Via Lepsius

concatenazioni, connessioni, attraversamenti

Mese: gennaio, 2016

Basta con l’omofobia

 

Banksy,

 

 

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Unioni-civili

 

 

 

(Segnalibri) “Trobar leu” di Simone Giorgino

 

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Ecco un libro del quale spero di riuscire a scrivere quanto prima, pubblicato proprio in questi giorni: Simone Giorgino, Trobar leu, Lecce, Spagine/Scritture, gennaio 2016.

 

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Europa senz’anima e senza coraggio.

 

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Ai Weiwei, ancora una volta, dà al mondo una lezione di coscienza civile e di umanità. L’Europa invece implode su sé stessa, impaurita ed egoista.

 

 

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(Segnalibri) Leggendo “Anime baltiche” di Jan Brokken

 

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Riga (Lettonia).

 

 

L’andirivieni dei treni sui binari tra il quartiere popolare e la stazione; vagoni fermi per anni ad aspettare la demolizione.

Vi s’aggirano i gatti sovrani della solitudine. Le nuvole salendo dal Baltico modificano il colore dei caseggiati.

In questi luoghi permeabili alla dimenticanza il tempo non accade: sedimenta.

 

 

Disàmare in volo: su “Tacere fra gli alberi” di Nanni Cagnone

 

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Acer saccharum.

 

 

Tacere fra gli alberi di Nanni Cagnone (Torino, Coup d’idée, 2014) sembra possedere una struttura che, aperta dal titolo, viene chiusa con un icastico verso che è identico al titolo stesso, riaffermandolo: Sí, tacere fra gli alberi (pag. 61); questo fatto esplicita l’idea che Cagnone ha della poesia, la quale può manifestarsi proprio in dialogo con il silenzio o, meglio, con lo scegliere il silenzio quale argine fecondo per la parola poetica, quale suo inveramento e punto d’arrivo, ma non annullamento, come si potrebbe semplicisticamente ritenere, né come ingenuo e sterile guardare alla cosiddetta ineffabilità che genererebbe il silenzio: il silenzio esiste invece come necessario polo del dire e viene espresso con un verbo (tacere) che implica un’azione e una scelta. Proprio “Il silenzio, soggetto del dire” di Discorde (Lavis, La Finestra Editrice, 2015, pag. 25) viene definito “un dono” a pagina 39 dello stesso volume. O si potrebbe anche affermare che la lettura, inaugurata dal titolo, porta, col suo procedere, a quell’accettazione finale, adulta e consapevole, del tacere fra gli alberi, ma promettendo, comunque, una nuova tappa futura del discorso poetico. “Guardo la foresta miniaturizzata d’un capitello corinzio, che non cresce né diminuisce. Poi mi rivedo, irragionevolmente felice, tra gli alberi” (ibidem, pag. 34) è dato leggere in un testo collocabile tra il 1965 e il 1977, ritrovandovi così una continuità dell’idea che gli alberi costituiscano luogo accogliente e di alto magistero, ché Nanni Cagnone è persuaso del fatto che, dovendo la poesia essere “una distratta conseguenza” del vivere, essa non debba occupare, ossessiva, l’intero orizzonte intellettuale e psicologico di un essere umano, ma venir nutrita dall’esistere, non come un parassita che succhia e annulla la vita , bensì come un momento nel quale la bellezza dell’essere vivi viene confermata ed espressa.
L’andamento poematico del libro, che può essere letto sia come testo strutturato in strofe ognuna di differente durata, sia (anche tenendo conto del fatto che ogni strofe è numerata) come una raccolta di testi poetici relativamente brevi senza titolo, rafforza questa mia convinzione di lettore, per cui, come già due capolavori quali Il popolo delle cose e The book of giving back (Milano, Jaca Book, 1998), le risultanze della poesia di Cagnone sembrano essere dei poemi (insieme con quelle opere che sarebbe limitante chiamare traduzioni) capaci di affiorare dall’inesausta ricerca condotta dall’autore, alimentandola, proprio nei momenti di apparente silenzio poetico, delle sue letture e dei suoi studi che investono vari ambiti della conoscenza. Anche Tacere fra gli alberi è infatti il limpido risultato di un lavorio intellettuale instancabile e instancato.
Premetto che più di una volta attingerò, durante quest’attraversamento, da Discorde, non tanto per suffragare le mie fallaci affermazioni, quanto per suggerire la coerenza di un’opera come quella di Nanni Cagnone alla quale è connaturata la problematicità dei temi e delle questioni affrontate e che non può essere letta secondo facili, divulgate e rassicuranti categorie, ma verificando passo dopo passo che non si stia leggendo adeguandosi più o meno inconsciamente ad acritiche abitudini e a pregiudizi. E voglio qui riportare parole dure contro un certo modo di esercitare critica nei confronti della poesia perché le considero illuminanti e pretendo siano per me una sorta di vademecum che mi consenta di non tradire la mia scelta di attraversare un libro, non di giudicarlo o notomizzarlo e classificarlo e “normalizzarlo”: “I critici, superflue incarnazioni dell’infimo, non sanno ch’è triste ambizione dar legge a qualcosa. Non si tratta d’offrire spiegazioni, dettar giudizi, e tanto meno di normalizzare – se mai, d’andare a spasso in due, d’accompagnare” (pag. 206); e me lo ripeto, tra me e me: andare a spasso in due, accompagnare, cosa che è accaduta in questi ultimi felici mesi, da quando ho tra le mani Tacere fra gli alberi anche se, ad essere onesti, è stato il libro ad accompagnarmi, a chiamarmi a sé con la sua complessa bellezza, ma ora mi sono posto come gioioso compito quello di scriverne e quindi tocca a me “accompagnare”, atteggiamento che ho sempre voluto assumere negli interventi da me mai definiti critici (né hanno mai voluto esserlo), bensì proposte di lettore, attraversamenti dei testi, appunto, lenti e spesso innamorati attraversamenti. E quindi chi passi per Via Lepsius sappia che troverà sempre proposte di lettura, non giudizi critici, note suscettibili di ritocchi e variazioni nel tempo, perché è il testo stesso ad essere mobile e vivo e iridescente: “L’abbiamo dimenticato; un tempo, commentare significava aiutare l’opera del maestro. Nei commentatori odierni, inesauribili, una diversa ambizione: quell’opera è incompiuta o difettosa, perciò il commento finirà, sia pur malvolentieri, per superare il testo.
Paolo Manuzio ci direbbe: ‘di questi non dobbiamo tener conto alcuno, come d’abbaiatori’ ” (pagg. 191 e 192); e proprio nella speranza di non essere mero abbaiatore mi sottolineo a matita altri passaggi da Discorde:
La prima cosa che quasi ogni critico fa: porsi in un luogo elevato (quando mai si giudica dal basso?), donde scrutare l’intero, diacronico paesaggio.
(…)
I critici sono un accademico gregge, che compensa col mutuo soccorso ogni viltà individuale; una rissosa, ma sostanzialmente concorde tribù; una giuria permanente, intenta a fissare gerarchie, assegnare o revocare onori.
Se agissero in nome d’una passione conoscitiva, non sarebbero troppo fastidiosi. E qualora si limitassero a fissare l’organica mobilità del testo, avremmo soltanto quell’inconveniente che consiste nel tener fermo un oggetto per poterlo esaminare. Invece lo costringono, sottomettendolo a criteri estranei.
(…)
Forse, la tendenza ad addomesticare il testo cela la convinzione che l’arte sia abnorme anche per chi ne ha fatto una professione, quindi renda necessari dei provvedimenti restrittivi, anzitutto d’ordine tassonomico.
(…)
Secondo me, il lettore ideale è essenzialmente caotico.
Anziché dedicarsi ad applicare modelli egemonici, i critici potrebbero azzardare un Gedankenexperiment. Invece, fissano etichettano ogni cosa e guardano al testo come a un rivale, uno da smascherare, così ingrato da resistere a loro ipnotiche cure e restío a indossare l’uniforme che tanto gli donerebbe” (pagg. 306-309).
Bene: mi proverò a mettere in atto quest’esperimento del pensiero, felice di riconoscere un libro “abnorme”, vale a dire capace di uscire dalla noiosissima, diffusa norma attuale dello scrivere in versi spesso incoraggiata dalla maggior parte delle case editrici e impostasi presso una gran parte dei lettori che non si accorge del fatto che il loro gusto sia addomesticato e impersonale, masssificato e normalizzato.

