Una scienza / capace di strappare uno stupore nuovo. Su “La distanza delle orme” di Marco Bellini

di Antonio Devicienti

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Auguro a questo libro di Marco Bellini, La distanza delle orme (La Vita felice, Milano, 2015), di venire letto, studiato e preso a modello da chiunque voglia scrivere evitando i vezzi del poetichese, i narcisismi dell’ego, le cadute di stile, la banalità dei temi e delle immagini. Si tratta di un libro stratificato e complesso, che obbedisce ad un progetto serio e ambizioso, perfettamente realizzato. Partendo dal titolo mi sembra di poter dire che quella distanza abbia una doppia valenza o direzione: è la distanza di noi dalle orme dei nostri più remoti antenati (e viceversa), ma anche la distanza più o meno grande delle orme (immagine quest’ultima suscettibile di più interpretazioni) tra di loro; questo significa che la stratificazione cui accennavo è quella tematica (dall’io in direzione di un suo superamento per collocarlo dentro una storia e una memoria collettive) e temporale, visto che Bellini tematizza i riti di sepoltura del popolo dei Toraja nella parte interna dell’isola di Sulawesi, la caduta di un meteorite nel 1766 ad Albareto presso Modena, la scoperta del pianeta Kepler-186f avvenuta in anni recentissimi, la località di Thingvellir dove a partire dal 930 si riunivano a parlamento le tribù vichinghe e le orme umane fossili di Laetoli in Tanzania, antiche di circa 3,7 milioni di anni. Ma tale stratificazione tematica e temporale avviene anche a livello di medium comunicativo: allegato al libro diciamo così “tradizionale” (e sempre molto bello, elegante e pulito dal punto di vista grafico e notevole per la qualità della carta, come ci ha abituato la Vita felice) c’è un CD intitolato Inserti, per cui si può procedere in almeno due modi: o leggendo il libro, oppure aprendo la traccia multimediale che riporta integralmente la versione a stampa, soltanto che un @ in inchiostro nero nel volume e di colore azzurro nel disco segnala i diversi luoghi nei vari testi in cui, “cliccando”, compare un “inserto” al testo stesso, un’orma mi vien fatto di pensare che si può ignorare, oppure leggere e considerare. Un libro in poesia è sedimentazione, ricerca, riflessione, progetto, costruzione. Un libro in poesia non si rinchiude mai su se stesso, ma, a parte l’ovvia operazione che fa il lettore di aprirne e scorrerne le pagine, è già di per sé aperto alla realtà e in questo caso anche dal punto di vista della tecnica editoriale esso tenta di superare la tradizione, pur salvaguardandola. Sottolineo che non si tratta qui di un’operazione a sua volta ormai obsoleta qual è quella di allegare un CD con i testi messi in musica o letti ad alta voce, ma di “celare” orme e tracce nel multistrato del disco, creare una vera e propria multidimensionalità testuale e concettuale. Mi affascina questa possibilità che rende visibile e attuabile il desiderio che ogni poeta ha, mentre scrive, di far emergere il celato o l’ulteriormente dicibile, oppure le differenti possibilità realizzative e semantiche di uno stesso testo – o, viceversa, di occultare, ma non cancellare, eventuali derivazioni o diramazioni del testo. La profondità storica e psicologica del linguaggio viene evidenziata anche tramite questi affioramenti degli inserti del testo, questa possibilità che ha il lettore di scegliere se far affiorare dei versi o se lasciarli nelle profondità invisibili, ma presenti e attive, del testo. Attraversando l’opera di Marco Bellini capiremo quanto coerente con le problematiche e le tematiche affrontate sia quest’idea di una versione doppia dello stesso libro.

Leggiamo il testo proemiale:

Voci recise, distanti
sanno la presenza dell’ascolto.
Ritrovate tentano,
come il sole le ombre sui muri,
la parola
ogni suono deposto (pag. 11).

