Concatenazioni 9: fogli di un diario genovese, l’Eternauta e i telefilm degli anni Settanta

di Antonio Devicienti

 

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1. Queste Concatenazioni sono anche un gioco ed un amarcord, un esercizio di nostalgia ed una brevissima autobiografia sentimentale. Queste Concatenazioni sono un grazie a tutti gli amici con cui condivido passioni e progetti e sono molti, mi rendo conto con gioia: amici e progetti, passioni e luoghi.

2. È il 24 aprile 2015: nel pomeriggio l’incontro a Genova dedicato a Robert Walser (Marco Ercolani si è inventato un titolo bellissimo: La grazia e l’abisso), a sera cena al ristorante: presenti Lucetta Frisa e Marco Ercolani, Giuseppe Zuccarino, Marco Furia e Lucetta Tondi, mia moglie Elma, nostra figlia Giulia ed io. Convivialità di comuni interessi, convivialità di bella amicizia.

3. Dopo la prima portata Ercolani e Furia si lanciano in una gara sui film degli anni Cinquanta e Sessanta (preferibilmente noir): attori, registi, trame, tutto un armamentario immane da tirare fuori dagli armadi della memoria, esilarante gara ad inseguire le proprie passioni, i propri ricordi.

 

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4. Non posseggo nemmeno lontanamente la loro competenza e a me vengono alla mente soltanto alcuni telefilm che hanno affascinato i miei anni di ragazzo: ad esempio non capivo quel telefilm nel quale un uomo fuggiva lungo la spiaggia inseguito da un grande pallone candido. Ne ero soggiogato. Non capivo ed ero succube del fascino di ciò che non comprendevo. Il pallone lo raggiungeva, pareva ingoiarlo: si vedeva il volto, maschera bianca d’orrore, si vedevano il volto e la bocca soffocati nel lattice orrendo. (Ercolani pone spesso al centro della sua scrittura la questione di un’eresia: scrivere contro un potere costituito, trovare nella scrittura lo spazio per la propria ribellione, scrittura quale stridente contrasto tra oppressione e libertà).

5. Nel bellissimo pomeriggio di sole abbiamo parlato di Robert Walser e dei suoi Mikrogramme, quel lungo momento (durato anni) di libertà estrema e giunto fino a noi raccolto in una vecchia scatola per le scarpe strapiena di fogli d’ogni natura e taglia ricoperti di minuscola, talvolta indecifrabile grafia a matita. Lucetta Frisa ne legge alcuni a voce alta, li fa risplendere. Non saprò mai ringraziarla abbastanza per questo. Villa Piaggio, balcone affacciato alto su Genova antica, invita a soffermarsi, a conversare, a guardare.

6. Anni dopo m’innamorai dell’Eternauta: lo incontrai, a puntate, in un albo a fumetti e vidi la nevicata incessante, lo stadio in cui venivano rinchiuse le persone, il kol che aveva almeno 14 dita per mano.

 

il kol

 

7. Più tardi lessi e capii che quel fumetto aveva saputo anticipare l’Argentina dei militari e delle sparizioni (come la Colonia penale di Kafka la Germania hitleriana?) Lessi Cortázar e forse capii ancora meglio.

8. Kafka, si sa, apprezzava Walser, Walser cercò nella scrittura una libertà che riscattasse la volgarità della vita quotidiana. Scrittura che vuol essere luogo di libertà. E quante volte, durante il pomeriggio, si riaffaccia il nome di Sebald, nume tutelare per tutti noi che ci affanniamo a scribacchiare le nostre cosucce. E un giorno, ribadisco tra me e me, scriverò un testo su Sebald e la sua passione per i viaggi in treno e le stazioni ferroviarie (vale davvero la pena scrivere di quelle tedesche, mondi-tempo).

 

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9. The prisoner number 6 si chiamava il telefilm e la sfera bianca inseguiva chi tentava di fuggire dal perimetro di quella che sembrava una bella cittadina di villeggiatura estiva in riva al mare e c’erano mezzi di locomozione avveniristici. Ci ripenso ogni volta che riprendo in mano Die Gelehrtenrepublik (La repubblica dei dotti) di Arno Schmidt, il racconto distopico intorno ad un’isola dove gli intellettuali (spesso stronzi assai, ahimé e non liberi, ma non certo corrucciati per tale mancanza) sono posti nelle migliori condizioni materiali per creare.