 

aldus

 

Il testo incipitario ci conduce subito nell’atmosfera meditativa e crepuscolare del libro, dal momento che uno dei Leitmotive fondanti è la riflessione sulla vecchiaia:

1 Accidentalmente,
mentre geme
una cosa, si sfigura.
Senza cagione
che non sia
quello spasimo
stanco nei decenni.
Sminuire l’aurora,
aver in confidenza
il crepuscolo,
e quante voci accanto,
nel restío. Ecco,
uno di noi, tra cose
di lunga ombra (pag. 9).

La dimensione della solitudine feconda, la “confidenza con il crepuscolo”, la “lunga ombra” sono condizioni e immagini di una stagione dell’esistenza in cui più forte si fa la consapevolezza della morte e ci si confronta con i propri ricordi e con le proprie scelte di vita. Ammirevole è il rifulgere della lingua, il restituire l’italiano alla sua bellezza, la saldezza e l’armonia della dizione che sono da sempre tratti distintivi della poesia di Cagnone; egli guarda alla nostra poesia del Due e Trecento come esempio di vigore espressivo e di identità nazionale (non nazionalistica, si badi bene!)
E nella scansione del ritmo, segnata anche dalle pause brevissime tra le parole, si deve l’apparentemente desueto, ma necessario e convincente attacco del testo seguente (scandirei: ne | l’aperto | – ora – || nel | folto | – nel diramarsi || dellinestricabile – || ovunquebbeprincipio | unattodiluce ||||), proprio come se il divaricare la preposizione articolata nei suoi due componenti, rendendoli visibili oltre che udibili, provocasse la giusta sospensione e anche una letterale apertura del suono, per poi accentare in maniera forte l’avverbio “ora”, rinforzato, nel suo significato temporale, da un’espressione di luogo (nel folto) che qui indica sia uno stato in luogo che lo spostarsi della percezione dall’aperto verso il “diramarsi dell’inestricabile”, espressione ossimorica quest’ultima che converge verso l’ovunque abbia “principio un atto di luce”. In effetti la luce è presenza necessaria e benefica in tutta la poesia di Nanni Cagnone e, qui, la chiusa del testo possiede un’incisività che coincide perfetta con l’altissimo valore d’impegno etico e culturale profuso nell’arco di un’intiera vita:

3 Ne l’aperto, ora,
nel folto, nel diramarsi
dell’inestricabile,
ovunque ebbe principio
un atto di luce. È il tempo
in cui si ascolta e divora,
non si tace, è il vocabolario
dell’estate, la solidarietà
del mondo conosciuto.
So che nostalgia
vorrà le lucciole,
miniatura d’amicizia
delle stelle. Guarda
il pendío dietro di te,
per tramandare (pag. 10).

Si tratta della conquista ad un tempo come l’attuale della prospettiva di profondità e di patto tra le generazioni che sembrano essere venuti a mancare, per cui non casuale risulta la metafora nei versi quali quelli che riporto qui:

(…) Erano
semi dormienti, i desideri (pag. 11). La dimensione del desiderio, la tensione erotica nei confronti del mondo, quindi, percorre tutta un’opera impegnata a difendere e a riaffermare i valori della bellezza: “L’arresa devozione alla bellezza è forse il più intimo dei modi in cui possiamo indebitarci con il mondo” (Discorde, pag. 240 – queste parole appartengono, in realtà, all’Exordium dell’Agamennone/Agamemnon).

6 Se lusinghe d’infanzia
han diritto alla cerimonia
d’un ricordo, precedenza
d’un ricordo, precedenza
al muschio e all’ispido noi,
al pietrificato alfabeto
che i libri non accolsero.
Non bastò al séguito
esser adèspoti, sfuggire
per fessure, né di corpo
in corpo vagar la mente.
Stremato risveglio
voglia assopirsi ancora,
ché lontananza la quiete
in cui ebbrezza muore (pagg. 11 e 12).