Come si nota viene stabilita immediatamente la distanza tra le voci recise e il nostro presente, ma (ed è cosa oltremodo interessante) proprio quelle voci sanno che esiste una presenza di chi si pone in ascolto; questo libro è, dunque, una tensione all’ascolto nei confronti di chi ebbe o di ciò che ebbe voce, ma gli fu recisa. E l’antichissimo tema dell’ispirazione poetica viene qui rinnovato e variato, riproposto in maniera originale, lontanisssimo (se non addirittura loro avverso) da suggestioni spiritualiste o irrazionali: quelle voci ritrovate tentano / la parola, esse non hanno più suono, cancellato sia dalla distanza temporale che dagli eventi, ma cercano accoglienza, ascolto presso il poeta che, come svuotandosi del proprio io, della propria soggettività, si dispone ad accoglierle, a dar loro forma di scrittura, sequenza di sintassi, bellezza di linguaggio.

La sezione seguente, L’appartenenza sospesa, si apre con il testo

Sotto le scarpe gli avanzi
di una terra che non puoi dire.
Da straniero calpesti la nuova
ti chiedi cosa ancora di te,
cosa conservare, un riconoscimento

altro. Nulla si è trovato (pag. 15).

Ecco un’altra caratteristica del libro: la sua identità migrante. Si parla tanto di migrazione, si scrive tanta poesia (spesso atteggiata e insincera, o rabberciata e autocompiaciuta) sul medesimo tema, ma qui Bellini pone il concetto, ben oltre la contingenza storica, a fondamento dello stesso fare poesia, lo porta ad emersione dalla profondità della parola, lo trova nel linguaggio con il quale le voci dei versi incipitari tenteranno di raggiungere la nostra mente e lo sguardo e l’udito di noi moderni.

 

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Sei un uomo in partenza (pag. 16) scrive icasticamente Bellini e poi:

In fondo è una questione di distanza
la sicurezza che perdi
quando lasci, quando metti
molti passi.

Chiedi permesso con la postura
quasi una torsione, un’anomalia
per stare. Ti senti sulla soglia
stabilmente.

Mimetizzarsi, almeno tentare anche
nell’odore. La preghiera detta piano
quella scandita dove stavi. Capisci
l’appartenenza da non osare. @

Anche i sogni hanno cambiato
misura, il poco che tengono.
Così spesso il punto d’arrivo
sospeso, nella parola resa (pag. 18),

e l’inserto segnalato da @ recita:

“È una costante l’interruzione
spande velenosa i frammenti.
Le mani senza linee
non mi lasciano ascolto. Rimango asportato”
(pag. 10 nel file multimediale). Siamo di fronte ad un concreto esempio delle diverse modalità di lettura, delle stratificazioni e delle emersioni/sommersioni del libro, o meglio, di quest’opera che vuole andare oltre il libro come finora da noi inteso. Questo accade, ad esempio, davanti ad un reperto acefalo o mutilato: lo si legge, ma si è costretti a colmare la mancanza, a immaginare quel che era e che è andato perduto; oppure è la verità di ogni testo che mostra soltanto parte di sé, quello che l’autore ha considerato definitivo, ma che in realtà è il risultato di un lasciare, di un mettere molti passi, di una distanza e accorgiamoci (è importante!) di quanto proprio la distanza sia leitmotiv determinante in quest’opera di Marco Bellini che, in cammino attraverso la scrittura, prende distanza e avverte la distanza, ne dice le conseguenze che portano alla separazione e all’assenza, ma anche la fecondità nell’essere itinerario, ricerca, interrogazione, dialogo col mondo e col tempo.

In disaccordo, nascondendo la presenza
senza capire dove, cerchi
la poca luce, l’angolo
che nessuno pretende.

