qualsiasi brano dell’allora ultimo loro album “Valtari” per farne un video secondo la massima libertà possibile di espressione. Per me fu un richiamo irresistibile. Avere la possibilità di usare non clandestinamente una colonna sonora di quella qualità (tra le musiche dal mio punto di vista più adatte a un certo tipo di cinema fortemente onirico ed evocativo) perché, in qualche modo , erano stati proprio i suoi autori a concederlo e a chiederlo. Mi misi subito all’opera e dopo avere scelto il brano dovetti operare un’altra faticosa e difficile scelta: rinunciare a tantissime persone e a tantissime sequenze ambientali perché avevo solo 7 minuti a disposizione. Questa è la dura, ma fortemente educativa, legge del montaggio: imparare a rinunciare a cose in se stesse anche molto intense e belle, ma che nell’equilibrio generale di un’opera non servono realmente. Dunque da diverse ore di immagini rimasero 7 minuti, 4 personaggi e un ambiente, che, come mi insegnano vari giganti del cinema, non è solo sfondo su cui i personaggi si muovono, ma personaggio anch’esso e tra i più vitali.
Che cosa resta in fin dei conti allora, un documentario? Non direi. Un videoclip? Neanche. Allora che cosa? È rimasto qualcosa che ha a che fare con tutto ciò che qui ho raccontato: quel legame personale che sta a monte delle storie che poi finiscono in un piccolo film. Resta qualcosa che richiama alla mia mente quel meraviglioso brano di De André dal titolo il suonatore Jones. Resta la libertà che lui aveva visto laddove di solito gli altri non vedevano niente e di cui egli cantava.