Tacere fra gli alberi è, intuiamo dalla lettura, anche una pacata meditazione su sé stesso, sulla propria storia personale (ma inserita sempre in quella della comunità umana) e sui propri sentimenti e pensieri attuali, una sorta di De senectute il cui estensore conserva una ferma e serena coscienza del trascorrere del tempo (già in What’s Hecuba to Him or He to Hecuba? il tempo era uno dei fuochi intorno ai quali ruotava il dire poetico); mi piace non poco un tale solco lungo il quale leggere questo libro e tra i molti motivi c’è anche la mia avversione nei confronti del giovanilismo così tanto sbandierato e addirittura preteso dal deludente panorama editoriale italiano: si impari a scrivere leggendo un autore come Nanni Cagnone, la cui scrittura e il cui atteggiamento esistenziale sono attraversati da un’energia, un’originalità di temi e di dettato, un empito creativo che latita nell’esercito dei “giovani” poeti italiani, ma non solo (con poche, doverose eccezioni, ovviamente). Sarcasticamente Cagnone scrive: “Merita la popolarità soltanto quella torbida poesia che esporta nel genere poetico, in modo commovente, vicende intime o sentimental-politiche” (Discorde, pag. 25). In radicale antitesi il poeta ligure pubblica da sempre opere che richiedono lettura attenta e paziente, che rifiutano sdegnose i facili effetti, che esigono cultura e sensibilità e lo fa pubblicando presso editori che non rincorrono il mercato, ma che si rivolgono ad un esiguo numero di lettori esigenti e seri. In Tacere fra gli alberi ecco una descrizione del suo stato esistenziale (leggiamo in sequenza i testi 7, 9 e 12):

7 La devozione
con cui coltivi il vuoto
è inerme come il sonno.
Di quanti versi hai bisogno
per non muovere un passo?
Prodiga tua malinconia
e sgretolata arguzia
del pensare, sillabe contuse
indolenziti accenti,
mentre dilegua una volpe
immiserisce il prato.
Non si passa senza pena
dal tuo mondo al suo –
più dell’amicizia
ha gravità la Storia (pag. 12);

9 Adagio e docile crepuscolo,
grembo che nasconde
un non causato assillo,
non vorresti somigliare
a tarda fioritura,
anziché a scarsa bufera?
(…) (pag. 13);

12 Riluttanza nel tenere
nel lasciare. Vorresti
un indulgente epilogo,
un cenno solamente,
che si contenti
di mormorare dubbi – sai,
sfiorare la tesa del cappello
mentre muovi altro tempo
per la via. Nessuna via,
è il secchio in fondo al pozzo
l’uscio chiuso della dispensa
la fermezza del mondo
dopo un temporale.
Sei tu, con dovizia di ferite
che somigliano ad altre.
Ridicolo il tuo nome,
se comune la fossa (pagg. 15 e 16).

La meditazione intorno alla propria morte s’intesse secondo toni delicati e fermi, richiamando anche la saggezza degli antichi, forte (e non è affatto un paradosso) dell’amore totale alla vita, della consapevolezza che soltanto un’esistenza ci è stata data in sorte.
E ancora la solitudine, feconda e totalmente intrisa d’amore per il mondo, consapevolmente contrapposta alla volgarità e alla non-libertà dell’essere massa, del farsi massa:

14 È venerdí, domani
non lavorano, s’adunano
in luoghi sconcertanti.
Non dire scuro
il colore del tuo violino,
tièniti in disparte (pag. 16)

e successivamente:

(…) Via, verso
la silenziosa proporzione
dei viottoli (pag. 17).

Devo alla sapiente e umanissima cultura del caro Giuseppe Zuccarino (il quale cita più volte Cagnone in quel gioiello che è Grafemi) il mio avvicinamento all’opera di Pascal Quignard e allo scrittore e musicista francese mi vien fatto di pensare dopo aver letto i versi di Nanni Cagnone, alla sua idea di una “comunità di solitari”, legati da amicizia e da stima reciproca e tesi alla cura del silenzio, dimensione di studio e di meditazione, di approfondimento e nutrimento esistenziale, di apertura al mondo e suo accoglimento; è in tale prospettiva che acquistano significato tappe non solo geografiche nella biografia di Cagnone, quali Venezia, Conturbia, Pavia e, attualmente, Bomarzo: luoghi di raccoglimento che favoriscono la concentrazione e il pensiero, anche, mi sia concesso di osservare, Venezia, una Venezia esattamente all’antitesi di quella svenduta, offesa, involgarita, snaturata cui siamo malauguratamente abituati.
E Cagnone, che mai ha tradito le proprie scelte, scrive:

19 Dovrai persuaderle,
spiegare ombra
e sostanza. Si vede subito
discordia d’andatura –
per la loro moralità
sei cosa inconveniente,
per il loro patriottismo
un apolide. Nel selvatico
tuo mondo, intransigente
anche la tenerezza (pag. 18).

Quella che si dispiega per apparenti paradossi (qui l’intransigenza della tenerezza) è, appunto, “discordia d’andatura” (quale magnifica espressione!) e affermazione di un proprio mondo “selvatico” (capace anche di punte polemiche affilatissime e che non guardano in faccia nessuno, espresse in modo talvolta durissimo, tal altra finemente beffarda), ma tale solo rispetto al modo di vivere e di pensare (o di non-saper-pensare, sarebbe più corretto dire) dei più, ché la selvatichezza coltiva bellezza e dirittura etica in un modo suo peculiare, si sottrae alla massificazione acritica; estraggo da Discorde: “Impulsivamente, ho sempre pensato che senza moralità (una moralità privata, che s’interni nella scrittura), non si dia arte. Efficacia retorica sí, arte no. È lecito immaginare che non sia estranea alla cultura una responsabilità d’ordine etico, a cui potrebbe aver dato avvío l’ignota ritualità che si dice abbia preceduto ogni μύθος.
Ma tortuosa la via che può condurre alla propria moralità. Unica certezza: non profanare” (pagg. 169, 170) e: “Piú che per gli artisti, ho in ammirazione gli artigiani, a cui si deve la maggior grandezza italiana. A me fecero primario insegnamento giardinieri fabbri ebanisti maestri vetrai ceramisti.
Insensato, distinguere oltremisura gli artisti dagli artigiani, anche se questi devono far escusazione per esser più utili di quelli” (pagg. 206 e 207) e leggo in Tacere fra gli alberi:

(…)

Alte stanze di studio,
popolate – Monk Holiday
Soutine, notturne
canzoni ubriache per le vie,
e un bari sax resiste
tutto il tempo, segue
ove sfidi il tuo silenzio
con olio e trementina
(…) (pag. 20)

Ecco: nell’artista e nell’artigiano, legati tra l’altro da medesima etimologia, nelle loro menti-mani prende forma l’ars, realizzazione del saper fare non in senso volgarmente economicistico, ma quale arricchimento esistenziale, quale costante cammino durante il quale sono la bellezza e l’attenzione per il mondo e per le sue crature i valori in cui riconoscersi, rivolgendo uno sguardo di fiero disprezzo agli pseudovalori conclamati e contrabbandati: danaro, successo massmediatico, potere…
In tale direzione sottentra anche una lucida distanza e un’altrettanto lucida consapevolezza:

(…)
Quel capogiro del mondo
non è piú tuo – speri
ciò che promise la polvere,
a somiglianza d’un libro
che serva solo
a rammendar pensieri (pag. 25).