Il cibo della sera resta l’orizzonte lontano.
L’intercapedine, il cono d’ombra
dove tieni le ore private
non possono essere una somiglianza. @

Mutati nella vergogna, gli occhi
come un chiaro d’uovo:
anche il bianco può essere
il colore della paura (pag. 19)

e nell’inserto:

“Dove mi riconosco?
Un luogo di avanzi è ogni cosa.
Non domandano, non imparano la mia gratitudine”
(pag. 11 nel file). E leggendo capiamo di essere di fronte ad una discreta, ma recisa affermazione di metodo esistenziale e di scrittura, soprattutto di fronte ad una riflessione sull’ardua e annosa questione del dire “io” in poesia, dal momento che viene instaurata una dialettica tra le “ore private”, “l’intercapedine” che non possono essere una somiglianza e la poca luce, l’angolo / che nessuno pretende, ché la questione fondamentale è il rapporto tra il soggetto che sente, pensa e scrive e il mondo, ma anche la comunicabilità agli altri del mondo oltre che la lente deformante, arbitraria e a rischio di solipsismo della propria soggettività. Assume così un senso d’urgenza la domanda dove mi riconosco? che non casualmente appartiene al testo “sommerso” o “nascosto”. Stiamo attraversando risultanze della riflessione di Bellini che preparano il passaggio verso la parte dell’opera (quella più consistente per numero di testi) in cui sembra risolversi la questione della liberazione dal soggettivismo e il libro si costruirà attraverso una saldezza di scrittura che accoglierà in sé proprio quelle voci subito nominate in limine.
Intanto continua la meditazione del poeta:

(…)
“Io sono di questo posto”:
non è più la tua voce. Taci
ogni fango calpestato; attendi un segno
vorresti atteso tu, cerchi
ora
che sei a metà
(pag. 20).

Se il partire dal soggetto è inevitabile, sembrano essere proprio l’attendere e il cercare gli atteggiamenti mentali ed esistenziali che preservano dal solipsismo e dall’autocompiacimento, fondando le ragioni della scrittura.

Hai una carne fatta trasparente
il ricordo sostiene, anche se resta
inevaso il nome che veste. @

(“Il riflesso nel vetro di un’auto
mi conferma. Se bastasse
per la strada oltre l’angolo,
se fossi vero
per restare”)

Manca la possibilità
il taglio in un’altra vita
dentro questo spessore
che non sei (pag. 21 e pag. 13 nel file). Il tema è quello della ricerca di una verità circa se stessi, come ulteriormente afferma l’inserto, il bisogno di uno spessore e di un ubi consistam, la necessità di una profondità dell’io che rischia di essere trasparente, puro e fragile riflesso, transeunte identità il cui nome è a sua volta fragile e transeunte. Andare molto indietro, fino alle origini stesse dell’umanità, ipotizzarne movimenti e pensieri intessendo un argumentum e silentio a partire da orme fossili, cercare in esse scaturigine e senso del proprio essere qui e oggi sarà itinerario delle pagine successive.
Se metti parole che disegnano (pag. 22) e se Non distingui dove passare la notte / vorresti che ci fosse / un fuori da lasciare fuori (pag. 23) poi ti chiedi: L’avresti fatto il viaggio / se qualcuno avesse detto / parlato prima? (sempre a pag. 23) Insisto a sottolineare come Marco Bellini affronti la questione cruciale dell’identità personale e del dirsi di quest’ultima nella scrittura, radicalizzando la propria ricerca e ricorrendo ad un linguaggio limpido e raziocinante, privo di abbandoni sentimentali e lirici, ma percorso da una molto forte tensione etica e conoscitiva. Anche questa postura della scrittura cerca di aprire nuove strade alla poesia a noi contemporanea, volendola strappare ad un’infantile fissazione ombelicale, alle trite e ritrite sperimentazioni linguistiche, all’attorcigliarsi su se stesso del senso che si rivela infine un vicolo cieco – Bellini vuole, invece, intraprendere un viaggio di scoperta, vuole calarsi dentro il divenire dell’umanità, superando (ma senza dimenticarlo, anzi col fine di dargli lo spessore di cui si parlava poc’anzi) l’io. La sua è l’aspirazione a Uno spazio / che tenga e possa essere per domani (inserto a pag. 15 del file).

