Miroloja

di Antonio Devicienti

 

tzivaeri_kapsali_kythira

 

I versi che seguono sono dedicati agli amici-fratelli di Perìgeion: non saprò mai dirvi abbastanza il mio affetto.  Né la mia gratitudine.
Dedicatari ne sono anche Biagio Cepollaro e Gianni Montieri.

Perlustravano
i santi Cosma e Damiano
– la lanterna tra le mani –
– il rimorso nella mente –
la linea costiera (bassa) degli Alìmini.

– ché tornavano decapitati dalle campagne
di Grecia, d’Albania, di Russia
i Salentini che
pur si erano affidati alle
loro virtù di taumaturghi-che-stornano-la-
morte.

La radio, anno ventesimo
dell’Era fascista, trasmetteva
marziali canti. Io
(- mancavano ventun’anni alla mia nascita -)
aspettavo mio zio in piedi sull’orlo
della battigia.
Mi riconobbe traverso l’occhio
trapassato dal proiettile tedesco,
corridoio di tempo e di discendenza
afona di parole, ma
di segni eloquente.

Andammo muti a casa.
Lì c’era una sedia per lui e per me
e il pane del ritorno.
( . . . . . )
Una sedia per ogni
ascendenza del sangue –
molte le sedie lungo le pareti.

Sarete coltelli sarete pane
sarete uova dai millenni siccitosi
occhi sarete di sguardo-verso-dentro.
( . . . . . )
‘ncoddhu a lli partigiani –
‘ncoddhu a lli partigiani –
( . . . . . )
Siede in cucina
(il centro della casa)
siede le mani aperte sul tavolo
incrociati i piedi sotto la sedia.

“Vue’ mme dai ‘nu picchi d’acqua?”
dice piano.

L’acqua ora nel bicchiere
per una bocca impastata
di melancolia e stanchezza.
Ma non beve.

Non basteranno queste linee di scrittura
non basterà il ricordo
non basterà raccontare di quando
(dopo l’8 settembre)
salì con gli altri sulle montagne.
Ci vuole dell’altro.
Nella vita dei vivi
ogni giorno
non basta la memoria soltanto.

 

 

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i Miroloja sono, in lingua grika e in accordo con la tradizione greca e greco-bizantina, i canti funebri popolari del Salento.

i santi “medici” Cosma e Damiano vengono ancora oggi molto venerati dal popolo salentino; ragione storica e memoriale ne sono le molte malattie ed epidemie che nei secoli decimavano la gente della Terra d’Otranto che, analfabeta e suo malgrado inconsapevole delle ragioni reali degli accadimenti, si affidava speranzosa a tutto un manipolo di santi e di sante taumaturghi.

‘ncoddhu a lli partigiani vale, nel dialetto salentino della Provincia di Lecce, “intorno al collo dei partigiani” e allude al fazzoletto rosso di pasoliniana, commovente memoria (Le ceneri di Gramsci).

il dialetto che parla mio zio partigiano è quello di Mesagne in provincia di Brindisi, da dove è originaria la mia famiglia.

l’immagine d’apertura è una foto che ho scattato a Kapsali, nel Sud dell’isola di Citera: la Sirena agita una bandierina su cui è scritto “tzivaeri”, che significa “cosa/tesoro preziosi” e che è il titolo di un diffuso canto popolare greco che canta la nostalgia per i propri cari emigrati lontano da casa.