 

angkor_wat

 

L’impegno politico ha significativamente accompagnato Nanni Cagnone, il confronto con la storia continua a riverberarsi anche nella scrittura:

31 Noi, verso un mondo
che non s’è attuato
(…)
Verso anziché contro –
è questo il consiglio
da noi sprecato (pag. 27);

(…)
la storia degli umani
fa temere.
Lo so, sono retrivo,
uno che non collabora,
ma nell’eventuarsi
del mondo, non
in quel che ne fate voi,
errabondo si versa
il mio interesse (pag. 28). Rileggiamo gli ultimi due versi: “Errabondo si versa / il mio interesse”, cosicché non solo la morte può essere definita “povera sanguisuga” (pag. 30), ma, riflettendo sul concetto di servitù e di servaggio, Cagnone può scrivere:

(…)
Del resto un servitore
che si rispetti
non si fa ingannare
dalle libertà,
trova sempre qualcosa
a cui obbedire (pag. 32). È in tal senso che l’errabondo interesse nei confronti del mondo è anche un atto di libertà, un andare controcorrente e pure, dal punto di vista culturale, perfettamente inserito entro il moto di ricerca intellettuale e artistica che si va attuando da parte delle più avvertite e propositive personalità di livello internazionale: la curiosità nei confronti della scienza e delle sue scoperte, il porsi all’incrocio tra le lingue e le culture, tra le arti e la filosofia, il rifiuto della distinzione tra i generi artistici e il superamento degli steccati tra i più diversi campi del sapere. Non so se egli sia tra i poeti di cui ha stima, ma questo interesse nei confronti “dell’eventuarsi del mondo” di cui parla Cagnone ricorda, alla mia passione di lettore, la poesia di Camillo Pennati, la scelta da parte di quest’ultimo di scrivere una poesia ardua e sapiente proprio intorno agli eventi della natura e, attraverso di essi, anche stigmatizzare la disumanizzazione che attuiamo nei confronti di noi stessi e l’offesa di cui siamo colpevoli verso il mondo.
Impietoso, il poeta ha scritto in una pagina di Discorde: “I ministri che vergognosamente si avvicendano a favore della pubblica istruzione, dovrebbero saperlo: se non si conoscono almeno un po’ greco e latino, si perde la profondità, la necessità della lingua italiana.
Accordano il lor favore all’inglese, quasi bastasse ad offrire ai giovani italiani giorni felici. Un lapsus da colonizzati, l’ignoranza di chi presume sian rivali le lingue morte e vive, e destinate a disputarsi il budget. Lasciatemi ingenuamente rievocare quel giorno del 1793 in cui déesse Raison prese provvisoria dimora in Notre Dame” (pag. 314). La mentalità dei servi, la colpa gravissima dell’ignoranza vengono stigmatizzati dal Cagnone sarcastico, il medesimo che talvolta si profila in pagine affilate e ironiche di Discorde e che scrive versi quali i seguenti:

38 Meglio consistere
in un gioco senza rivali,
inutile esultare abbattersi
aver pietà del futuro.
Invece, esser brutali
con i solenni idioti,
teneri con le sciocchine
in fregola, amorevoli
con lucertole scoiattoli
talpe porcospini,
attenti alle nuvole,
delicati con le ragnatele,
e specialmente indugiare
ove altri s’affrettano.
Chi mai non si rivolga
a un profumo di magnolia
nespolo mimosa,
merita di far carriera,
esser insonne, aver
una moglie adultera
ma poco sensuale.
Dirà dal letto di morte
ho fatto del mio meglio,
e lo supera il nulla
a cui non volle credere.
Piangere quei morti?
Si doveva farlo prima,
quand’erano contenti
non capivano, quando
ci disprezzavano (pagg. 32 e 33).

È l’orgoglio di chi si è sempre caparbiamente sottratto e opposto al dominio onnipervasivo della volgarità (“Custodi della luce rimasta, coloro che si esiliano” a pag. 206 di Discorde):

(…)
mentre loro
riducono in miseria
i filosofi antichi (pag. 34).

Ma poi sottentra il ricordo, marezzando questo libro che, polimorfo e sempre cangiante, offre ora un’immagine da dolce Stil novo, rimodulata in accordo con il tema della senilità:

(…)
Ci fosse posto per tutte,
entro una feluca,
potrei vederle ancora
sulle correnti estive
del Mediterraneo,
donne da lungi,
inconosciute,
pazientemente
verso avvenire.
S’arrendono,
gli ardori, non può
gratitudine
aiutarli (pagg. 36 e 37);

non dimentichiamo però che la struttura del libro che andiamo attraversando è un imbastire temi differenti, un incrociare tra di loro riflessioni e splendide aperture immaginative, un seguire una tramatura lungo alcuni testi consecutivi e poi mutarla, ma non per capriccio, bensì obbedendo alla convinzione che anche la scrittura appartenga ad un modus sentiendi et cogitandi totalmente aperto verso ogni stimolo che provenga dal mondo:

52 Ci son mostri ovunque,
anche tra la povera gente,
e questo confuse
la lotta di classe. Il giudizio
doveva essere individuale;
le categorie si addicono
a chi guarda da lontano
senza imparare quel volto,
nastro scivolato dai capelli,
vicinanza di sguardi,
inebriata sconcia fioritura (pag. 40)

Poi è, di nuovo, la delicatezza, l’inapparenza, l’impalpabilità di certi momenti di bellezza assoluta e subito perduta allo sguardo, la poesia che, armonioso respiro anch’esso lieve e impalpabile, se ne fa tramite; se dovessi cercare nel jazz contemporaneo, musica molto amata da Cagnone, degli esempi, farei il nome di Paul Bley in certe sue delicate, meditative variazioni di piano solo o di Jan Garbarek quando il sax intesse linee melodiche capaci di farci sentire il respiro sommesso del tempo che scorre dentro di noi:

59 Se il tempo accordato
allo sfilar d’una cometa
manca al guardare,
che ne sarà d’un sospiro
o lieve di palpebre
adagiarsi?
Cosa ti spinge via,
e vorresti rimanere
finché adulta
la polpa della pèsca?
Chi non ti vuole
nell’abbondanza
nel vivo, smarrito invece
in quel punto del sogno
in cui perdesti ritornare? (pagg. 43 e 44)