(…)

Chiedevi, ma era un’ultima istanza:
si può essere vivi anche
se gli altri non ti vedono?
Spostano lo sguardo
ed è così semplice.

Rimane imperturbabile
(ecco la parola) ciò che vedi
dirada, sfocano le ripercussioni
mancate: la tua partenza
appena
                                           in un appunto (pag. 24).

La fragilità stessa della parola poetica si palesa qui, ma l’urgenza dei quesiti che Bellini pone mette in relazione proprio questo trasparente, fragilissimo io (anche quand’esso si dice nella scrittura) con “gli altri”, atto, quest’ultimo, pur’esso teso a liberare poeta e poesia dalle secche del solipsismo e del solitario rimuginare.

 

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Giungiamo ora alla sezione Bambini apocrifi che fa riferimento ai riti di sepoltura del popolo dei Toraja, in particolare a quello dei neonati che vengono sepolti in una cavità scavata nel tronco di un albero vivo, perché si pensa che il fusto, crescendo, porterà l’essenza del bambino verso il cielo. Se Emilio Villa faceva riferimento alla filologia e all’archeologia, Andrea Zanzotto alla psicoanalisi, Leonardo Sinisgalli alla meccanica e alla matematica, oggi Bruno Galluccio alla fisica, Marco Bellini dà il suo sostanziale contributo in tale dirazione e anche in questo senso vuole il superamento del recinto ristretto della poesia quale genere puramente letterario: l’antropologia culturale può, allora, congiungersi con la parola poetica, il tema della nascita e della morte essere rinnovato, finalmente superato l’artificioso steccato tra cultura umanistica e cultura scientifica, recuperando una globalità dell’azione culturale umana che ha rischiato di andare perduta.

(Per loro non hanno scelto la terra;
la terra non sa trovare il cielo).

Qualcuno ha pensato a dare un posto
perché resti qualcosa della carne
mischiata al latte. Dentro uno scavo
di legno caldo dove tacciono ripiegati
privati del loro progetto
i bambini apocrifi, destinati
a una prevaricazione accolta e subita. @
Un brodo scandaloso il midollo osseo
e la linfa; fluidi tornati alla parola
dentro gangli contaminati dove scorre
una “mortevita” (pag. 29)

«Io sono un bambino dell’albero
e sono qui, senza domande.
Mi spettava un mondo orizzontale
vite sorridenti in cui entrare.» (inserto a pag. 19 del file).

Provo a scrivere qualche parola di commento; innanzitutto mi soffermerei sull’interessante dialettica tra la terza persona impiegata nel testo e la prima persona dell’inserto, cosa che conferma quanto dicevo della poetica di Marco Bellini e della sua ricerca sulla scrittura, nella quale l’oggettivazione del dato di partenza o di quello autobiografico ha uno spazio determinante; ma non meno importante è l’attitudine di una tale scrittura verso l’immedesimazione, quasi esistesse un moto pendolare tra io e noi, tra noi ed essi. Mi sembra ormai più che ovvio che la poesia continui a fare i conti con alcuni temi che potremmo definire “eterni” (qui: la morte e l’eventuale commistione di vita e di morte e la loro osmotica concomitanza), per cui cui Bellini, come ogni poeta consapevole, deve cercare precise strategie espressive e rappresentative. Penso divenga così chiaro perché all’inizio ponevo l’accento sulla secondo me convincente e originale scelta di scrivere in questa maniera peculiarmente stratificata, costruita sull’interdipendenza tra testo “emerso” e inserto “nascosto”, tra testo per il quale ci si è decisi e l’altro testo possibile e non per questo meno significativo o meno riuscito. E ci si può fermare ad ammirare la cristallina bellezza di questa lingua, la misurata commozione che ne scaturisce, anche perché ci si chiede se non siamo anche noi, ancora in vita, “apocrifi”, già mescidanza di vita e di morte, offerti alla decadenza fisica dal passare del tempo biologico, ma dotati di una mente che, anche per com’essa è intesa all’arte e alla bellezza, aspira all’ascesa verso il “cielo”, cercando d’innestare se stessa nel tronco della cultura umana, ch’è cosa collettiva e capace di attraversare i secoli, trasformandosi in memoria e in permanente bellezza. Infatti dal testo successivo isolo e cito:

(…)
Tra gli scavi
della corteccia affiora il muschio
dei pensieri; atti senza movimento
(…)
(pag. 30)

mentre nell’inserto il bambino dice, tra l’altro “chiedo di essere accolto / in questa forma lenta”. Nella lentezza della crescita dell’albero (e la pianta cresce al posto di chi dalla morte a tale crescita fu impedito) si enuclea il pensiero, ma dentro un corpo immobile.

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La sezione successiva (Della caduta di un sasso dall’aria) sta tutta sotto la suggestione del meteorite caduto nel 1766 ad Albareto di Modena, studiato e descritto dal filosofo naturalista Domenico Troili nel trattato di cui la sezione stessa è omonima.

(Ti hanno portata da noi).

Le influenze delle masse disperse nella corsa
come il piombo che si apre nell’aria
dopo uno sparo; la loro forza di gravità, le spinte
la curvatura del buio tra le spirali
ti hanno portata da noi, per una parola
sconosciuta dalla bocca incerta. @

(“Percorsi senza voce mi hanno segnata.
Vi porto riflessi, consistenze instabili
rimbalzi lontani di una tensione primaria.

Qualche conferma e nuovi dubbi si fanno”)

Bottiglia con il messaggio
convocata per un viaggio; di chi la mano?
Materia lontana avviata allo spazio,
da tutto quel vuoto che qui
farebbe rumore, e poi raccolta in un prato
che ancora fumava di cielo bruciato (pag. 33; pag. 22 nel file).

Essere capaci di un ascolto nuovo;
ti hanno portata da noi perché tu sia riconosciuta
in un libro già nato o destinata a pagine
ancora da scrivere?
(pag. 34)

e il meteorite, immagina Bellini, risponde nell’inserto: «Non basto per incontrare altro / solo qualche accenno / un’intuizione possibile» (pag. 23 del file).
È come se Bellini recuperasse una tradizione culturale antichissima, già presocratica, che non distingueva scienza e poesia, o meglio, che sapeva parlare di scienza adoperando gli strumenti più raffinati del dire (ma ricordo che i trattati galileiani sono, ad esempio, gioielli di stile e di bella letteratura e che il De rerum natura dimostra in maniera inoppugnabile quanta concomitanza di bellezza scaturisca da scienza e arte, da filosofia e poesia). La condizione necessaria e alla scienza e all’arte è questo “essere capaci di un ascolto nuovo”, la fecondità degli accadimenti naturali consiste nel loro venire accolti in un libro, rimanendo l’elaborazione culturale ciò che fa transitare i fenomeni da muti accadimenti a fatti carichi di senso.

 

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E una seconda volta lo sguardo si spinge nello spazio: la sezione Come sempre ancora è incentrata sull’annuncio della scoperta del pianeta Kepler-186f nella costellazione del Cigno che presenterebbe caratteristiche pressoché uguali a quelle della terra:

Lo so, forse era già nel sangue di ogni parto
nella tosse di una scossa tellurica
nell’elica che regge gli atomi e ne fa un deposito
di memoria. Forse era già nel tentativo di una religione.

Questa notte cercheremo un buio diverso
uno scarto laterale dentro un silenzio nuovo
se l’ignoto sarà ancora il punto di fuga
necessario per le mani giunte. @

(«Consumando la suggestione
di ogni riferimento, spostando
l’incertezza delle linee
così la povertà di uno sguardo.
E quindi: dove mettere a fuoco
sicuri di non vedere?»)