 

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Giuseppe Zuccarino mi racconta di Saorge, quell’antico monastero francescano dove intellettuali d’ogni parte del mondo si ritrovavano per studiare e confrontarsi: ne parla nei suoi Grafemi e Saorge è l’opposto della repubblica dei dotti di Arno Schmidt. E nei Grafemi Giuseppe scrive anche della Fondazione Burri a Città di Castello, di una bravissima artista genovese, Luisella Carretta, di amori letterari e filosofici: Pascal Quignard, ad esempio, scrittore del silenzio e del rigore. Riparlerò anche dei libri di Giuseppe, squisito commensale nella bella sera genovese che finalmente incontro di persona dopo averne conosciuto la scrittura grazie alla Dimora del tempo sospeso: la lettura dei suoi libri ne è stato il necessario, felice séguito.

10. Il disegnatore dell’Eternauta scomparve come migliaia di suoi connazionali; Walser scelse d’essere dimenticato (Preferisco sparire, titola Ercolani il suo libro-apocrifo su Walser). Incessante attualità del tema intellettuali e potere, soprattutto adesso, quando il potere è così liquido, sfuggente, onnipervasivo e mentitore (ma, a ben pensarci, com’è sempre stato).

 

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11. Spesso gli alieni erano cattivi, come lo erano stati sempre i pellirosse nei film con John Wayne. Quando ero bambino spostarsi in macchina la sera da un paese all’altro significava percorrere le strade provinciali che tagliavano i bui oliveti i cui tronchi contorti e fantastici ai lati della strada erano illuminati per un attimo dai fari dell’auto – e buio totale, inscalfibile intorno. Le fronde degli olivi occupavano lo spazio visivo davanti all’automobile, lasciando scorgere, in alto, il cielo stellato. Spesso nel telefilm si vedeva l’ufo ruotare velocissimo e luminoso sopra le fronde degli alberi e la strada, in basso, tagliava diritta il bosco.

 

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12. Si chiamava Ufo Shado il telefilm e nei fotogrammi ci sembrava di vedere il futuro: la base lunare, il disco rotante su se stesso velocissimo, gli intercettori spaziali o sottomarini… Era stata da poco raggiunta la Luna ed il futuro, ai miei occhi bambini, si profilava nello spazio: non mi accorsi dell’uccisione di Pasolini, ma ricordo bene i giorni del rapimento di Aldo Moro e ancora meglio gli anni che seguirono. Diventare contemporaneo del mio tempo fu un esercizio di quegli anni: Liceo ed Università e forsennate letture (Appartiene veramente al suo tempo, è veramente contemporaneo colui che non coincide perfettamente con esso né si adegua alle sue pretese ed è perciò, in questo senso, inattuale; ma, proprio per questo, proprio attraverso questo scarto e questo anacronismo, egli è capace più degli altri di percepire e afferrare il suo tempo. (…) Un uomo intelligente può odiare il suo tempo, ma sa in ogni caso di appartenergli irrevocabilmente, sa di non poter sfuggire al suo tempo. La contemporaneità è, cioè, una singolare relazione col proprio tempo, che aderisce a esso e, insieme, ne prende le distanze; più precisamente, essa è quella relazione col tempo che aderisce a esso attraverso una sfasatura e un anacronismo – Giorgio Agamben in Che cos’è il contemporaneo? Da Nudità, Nottetempo 2013 e dedico a te questa citazione, caro Ercolani, abbiamo parlato di Agamben andando verso Santa Margherita Ligure, ricordi?, e quanta polemica nei confronti della nostra contemporaneità si coglie nei tuoi libri!).

 

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13. Ed anche Corto Maltese mi era allora oscuro e affascinante, incomprensibile e bellissimo; mi chiedo se sia passato per Genova (ma sono certo che sì) e vedo la poesia calda di Lucetta specchiarsi nel velluto denso del vino nel calice davanti a lei, Lucetta che, il giorno dopo, ci mostra il mare e la passeggiata a mare di cui canta nel suo Ritorno alla spiaggia. Quanti mondi e quanti nomi nei libri degli amici genovesi! E tu, Lucetta carissima, scrivi ancora, ti prego, del mare e del sogno, della luce all’alba e del ricordo.

14. Lucetta Tondi racconta con grazia e dolcezza della sua musica – e delle sue insonnie. Derivano anche da qui le concatenazioni musicali nella poesia recente di Marco Furia, suo marito? Gli affetti sanno filtrare nella scrittura, la pervadono aerei e persistenti. E l’insonnia è forse un portato dell’attenzione ininterrotta per il mondo.

15. Marco Furia ha un senso dell’ironia finissimo: incontrare i veri poeti a tavola schiude spazi di felicità. Leggerli è promessa costante di bellezza.