Vorrei far notare quel sintagma (finché adulta / la polpa della pèsca) che, nel suo nesso nominale in cui è sottinteso il verbo, è stilema ricorrente nella scrittura di Nanni Cagnone, dando attuazione all’idea di poesia che riconosciamo nel seguente estratto da Discorde: “In poesia, il senso appena avvenuto deve raggiungere la superficie, ossia dev’essere, più che inteso, percepito. E l’attività percettiva è più felice se non c’è nudità, ma sensualità di senso, se l’esplicito cede all’implicito e il pensiero ombrosamente s’avventura fino a raggiungere uno strato inevidente della superficie, un suo commosso nascondiglio” (pag. 191).
E poi: “Negli ultimi decenni, perduta specialmente la quiete – quel mettere in calma i giorni per indugiare insieme, tra cose placide, nell’incanto elementare del vivere” (pag. 206).
E non solo, ma anche: “Non si scrive intorno a qualcosa perché si pretenda di capire un altro meglio di quanto lui stesso sappia fare.
Si scrive per porre fine alle proprie sofferenze di lettori, di guardatori. Si scrive per vedere, unica risposta al guardare” (pag. 221).
Allo stesso modo un colore può richiamare l’attenzione (forse anche grazie alla sua bellezza sonora) e Tacere fra gli alberi mostra tutte le sue valenze sia sensoriali che sensuali, una sensibilità destissima nei confronti delle sollecitudini provenienti da luoghi, oggetti, animali, una permeabilità dei sensi nei confronti del mondo che permette un’esperienza estetica non accessoria, ma fondamentale per l’esistere:

61 Sveglio,
da l’altra parte
dell’ombra,
il crèmisi richiamo.
Poco importa
qual sia la cosa –
eminente ora
il suo colore (pagg. 44 e 45).

 

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Claudio Olivieri: “Rubeo” (2008).

 

Comunemente espulsa dalla sfera dei bisogni irrinunciabili, l’esperienza estetica riconquista a ragione il proprio status di momento qualificante e nobilitante della vita umana. E sempre in Discorde è dato di leggere due pagine, intitolate Il crèmisi, il vermiglio scritte nel 2005 e che possono essere utili a meglio comprendere i versi appena letti: dedicato ad Angelo Paolini e a Claudio Olivieri, il breve saggio prende spunto dall’incontro che Cagnone fa con il primo durante una passeggiata attraverso Bomarzo: “Andando – quasi un mondo impolverato – verso l’alta Bomarzo, rasento Angelo Paolini, novant’anni. È rivolto alla valle in cui prevale il Tevere, e perduto nella sua contemplazione. Ma c’è una gran nebbia, che cosa potrà vedere? Con la medesima passione dei giorni luminosi, lui guarda la nebbia, guarda il non-vedere.
Ma perché dire Angelo e Bomarzo proprio mentre mi accingo a percepire – testimoniata da Claudio Olivieri – l’assenza d’ogni concretezza? Noi veniamo da qui, un qui gremito di figure, e dobbiamo ancora imparare che non c’è niente, qui; o meglio, nient’altro che cose già date – l’immenso artefatto che contenta abitudini soltanto, e nel farlo prepara un vuoto.
Il mondo è inimitabile, non serve riprodurlo. Proficue rappresentazioni saranno quelle che dubitano del patto referenziale.
(…)
Esperto come sono in immagini ipnagogiche, e incline a tentare somiglianza – non al veduto, a quel che la retina traduce (io, oraqui, da sveglio), bensí a sconfinanti visioni – assisto a questo ‘conteso desire’, e talora mi sembra accompagnarlo, rabdomante che sostanzia luce e accoglie la grande iniziativa, la trepidazione infetta, del colore; il contrario di quel colorare che – in qualche modo aggiungendosi – servirebbe una figura. La forma del colore, invece, ὕβρις d’un colore che si basta, il cui dio non è mai la cosa ma l’eventualità sfrenata. Come si dice nel De Anima, l’attuarsi del colore non ha nome.
Olivieri non fa che obbedire. Abitatore d’una vicissitudine – augurato-allarmato d’allusioni, da barlumi -, guarda con la virtuosa coda dell’occhio: se gli sembra di riconoscere, si dispone ad accettare, senz’arrendevolezza alcuna, tra sfumature orgogli riluttanze cose incalcolabili. Ecco, figure di sé – ora si ergono – e una passività che porta a sfiorarle. L’incompleta propensione del colore a trasparire è, a sua volta, sfioramento. Qui non c’è un oggetto avverso a un soggetto: quel che infine si rivela è cosa interna – cosa per lui, disposta a conversare. La natura vicendevole dell’apparizione, di cui – poco importa – non c’è prova, è il suo sperato vanto.
La coerenza finale, e del tutto involontaria, di queste opere insegna che non si deve temere avventurarsi ove si sfilacci il verosimile e la convenzione consolatoria, la solidità delle abitudini, vengano meno.
(…)
Innanzi a noi, la resurrezione dell’ἀόρατον, la dimessa solennità del trasfigurare.
Qui non vedrete cose crèmisi o vermiglie. Ravviserete il crèmisi, il vermiglio” (op. cit., pagg. 136 e 137).
Quello che viene detto poco dopo se proseguiamo la lettura di Tacere fra gli alberi risulta essere un’etica di vita e di scrittura:

64 Hanno uno scopo,
sono fidanzati
con una lontananza,
ci son verbi per loro
– come raggiungere –
che non fanno per me.
Io penso all’incolmabile,
leggermente andare
per infinitudine d’erba
di nuvole – infinitudine:
smarrimento nel poco.
Perché far di qualcosa
un fine, una morente
mèta, se posso
nell’agio del tempo
divagare, sospesa foglia
finché libeccio non cade,
lui che spinge canzoni
e dell’esiguo qui
fa dismisura? (pagg. 46 e 47)

Il divagare (anche walseriano e sebaldiano mi vien fatto di pensare), la dismisura, l’assaporare quella parola bellissima (infinitudine) enunciata e delicatamente ripetuta, lasciata sospesa alla fine del verso, fatta riverberare nei due punti che introducono il verso seguente, magistrale, “smarrimento nel poco”: ecco, siamo in uno dei passaggi nodali e illuminanti del libro, abbiamo l’impressione che ci vengano generosamente fornite le chiavi per avere accesso alle ragioni dell’opera di una vita e, quasi concomitante, si legge una strofa poco oltre:

66 Se un cane gatto passero
muore con naturalezza,
senza commozione,
derubati da un dolore, noi.
Non sminuitelo,
o dovrò dirvi degni
di un’anima
tutt’altro che animale,
perciò della povertà
imparità dei mondi –
stoffe senza tenerezza
di graffi d’impronte,
alberi senza voce,
prati disadorni.
Approfondita così
la solitudine
che da millenni
colpisce l’uomo,
l’ignorante colui
che volle lontanarsi (pagg. 47 e 48).