Questa notte come sempre, ancora.

La religione, l’atto di rivolgersi all’ignoto, lo scrutare il cielo per scorgervi le ragioni del nostro esistere sulla terra, o, come nel caso di Kepler 186-f, per ipotizzare l’esistenza di altri esseri simili a noi rendono di nuovo attuale la questione della creazione e della redenzione, la medesima che si era imposta subito dopo la scoperta delle Americhe e di altre civiltà che non avevano conosciuto il Cristianesimo.

 

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E quest’ambizioso libro di Marco Bellini continua a porre la questione dell’identità nella sezione L’enfant sauvage dove, riferendosi al fanciullo ritrovato nella zona boscosa dell’Aveyron nel 1793 e soggetto di un famoso film di François Truffaut, la riflessione si rivolge alla “parola madre”:

Come ascoltare? Quali vibrazioni
dei muscoli sul viso leggere?
Non c’è stato modo di educarti alle sillabe,
i primi anni pesavano troppo
e la voce sgretolata veniva dal vento
da quei rumori di foglie e animali
che noi avremmo dovuto imparare. @
Ti hanno lavato per lavare
un mondo dalla pelle.

Le mani sapevano tracciare le linee
di un cervo su una pietra?
Forse hai preso la nostra strada,
soltanto in un tempo già consumato;
scelta diversa, involontaria, nudo
dai vestiti e dall’ipocrisia (pag. 42).

Si sono stancati di misurare i gesti
(il tuo fiuto ancora trovava gli alberi)
di cercare le chiavi per una lingua
che fosse uno spiraglio dentro
uno specchio limpido di paura.
Ti hanno messo in basso, tenuto
da una luce revocata, le differenze marcate
il solco definito; ora capaci
della presunzione necessaria
a dimenticare. @

Non sapremo mai dov’era per te
il luogo della parola madre (pag. 44).

Negli inserti (che qui non riporto) parla direttamente il ragazzo, sottolineando con le sue parole la distanza che lo separa da coloro che lo hanno esaminato e che hanno cercato d’insegnargli la lingua comune ed evidenziando la paura che il suo esistere provoca perché capace di mettere in dubbio i fondamenti assodati del vivere. La distanza delle orme è un progetto di scrittura che vuol tornare (per ripartirne su basi nuove) al punto zero del linguaggio e della civiltà occidentale, non è quindi un libro di poesie da cui trarre un più o meno innocuo diletto, ma una messa in atto delle domande più radicali, in questo caso circa il modello di civiltà che un uomo, cresciuto al di fuori della società storicizzata, può elaborare e attuare; la divaricazione tra stato di natura e società, ma, soprattutto, il superamento di tale tematica rousseauiana e la questione, ancora più interessante, circa modelli diversi di civiltà coinvolge Bellini; la stessa scelta d’imbastire un dialogo rivolgendosi al ragazzo in seconda persona porta il libro a dialogare con un’alterità che costringe a ripensare le basi medesime del linguaggio, quindi della poesia. Nulla è pre-costituito, né pre-determinato, né pre-servato, ma ogni atto di pensiero e di linguaggio viene sottoposto a vaglio critico e rimesso sempre in discussione. I giorni dei lumi, della ragione sovrapposta / agli istinti che ti muovevano (pag. 43) sono necessitati a fare i conti, appunto, con un’istintività sorgiva capace di dar vita ad un tipo d’uomo libero, forse, da ipocrisie e convenzioni.
Ecco perché un luogo come Thingvellir suscita una riflessione sul concetto di comunità e di politica: tentando questo ritorno verso l’origine (in maniera hölderliniana “verso la fonte”) Marco Bellini non solo deve andare a ritroso nel tempo, ma scoprire che più che il luogo in sé sono la simbologia e l’aura di quel determinato luogo a parlare al nostro oggi, confermando ancora una volta il fatto che l’assenza non è meno forte e significante, talvolta, della presenza:

Nessuna costruzione, non la solidità di una roccia
scalfita a caratteri runici capace di tenere
vicino, non uno scranno invaso di pioggia
che dica di un’ipotesi lontana
di una testimonianza. @ Solo una natura rigida
a conservare a dire che il posto è quello
dove un tempo la povertà primitiva
si era fatta accogliente
(pag. 47).

