La parte arida della pianura e un’Italia in fiamme

di Antonio Devicienti

 

prima di copertina

 

Sono particolarmente affezionato ai testi contenuti nel preziosissimo e minuscolo volume La parte arida della pianura (Edizioni Culturaglobale, Cormons, 2015) perché sono essi, pubblicati assieme ad altri inediti sulla Dimora del Tempo sospeso circa due anni fa, che mi hanno messo per la prima volta in contatto personale con Nino e perché questa plaquette, che anticipa un libro a venire, è di una bellezza poetica e concettuale assoluta.

Se Latitudini delle braccia si apre con un testo che ricorda la strage alla Stazione di Bologna, questo libriccino comincia con dei versi che rimemorano la morte di Pasolini, come se Nino Iacovella scegliesse dei fatti secondo lui salienti nella storia d’Italia per riavviare ogni volta il suo discorso poetico che consiste in un rigore di stile ineccepibile e in una riflessione sul nostro stare nel mondo e nella storia.

Il poeta di Guardiagrele ha raggiunto una sicurezza nel dettato poetico tale da permettergli la costruzione di testi dicevo rigorosi e aggiungo convincenti perché sanno suscitare la partecipazione intellettuale del lettore e quindi quella emotiva che, però, non viene solleticata in maniera facile e ammiccante, ma scatta proprio dopo che l’intelletto ha riconosciuto nel testo motivi e ragioni per lasciarsi coinvolgere e stimolare.

Partiamo allora dall’Idroscalo di Ostia, dalla mattina del 2 novembre 1975: sia Nino che io eravamo dei bambini in quella data, io per primo non ricordo neanche le notizie di quella morte date dalla radio e dalla televisione, ma (e tengo a dirlo, a sottolinearlo) la morte di Pasolini è diventata un punto di riferimento politico, civile e intellettuale quando ho cominciato a formarmi da questi punti di vista, diciamo circa un lustro dopo quell’assassinio, negli anni del terrorismo e poi del devastante craxismo; la figura e tutta l’opera pasoliniana (non solo quella poetica, quindi) hanno acquistato valore col passare del tempo, come credo sia avvenuto per molti di noi nati negli anni Sessanta, per cui quella morte, che da un lato ha posto fine ad un’esperienza intellettuale e civile irrinunciabile per l’Italia (e l’Europa), ha segnato, almeno a livello individuale, un necessario punto d’avvio e fonte inesauribile di riflessione e di studio.

Scrive Nino:

Polaroid
(Cronaca nera)

La notte devia il corso delle povere cose
rimaste abbandonate:
un cartello rotto, un tubo di ferro,
sono ora corpi contundenti
accanto a un volto sfigurato

Rimane l’ombra dell’ultima parola
nella slogatura della bocca,
mastica il dolore di quella terra nuda

Poi la prima luce del giorno mostra un corpo duro e solo,
tutto quel rosso che ferisce gli occhi di chi guarda:
la fossa mai terminata, la faccia come un disegno sbagliato,
le fiamme di un’Italia che brucia

2 novembre 1975
Idroscalo di Ostia

Il titolo richiama quello di molti testi (sorta di scatti fotografici, ma ovviamente in versi) di Latitudini delle braccia e la cronaca nera non consiste nel referto di un qualunque, per quanto obbrobrioso, delitto, ma nella rappresentazione di un luogo, desolato e abitato da oggetti desolati, e di un corpo straziato e privato della vita, luogo e corpo che assumeranno subito lo status di simboli di un’Italia in perpetuo conflitto tra progresso e reazione, tra dibattito intellettuale e violenza fascista, tra oscurantismo e emancipazione civile e politica.

Sareste dovuti essere presenti la sera del 19 settembre 2015 a Milano quando Nino, emozionatissimo, ha letto questi suoi versi, diffidando delle sue capacità di lettore ad alta voce, ma totalmente credendo nel valore della parola, nella responsabilità ch’essa comporta. Era la serata conclusiva della quattro giorni di incontri nel nome e nel ricordo di Giuliano Mesa che Biagio Cepollaro ha opportunamente intitolato tu se sai dire dillo e Nino ha saputo dire il bisogno che ancora abbiamo di Pasolini, ha saputo dire la consapevolezza dei nostri sguardi quando percepiscono un tubo di metallo e un cartello rotto e li riconoscono come armi che uccidono un corpo e tentano di uccidere un’idea. E c’è quest’altro particolare: il corpo di Pasolini, a partire dal suo viso di quand’era vivo e nelle diverse stagioni della sua vita, fino allo scempio perpetrato quella notte, il corpo di Pasolini sa essere oggi ancora come una pagina sulla quale leggiamo noi stessi e davanti alla quale siamo chiamati a rendere conto di noi stessi e della nostra condotta etica. I gesti del regista sui set dei suoi film, l’escavazione progressiva del suo viso, l’omosessualità, le strette di mano e gli abbracci che regalava agli amici, poi la devastazione del suo corpo: credo che pochi intellettuali e artisti abbiano avuto anche questo strumento per parlarci in maniera così diretta e deflagrante. Per questo il corpo di Pasolini, duro e solo e rosso in un’alba livida, occupa tutta l’ultima parte del testo di Nino e lascia il posto soltanto ad un’Italia in fiamme.