Il linguaggio articolato in versi, scandito in armoniosa misura di accenti e di cesure è in tal modo luogo entro il quale accogliere e difendere ciò che viene sprecato o offeso, la contemplazione, antichissima pratica della mente, sa donare istanti di felicità: (…) prodigioso notturno (…) invaghisce isole ancora / il mare aperto (pag. 50) e in effetti bisogna essere invaghiti della bellezza del mondo e tali restare per tutta la vita se si vuol conquistare a se stessi (isole in effetti, monadi, ma che si cercano) la libertà del mare aperto.
Aveva scritto Cagnone in Il popolo delle cose:

Lunga vita a grilli-lucciole-falene,
a colui che in ferme lagune
nel vetro soffia qualcuno,
o muove l’argilla come fosse
amicizia. Un sasso lavorato
accanto a un sasso: non penso
alla pace ma alla giusta bufera
delle nascite – poi al morire,
a quella cosa ardente (op. cit., pag. 50).

Significativo l’autoritratto che segue:

73 Solo con cani randagi
ho somiglianza –
né sottomissioni
né pasti sicuri, però
su neglette vie
tenuto in rispetto
e da nomadi dimore
riguardante –
perplessità poi pena
per i guinzagli altrui,
per quello scomodo
scodinzolare.
Selvatichezza o servitú –
dilemma in cui dignità
può aver risalto,
o grave cedimento
lusingarci (pag. 51)

Ma vivere è non solo orgogliosa affermazione d’indipendenza e di libertà, è anche il piacere sottile e seducente del sonno, Leitmotiv anch’esso affiorante in più punti del libro (“Il valore conoscitivo della notte diventa ogni volta una spesa per il giorno”, Discorde, pag. 28):

76 Sonno, lusinghiero
raggiungimento
in cui sciame del giorno,
e d’ogni dovequando
visitazioni
che scompigliano,
però svelti spiragli
e di parole
che credevi esauste
viva pronuncia.
Adagiata solennità,
fremiti traslucidi
alle palpebre – addio,
si prende il largo (pagg. 52 e 53).

Se l’invocazione iniziale può richiamare alla memoria il sonetto famoso di Monsignor Della Casa, i due testi divergono poi radicalmente e la lirica di Cagnone s’afferma nella sua originalità perché, sopra ogni cosa, viene riconosciuta la fortissima connessione tra lo “sciame del giorno”, le “visitazioni / che scompigliano” e il sonno stesso, momento e luogo in cui la poesia è capace di farsi avvertire con vividezza: “di parole / che credevi esauste / viva pronuncia”, rivelando così il fatto che le parole s’annidano anche nel luogo privilegiato in cui si manifesta l’inconscio e si tratta delle parole della poesia che sono capaci di collegare tra di loro il dove del magma interiore e il qui della razionalità.
La psicoanalisi ha sottovalutato i sogni, riducendoli a documenti la cui totalità edifica una sommersa biblioteca personale.
Non sto dubitando del valore interpretativo della psicoanalisi (non voglio finire alla gogna): sto reclamando la parità e inseparatezza di sonno e veglia; sto dicendo che il racconto sintomatico degli ex dormienti non può sminuire il sogno, che anzitutto è un ‘fatto’, sia pur apocrifo, e in quanto tale ha la stessa dignità degli avvenimenti in veglia.
Benché la storia del sogno possa apparire ancor più controversa e lacunosa dell’historia rerum gestarum, ognuno di noi ha una tradizione onirica; l’esperienza di innumerevoli sogni ha prodotto una cultura notturna, fatta di luoghi animali cose persone a cui si fa ritorno con familiarità, di cui ci si ricorda, ignoti alla veglia ma patrimonio del sonno, che possono agire come antefatti o pregiudizi, e sono capaci d’evolversi. Se fossi alla ricerca di un’auctoritas, mi rivolgerei ai Wendat o agli Haudenosaunee, popoli che non distinguono, e vogliono seguire al risveglio i loro sogni (Discorde, pagg. 152 e 153); (ritorneremo sul tema leggendo il testo numero 86).
Intanto incuneo qui, in questo punto del mio attraversamento, altre parole di Nanni Cagnone: “Il lettore ignora l’intima intonazione e la particolare allusività che una certa parola ha per l’autore, il quale tentò d’evocare un pensiero sensibile ricorrendo a una trovata possibilità di tale parola. Perciò, chi non abbia empatica affinità con l’autore, dovrà affidarsi a un’interpretazione di tipo statistico. Dopo tutto, la poesia non è ἔξω λόγος, parola rivolta ad altri; non è conversazione, quindi il lettore non può essere un interlocutore. Si guardi dall’assentire, dal dissentire” (Discorde, pagg. 195 e 196), cosa non facile quest’ultima, tipico vizio di lettore, a ben pensarci, specialmente se la partecipazione emotiva prende la mano o se, come nel caso presente, il libro possiede un suo indiscutibile valore, altissimo, capace di suscitare ammirazione tout court; e, comunque sia, m’interessa molto quel richiamo all’intima intonazione e alla particolare allusività di una certa parola per l’autore, fatto che spesso trascuriamo durante la lettura e che estenderei eventualmente ai nomi e ai luoghi citati da un autore, mentre ineludibile viene ad essere la questione dell’empatia con l’autore, per cui è vero che il lettore è obbligato a spogliarsi di ogni preconcetto per riuscire ad immergersi nel testo che ha deciso di attraversare: è questo uno dei momenti in cui la lettura ha come diretta conseguenza la liberazione del lettore dai condizionamenti delle idées reçues, delle abitudini mentali, dei conformismi.

Il testo numero 77 richiama quello straordinario poema che è The book of giving back: Altare è uno dei luoghi privilegiati nella biografia e nella scrittura di Nanni Cagnone perché legato agli anni dell’adolescenza e della giovinezza dell’autore; ma ad Altare è presente anche un’antica tradizione d’arte vetraria cui Cagnone fa spesso riferimento nei suoi scritti, suggerendo, forse, che quest’arte così raffinata e difficile, aerea eppur faticosa nella sua realizzazione e d’aristocratica artigianalità, possiede molti elementi in comune con la scrittura; qui sono le ragazze altaresi a sollevare la “brezza amorosa” che significa anche nostalgia per “le cose mai più / con quel respiro”, ma, pure, rinnovarsi della presenza del Femminino che nella poesia di Nanni Cagnone è bellezza, desiderio, felicità, liberazione, eccesso, la vita stessa, energia che anima e dà senso all’esistere:

77 Brezza amorosa
nella brevità
delle sere adolescenti
nel loro batticuore –
le cose mai più
con quel respiro.
Passate oltre, ragazze
altaresi – segretamente
per nessuno,
il vostro riso (pag. 53).