(…)

Rimase un gesto lontano, quando la civiltà
fece un segno tra quei muschi, un angolo
riconosciuto che avrebbe guidato
mostrato una possibilità:
uomini ruvidi si fermarono, si cercarono
presero tempo per crescere vicini (pag. 48).

Ma siccome l’intero impianto del libro belliniano riposa sulla ricerca di basi storiche e memoriali per il nostro fluido e distratto presente, ecco che il poeta scrive di messaggi faticosi che imparavano / diventavano pilastri e ancora di più / oggi, per noi una pietra angolare (pag. 49).

 

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L’idea che sottende la sezione finale (Verso di noi – le orme di Laetoli) è infatti quella che le orme fossili di Laetoli continuino a muovere verso di noi, che la percezione necessaria e corretta del nostro presente vada calibrata sul senso di profondità temporale, per cui quei nostri progenitori ci portavano già sulle spalle e il fitto dialogo, strutturato stavolta tramite il pronome “voi”, ha la sua ragion d’essere in questa consapevolezza.
Leggiamo l’emozionante lirica d’apertura:

Prima del Similaun con i suoi doni antichi
prima della torba di Tollund fertile di corpi
e di parole per Seamus, furono passi inconsapevoli:
l’orizzonte africano centrava le pupille
muoveva la formazione dei cromosomi
veloci verso di noi verso le domande,
il segno involontario di una scrittura implume
un graffio come un’attesa
per una diversità mai riconosciuta. @

(«La nostra carne, gli ossi
hanno dimenticato per riposare, persi
nella sabbia, essi stessi pietre
senza più il perché assegnato.
Non prima di avere lasciato pochi solchi
graffiti che sono oggi una sorpresa»)

Sarete una traccia paziente
necessaria a mostrare la fragilità
che ci fa persi dentro il cuoio
di una scarpa, schiacciati
in un presente di ritorno dove ancora
continuiamo a esitare il profilo (pag. 53).

È così che Bellini pone il suo discorso (e ben a ragione) in un ambito europeo con quell’accenno agli “uomini della torbiera”, capolavoro di Seamus Heaney e anche legandosi (lo ricorda in nota) ad un passaggio di Corpo stellare di Fabio Pusterla; ma non mi fermerei qui: in Italia ricordo di nuovo Emilio Villa e i suoi studi sull’uomo “primordiale” e poi il poemetto con cui Stefano D’Arrigo apre Codice siciliano, quello di Roberto Mussapi Gita meridiana, in Germania il documentario di Werner Herzog sulla Grotta Chauvet. Nella sua originalità e con la sua bellezza stilistica La distanza delle orme ben s’innesta in una riflessione intorno alla nostra contemporaneità che è in grado di indicare una strada nuova alla poesia; quest’ultima sezione, poi, è costruita come un prisma nel quale si riflettono più elementi concomitanti: il dialogo con i tre ominidi che hanno lasciato le impronte fissate per sempre dalla cenere del vulcano Sadiman, il ruolo degli scopritori delle impronte (il gruppo di ricercatori guidati da Mary Leakey), il dispiegarsi della voce poetica che salda tra di loro passato e presente, l’orizzonte vasto della conoscenza umana che, iniziando dall’umile procedere dei tre individui verso la sorgente d’acqua, ha saputo attraversare lo spazio siderale:

(…)

Procedevate verso di noi
lo si vedeva da quei pochi gesti
resi nell’aria abitata; uno stare lungo
capace di contare le comete. @

Il vostro dire si è compiuto a Laetoli
capoluogo che cancella i confini nati
sui colori, sui tratti; impronta gravitazionale
che ci lega e ci sente
e noi sentiamo, sempre
oltre la distanza dei movimenti (pag. 54).