Ma alle spalle di tutto questo, nell’abisso temporale dei millenni, c’è una migrazione e il germinare, appunto, della parola:

Il respiro della pianura varcava

i tramonti in bilico, nelle albe rapide
sulla macchia scura dei campi

Lì apparve in lontananza la lunga coda degli umani,
nomadi in cerca di nuova terra

Avevano il sale tra le labbra, portavano in spalla le radici
di una pianta chiamata dolore

Con le mani raccolsero il seme della pietra
per nasconderla dietro la schiena

Come sogni, forme nella nebbia,
le prime parole bruciarono il fiato
per chiamare il fuoco

Il testo appartiene ad una serie intitolata “Prima delle parole” e vedete bene da voi quanto ferma, perfettamente calibrata e asciutta sia l’espressione, cosa possibile oltre che per la padronanza tecnica del poeta, anche per la sua fiducia non tanto nel fatto che la parola possa dire, ma quanto, piuttosto, nel fatto ch’essa debba dire, necessaria e necessitata e sale, radici di una pianta chiamata dolore, pietra-seme, fiato sono gli elementi concreti e urgenti per il farsi della parola, per il suo articolarsi in linguaggio, per il suo nascere nomade in una pianura ancora arida (bellissima immagine presente fin dal titolo della raccoltina).

E così la carovana si accampa:

(…)

Accampati tra le ferite del tempo
erigevano strutture fragili,
recintando le cose che non avevano
ancora un nome

Avrebbero seminato nascite
dai bivacchi: corpi uniti per tenere
alta la fiamma del calore

Bocca a bocca, con le lingue a toccarsi,
nudi in uno spazio di silenzi
dove si sperdeva anche la morte

Quello che sembra un approdo naturale della dizione poetica, apparentemente istintiva e priva di sforzo, so essere un lunghissimo, esigente e feroce lavoro di lima che, nel suo risultato finale, sa vedere con persuasiva precisione; l’atto sessuale della generazione, detto con estrema eleganza, diventa anche amore non solo tra i corpi, ma tra esseri che diventano consapevoli della morte e la affrontano proprio attraverso l’amore e la parola.

Infatti nella lirica successiva si legge:

(…)

Nel risveglio sguardi ciechi per il lungo viaggio:
tutto quel buio dei millenni e poi
il quotidiano abbaglio del chiarore

Dal sentiero tracciato in un sogno tutto apparve
nitido:
quel giorno si sarebbero addentrati in una nuova terra,
deciso il punto del primo scavo nella nebbia

dove, se l’immaginazione tenta di rappresentare la nascita del pensiero nella mente dei nostri remoti antenati, l’enunciazione poetica dice, a ben guardare, della nostra quotidiana esperienza del risveglio, in cui quel chiarore forse d’ascendenza illuministica continua a farci addentrare in una terra sempre nuova (quella del pensiero) dove scavare, malgrado e oltre la nebbia. La caccia può essere allora, al di là della sua verosimiglianza, metafora del nostro rapporto con la vita e col dolore che talvolta provochiamo, l’uomo che cacciando ha catturato la sua preda

(…)

Pensava alla parola amore prima di saperla sulla bocca

Quando la bestia ferita sibilava ancora la vita,
dal colpo secco dell’ascia che tagliò il silenzio

lui guardò la preda negli occhi:
un cucciolo dalla piccola testa
e dalle piccole zampe

Fu allora che si inginocchiò a terra
per carezzarla come un figlio
al quale stesse per mancare il respiro

Splendidamente Iacovella scrive qui della pietas nei confronti dei viventi e con la laconicità che contraddistingue i suoi versi ci commuove e ci dona parole che non potremo dimenticare, ci regala qualcosa di non frequente nel marasma di versi che si scrivono (e spesso nessuno legge). Una poesia seria, umanissima, determinata e sapiente. Una scrittura tersa e priva di sbavature, così com’essa è priva di abbellimenti e di vezzi retorici. Una dizione capace di materializzare davanti ai nostri occhi il vasto orizzonte e la pianura cui si accenna in più di un testo. E da “Lande”, la successiva sezione, leggiamo: Questa è una terra che ci segna / il dito punta all’orizzonte che sfuma e capiamo bene che si sta parlando dello spazio della nostra mente, di quello del nostro essere comunità e di quell’altro ancora, costituito dalla nostra storia e dalla nostra cultura: La linea è continua, anche quando inciampa / sulla soglia del dirupo.

Pienamente coerente giunge allora l’immagine del seminatore di semi-e-di-parole:

L’uomo trattenne il sapore delle parole,
il gesto del braccio che sparge i semi
in una terra bianca

(…)

e poi lo ritroviamo

(…)

Seduto sulla pietra del riposo,
con una enorme macchina agricola
dalla pelle squamata che taceva
il proprio canto sgraziato

(…)

Ecco: per me la poesia è anche in queste immagini inattese e potenti, anche in una macchina agricola dalla pelle squamata perché quest’umile eppure enorme macchina possiede tutta la forza magnetica della parola quando dice la nostra umanità e ci ricorda che Nel freddo siamo la carne che rimpolpa / le mascelle della terra. È la stessa poesia degli sterrati a ridosso del Muro nel Cielo sopra Berlino o degli impianti minerari attorno a Wuppertal in Pina di Wim Wenders, ad esempio o di certi luoghi lungo l’autostrada fotografati da Luigi Ghirri e delle fabbriche nell’obiettivo di Gabriele Basilico, luoghi apparentemente impoetici della nostra contemporaneità, ma che uno sguardo sensibile e colto accoglie in ciò che chiamiamo poesia, la quale è uno stato della mente in amore per il mondo, purché sappia trasformarsi in parola o immagine o suono.

La brevissima silloge termina con i versi seguenti:

L’acqua del fiume in cerca della foce
scivola nell’ordine della natura,
l’unica direzione che la pianura sa dare

Letti in una serata milanese, in un bellissimo spazio all’interno del Quartiere Isola, in una città di pianura e di acque qual è Milano, questi versi riverberavano bellezza e forza interiore. E ancora lo fanno, diretti e puliti, limpidi e necessari.

 

quarta di copertina