Risolutivi appaiono in tal senso i versi seguenti:

(…)
Ti mando una cartolina
dall’abisso, per negare
tutto, non dirmi scarno,
celare smarrimento
in nostalgia,
in meraviglia l’offesa –
sí, sto sorridendo
ben oltre le grate (pag. 54): la “cartolina dall’abisso” che sembra realizzarsi nel significativo chiasmo “celare smarrimento / in nostalgia, / in meraviglia l’offesa” rivela, in realtà, l’atteggiamento umano e intellettuale che Cagnone ha sempre avuto; la sua scrittura sia poetica che narrativa che critica (e la sua attività traduttoria, non dimentichiamolo mai) è un puntiglioso, testardo, coraggioso e talvolta solitario opporsi alla violenza, alla volgarità, alla stupidità che sono capaci di manifestarsi in mille modi e nei luoghi anche più inattesi; è un modo d’essere e di scrivere “discorde” rispetto alle convinzioni dominanti, rispetto a quelle “grate” che imprigionano e ottundono l’intelligenza.

E infatti:

82 Unico mestiere,
lo sfiorare – accanto
per un tratto,
di passo di sfuggita,
ossia non umiliarsi
in ottenere e prendere,
non avvizzire.
Ariosità anche mia,
diletto senza scopo
brevità di leggende,
muovere a danza
mentre loro discutono,
amoreggiare ahimè
senza riflettere (pag. 56)

Levità che non è superficialità, sfiorare che è cura e rispetto, rifiuto di ottenere e prendere (attività violente e predatorie), preferenza accordata in pieno alla gratuità, forse una delle maggiori e meno praticate eresie contemporanee.

 

cagnone_angelo

Angelo Cagnone: “Le tavolozze di Andrea”, 2007.

 

Giungo così ad alcuni dei versi più belli che io abbia letto negli ultimi anni, di quelli capaci di risvegliare il piacere di ripeterseli tra sé e sé più volte per confermare l’amore incondizionato nei confronti della bellezza e del bel dire, con quelle disàmare che già comparivano nei primi versi di Penombra della lingua (Roma, La Camera verde, 2012), con il fulgore di rive veneziane e l’ammaliante distante vicinanza del Mare del Nord e di San Pietroburgo, di Praga e della civiltà Khmer, per concludere con il numinoso/luminoso appalesarsi del Mar Ligure, già più volte presenza finanche guaritrice nella scrittura di Cagnone:

83 Assolutezza vuol dire
ad occhi chiusi
fulgore del mattino
su rive veneziane,
disàmare in volo
a Pietroburgo,
il Mare del Nord
percosso da luce,
Praga viscere d’Europa
o rovine Khmer
morbosamente avvolte.
Poi lentamente al sole,
è il mare di Liguria (pagg. 56 e 57),

ché leggere Cagnone è riconciliarsi con il bello scrivere e il bello scrivere è in lui sempre una scelta prima di tutto etica (di un’etica, beninteso, non precostituita o istituzionalizzata, ma interna allo scrivere e al vivere, da entrambi, kantianamente, generata e necessitata), indi estetica, non un vezzo o un atteggiamento narcisistico: siamo in presenza di un autore che ha estrema cura della lingua, finanche (e a ragione!) nelle sue manifestazioni ortografiche e di punteggiatura, che ha coscienza di ogni aspetto e luogo di quella stessa lingua (non ultime le sue radici etimologiche) e che ama i luoghi quando essi significano esperienza della bellezza: “Rammentiamo cose ovvie: la punteggiatura, una delle vittime dell’odierna sciatteria – oltre a rivelare l’architettura del periodo – fornisce notazioni ritmiche e suggerisce intonazioni.
Le virgole producono minimi indugi; i due punti sono ostensivi; i punti e virgola preparano una ripresa, talvolta in tono minore; i tratti medi intarsiano, mentre quelli lunghi (dashes, Geviertestriche) agiscono come clausole, spesso variando l’intonazione, che a loro volta le parentesi indietreggiano” (Discorde, pag. 186); “Frequente debolezza o banalità sintattica della recente poesia. Oltre ai maldestri costrutti, una disastrosa dispositio (una trascuratezza nell’ordine sintagmatico, se preferite). Perché non indagarne le possibilità – nonostante le divergenze storiche – nella letteratura latina e negli autori italiani tra il Duecento e il Seicento, e riflettere sul lokalformales Prinzip di Gottfried Benn?
Quanto al ritmo, altra eminente vittima dell’insensibilità odierna, si potrebbe approfittare del jazz e di certa musica contemporanea, e scoprirne le risorse in Hopkins Burroughs Beckett Céline Queneau… Venga ad alcuno vaghezza d’imparare” (ibidem, pagg. 189 e 190).

86 Per mari e deserti
certezze e tumulti, nella
fraternità della notte
che tiene fermi
in talami e giacigli,
nel sonno che disarma
con la pazienza
del suo respiro.
Qui, tutti stranieri – cittadinanza
un sogno,
e altrettanto l’esilio (pag. 58).

Come a suo tempo anticipato, torniamo ora sul tema del sonno e del sogno; mi piace soffermarmi sulle peculiarità sintattiche del testo che consistono nella presenza di due soli verbi coniugati e, in più, appartenenti a due proposizioni subordinate (entrambe relative): i verbi delle proposizioni principali sono tutti sottintesi, confermando anche in questo caso la preferenza spesso accordata da Cagnone ai nessi nominali (“Qui, soltanto nomi ad accadere”, Discorde, pag. 26) che proprio tramite l’ellissi del verbo accentuano la propria pregnanza concettuale e ritmica, ritmica e concettuale (i due aspetti non sono mai disgiunti in questo modo di scrivere); se il verbo (cioè l’accadere e il fare) è il cardine su cui sono inchiavardate le lingue indoeuropee, Cagnone attua anche linguisticamente quell’atto proprio del sonno “che disarma” e, affidandosi al ritmo (no, espressione più bella ancora e più corretta) alla “pazienza” del suo respiro ci conduce, pellegrini e stranieri, nel sogno/esilio.
Forse estate e sonno sono fortemente legati tra di loro, forse entrambi sono sodali della meditante solitudine:

91 Benvenuti all’ombra,
nel sale dell’appartenenza,
nei sobborghi di Solitudine,
benvenuti ad ogni modo
nel colmo dell’estate,
nel tempo smisurato
dell’ascolto, felicità
del súbito o abbandono
del poi. Le cose, disse,
si stancano –
qui comincia la collina
non si sale (pag. 60)

Giunti alla strofa 92 mi viene in mente un altro passo da Discorde: “Anni fa, a Conturbia, Cascina Speranza. A un maestoso barbagianni piaceva posarsi sulla ringhiera del balcone. Talvolta, silenziosamente mi mettevo accanto a lui. Sembrava che la mia presenza non l’infastidisse. Dopo un po’, volava via senz’alcun rumore. Appuntamento alla notte seguente.
Non conosco modo migliore per riassumere il senso che – secondo me – desidera avere l’esistenza” (pag. 332).