Oltremodo interessante l’inserto che recita così:

«Sulla strada che ha condotto alla Venere di Milo
sul punto uno della parabola
noi inesperti, senza nome
capaci di un’azione: rugoso
il movimento lasciato a segnare.
Scavi,
come radici che vi sostengono»
(pag. 38 del file).

In questo modo si compie la parabola del libro, dalla sezione d’apertura ricca di immagini legate all’andare e che attraversa le angosce dell’io fino a quella in chiusura che quell’io riconduce alla sua origine e colloca all’interno di una comunità di esseri votati alla conoscenza.

(…)
Parlarci
mostrarci la posizione eretta, scrivere al mondo
aiutarci a tenere la paura tra le mani
a reggere tutto lo spazio che abbiamo attorno
questo è stato da voi
che avete finito il sole
e aspettate quando andremo;
mentre già
ci portavate sulle spalle
(pag. 55).

L’immagine già medioevale degli antichi che, giganti, portano i moderni, di piccola statura, sulle spalle consentendo loro di vedere più lontano si associa a dati tipicamente scientifici quali la posizione eretta, l’alluce allineato e il pollice opponibile, le risultanze cioè nient’affatto trascurabili dell’evoluzione umana, per cui ne scaturisce l’emozione del poeta, commozione nel riconoscere i propri remoti progenitori e quel cammino, appunto, che da un altipiano africano ha portato l’umanità a studiare le stelle.

Una responsabilità inconsapevole vi avvolge.
Il tufo vi ha raccolto nel Pliocene, ha riposato
e conservato l’alluce allineato; l’alternanza
di pressioni e leggerezza sono una danza misurata.
L’andatura di un metro al secondo
vi portava all’acqua? Eravate in due
forse tre; forse un legame vero vi guidava?
(pag. 56)

(…)
per sempre evaporato il peso di nervi
e visceri, il peso che ha prodotto quel vuoto
portato a noi
che siamo il vostro lascito.

Si lavora sull’assenza (pag. 58). Già: si lavora sull’assenza, si costruisce un argumentum e silentio, la poesia stessa sembra essere un imbastire testi a partire da ciò che manca, o da ciò che continuamente si sposta, secondo le più moderne teorie scientifiche di campo: la realtà è un vibrare incessante di onde, un corpo o una particella modificano continuamente lo spazio intorno a loro, per cui la descrizione stessa di un campo è accenno e intuizione del possibile o del probabile, proprio come “dice” il meteorite di Albareto.

 

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Nell’inserto a pag. 54 del file si legge:

«Già sentivamo la differenza
zoccoli e palchi erano distanti.
Qualcosa nell’andatura,
ma lo sguardo e dentro
il colore dell’immaginazione
erano solo nostri».

In un perfetto equilibrio tra tradizione (basti pensare al “fatti non foste” dantesco) e modernità (le risultanze più recenti e innovative delle scienze) Marco Bellini restituisce a ciò che è umano la capacità di commuovere ed esaltare, di suscitare un senso di fierezza e un empito di entusiasmo: ma lo sguardo e dentro / il colore dell’immaginazione / erano solo nostri. E una cosa del genere la può ben capire Il nostro tempo che vi chiama e interroga (pag. 63).

Solide e fragili, continuerete a restare?
Sabbia di fiume e ciottoli oggi vi nascondono
vi aprono i secoli moderni.
Un’eclisse rinnovata, aspettando una scienza
capace di strappare uno stupore nuovo.
Rimangono la conoscenza, le forme
fissate, i rilevamenti, la luce
che vi hanno preso
(pag. 65).

Il libro è corredato da una prefazione firmata da Lino Angiuli e da una postfazione di Sebastiano Aglieco, entrambe illuminanti e partecipate.