92 Uomini
di cenno e sguardo,
poi impeto di vento
delle donne, nel tempo
del sinuoso avvicinarsi.
Questo, per me,
l’esordio-epilogo,
l’unico azzurro,
il pregio del ricamo (pag. 61).

Quello che ha davvero valore, quello in cui consistere e cercare salvezza sembra avere spesso la leggerezza di un ricamo, essere l’elegante intesa d’un incontro amoroso e, anche, la mitezza di sentimenti intesi a proteggere, ancora, ciò che inapparente e trascurato sa restituire, ad accorgersene, senso al vivere:

93 Lascia laggiú
che turbini l’ingiusto,
se tua scarsità
non può contrastare, ma
sparsamente proteggi
i miti sentimenti,
ricorda l’anniversario
d’una fioritura,
i giorni in cui per noi
ricominciò il secolo,
il chiaroscuro
insegnamento dei boschi,
di piccoli animali
il tramestío (pag. 61) .

Così termina The Book of Giving back:

Essere chiamati, essere chiamati.
Il passaggio del fagiano di notte,
nella neve. Avere sentito (op. cit., in Il popolo delle cose,  pag. 131), mentre di nuovo in Discorde leggiamo: “La poesia, vittima del risveglio dei sogni. Vittima éclatante. Questa mia involontaria lingua non ha raggiunto l’essenziale. Sta ancora cercando la sua povertà” (pag. 208). Onestamente non saprei dire se c’è qualcosa di francescano in questa giuntura tra lingua e piccoli esseri che, molto più degli umani, conoscono il valore del mondo e se ne fanno carico e tra ricerca della povertà (credo in senso non solo cristiano, ma anche islamico e induista, in quel radicale spogliarsi dei possessi materiali e quindi con disarmata semplicità vivere) e lingua poetica; propendo a pensare che, però, il richiamarsi da parte di Cagnone alla poesia italiana dei primi secoli, ad una lingua cioè non ancora svigorita e corrotta, né resa subalterna, sorella degli stessi sassi di cui sono materiati i borghi dell’Italia centrale, delle dolci asprezze appenniniche, insieme con la predilezione accordata agli artisti e agli artigiani che più di altri hanno raccolto ed esaltato la densa significanza dell’argilla, del vetro, della pietra.

 

valentini_nanni

Nanni Valentini: “Deriva” (1983-1984).

 

Avviandomi a concludere rimedito su di un altro pensiero di Cagnone: “Si sente dire: ‘è un’opera perfetta’. Questo, invero, è un ossimoro, e arreca disavventure, una delle quali è la devozione. L’opera perfetta non è altro che l’appagamento di un’istituzione, il successo d’una lunga evangelizzazione letteraria e della conseguente persuasività del canone. Richiede una condivisa idolatria.
Invece, è mia fisiologica convinzione che la presunta perfezione sia in certo modo simile a una malattia asintomatica. Se proprio si deve, si scriva. Difettosamente” (Discorde, pag. 166) e mi piace chiudere questo mio attraversamento lasciando risuonare un avverbio (difettosamente), così come un avverbio (accidentalmente) risuona in apertura del libro e non posso non pensare a Jacopo da Lentini, a quel suo magistrale attacco “maravigliosamente”: e da questa giostra degli avverbi in -mente trattengo l’idea che l’opera poetica sia sempre in fieri, che il difettare dell’opera significhi apertura e slancio per una nuova tappa nel processo creativo, mai conchiuso né concluso processo, materiato di sensualità, di ascetica cura della lingua e della cultura, anche di ire e di sdegnati rifiuti, così come di tenere amicizie e delicate attenzioni.

 

Tacere fra gli alberi di Nanni Cagnone

 

Mi sia consentito infine sottolineare ed elogiare anche l’oggetto che ho tra le mani, un libro che somiglia ad uno scrigno: l’idea e la realizzazione grafica è di Giulio Paolini (scusate se è poco…) e consiste in una prima di copertina dal bordo dorato con al centro un rettangolo bianco che, impercettibilmente scomponendosi e sovrapponendosi, suggerisce l’idea di fogli sovrapposti – tale prima di copertina è identica per tutti i libri della collana, fatti salvi, è ovvio, i nomi degli autori e i titoli delle opere; in quarta di copertina è riprodotta una mappa stellare specifica e rielaborata da Paolini per ogni singolo titolo, così da inverare il nome della collana (“La costellazione del Cigno”); all’interno le pagine sono numerate in color carminio, mentre i testi lo sono in grigio, particolari di tutto rilievo (come, a ben vedere, lo sono sempre i particolari ben curati e ai quali si vuol affidare il compito di suggerire, senza ostentazione, eleganza e senso del bello) e non si dimentichi che lo stesso Nanni Cagnone è stato protagonista di quell’irripetibile progetto che fu la Casa Editrice Coliseum e che sembra ora trovare una qualche continuità sia nell’attività di Coup d’idée che in quella dell’Editore La Finestra, non a caso, quest’ultimo, impegnato a proporre opere capitali di Nanni Cagnone in una davvero bella veste editoriale e, sempre non a caso, ancora nelle pagine di Discorde si ritrovano riferimenti ad Aldo Manuzio o a Sugiura Kohei, maestri indiscutibili d’arte tipografica.

 

summa_cosmographica_sugiura_kohei

Sugiura Kohei: Summa cosmographica.

 

 

summa_sugiura

 

 

 

Nota: le immagini che illustrano quest’articolo provengono dal web, tranne quelle relative ad Angelo Cagnone e a Nanni Valentini, riportate dal raffinatissimo sito di Nanni Cagnone www.nannicagnone.eu e la scheda editoriale del libro Tacere fra gli alberi riportata dal sito di Enrica Dorna all’interno del quale è possibile informarsi sull’attività della Casa Editrice Coup d’idée.

Sulla Dimora del tempo sospeso è possibile leggere molti testi di Nanni Cagnone, mentre sul sito di Biagio Cepollaro www.cepollaro.it si trova in formato e-book l’opera di Cagnone Armi senza insegne, comprendente vasti estratti da vari libri dell’autore ligure.

La Casa Editrice La Finestra sta ripubblicando libri fondamentali già editi da Nanni Cagnone con la leggendaria Editrice Coliseum e anche nuove opere dello stesso autore.