“Senza il mio nome” di Adriana Gloria Marigo

di Antonio Devicienti

 
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Con il gentile consenso di Adriana Gloria Marigo pubblico la prefazione di Geo Vasile e la nota di Flaminia Cruciani al libro SENZA IL MIO NOME appena edito da Campanotto.

 

Trattato sulla beltà scandalosa della parola (di Geo Vasile)

Se per Amelia Rosselli la poesia era delirio surreale secondo uno spartito in tono minore della disperazione, derealizzazione e autodistruzione dell’io poetante, le presenti liriche di Adriana Gloria Marigo, strutturate in più sezioni, sanno pure di delirio, però ben temperato da un ingegnoso concatenarsi di sogni diurni, vaticini e rivelazioni in veste alquanto strana: parole matematiche, talvolta latineggianti, ma sempre cariche di senso esistenziale nonché di concetti psico-filosofici, apparentemente inestricabili: «bassura transitiva di minimo / non accettabile all’inquieto / malleolo in danza». Il titolo del testo citato è Amor coeli, illuminante per il tersicoreo, ascensionale volo poetico. L’universo formale minimalista, un ponte flessuoso tra gli antichi (Pindaro, Esiodo, Euripide ecc) e i postmoderni soprattutto anglo-sassoni, coesiste con la tentazione di quel “trobar clus” per gli iniziati, come ad es. : «esacerbare di stelle la trafittura d’ossido» oppure «l’infero celato / la complicanza della colpa / il segno quando la grazia tocca». Dalla maggior parte delle strofe, apparentati a “dettami di Pizia” sprigionano tonalità umane, terrestri e nel contempo celesti, ascetiche ed esaltanti: «se si oscura la storia / poco resta all’ancora / della memoria: il simulacro / dell’opera, il rauco sussulto / di un’ora insolita / scostamenti peregrini / spersa l’origine della parola», mentre altri testi fanno l’elogio sulla scia di Dante, della conoscenza, del vero, e della luce: «E l’uomo del segno numinoso /sciolto tra gli olivi e la pietra /dette splendore del vero».
Nel tentativo di definire la sua poetica, facciamo ricorso alle arti figurative, più precisamente all’estetica del cubismo di Robert Delaunay definito dallo stesso Apollinaire cubismo orfico. Prima di parlare del vero, stupendo spettacolo intraverbale offerto dall’autrice, diremo che i suoi componimenti poetici vengono scritti con elementi attinti ad una realtà visiva irreale, creata da Adriana Gloria Marigo e da lei dotata d’una realtà possente. L’azione espressiva consiste sempre per il poeta autentico in lente progressioni, in circonvoluzioni avvolgenti, in avvicinamenti circospetti e, tuttavia, ambiziosi. Il poeta vuole sempre giungere alla totalità e alla totalità sacrifica la possibilità, permettendo ad essa di rifluire in quella, coinvolgendole entrambe nella stessa dinamicità.
Senza il tuo nome attesta un rigoroso costruttore di improbabilità, che sa procedere per paragoni e analogie, e la cui intelligenza si rivela dans un ordre insensé, che sa improvvisare da trovatore senza smettere di pianificare o di pensare. Improbalità implicite od eventualità fornite da una memoria potenziale o funzionale proprio in opposizione alla memoria storica, legata cioè ai ricordi personali. Quel luziano «conoscere per ardore» è una scelta dei versi della Marigo tra la presenza estrema dell’istante e la presenza estrema del possibile, favorendo quest’ultimo affinché dia la sensazione di vivere di più.
Volendo far emergere il clima generale del libro, ma anche i dettagli delle interferenze gravitazionali dei versi, c’è da notare sin dai primi testi un’aria quasi sovrumana, irrespirabile per il comune lettore, che mette a fuoco l’uomo e la sua attesa nel tempo, «innumeri enti dell’attesa» e soprattutto la “parola” che non appena «sciogliamo le ombre» dobbiamo farla sorgere «per numinoso nominare». Dell’eccelsa icastica fanno parte espressioni rarissime tipo D’Annunzio, Montale, Sanguineti, Zanzotto: «sfrigolio sabbiale della clessidra, la pugna di Saturno, incline a smorirsi, abissi oceanidi, intuizione aligera, erba frugifera, corsa vessillifera, infeudarsi, materia trina ecc., antinomie: «chiarore – cupezza erbosa, ecc.», sinestesie: «il suono o il grido della luce, il gioco costellato dell’ombra, magnete ultimo d’intima fibra, sfolgorii correnti di fiume, ecc. ».
Da sottolineare nella poesia della Marigo c’è anche la non comune potenza intuitiva che sappia vedere immagini sensibili come simboli. La sua ricerca poetica sembra sia destinata alla purificazione per mezzo dei misteri della bellezza pura della parola, dell’esistenza degli umani che affrontano il paradigma postmoderno della loro sorte: la fine.

 

 

NOTA (di Flaminia Cruciani)

Senza il mio nome ci convoca nel temenos della parola che viene officiata per nominare l’innominabile e l’impresentabile, per cogliere l’inafferrabile e l’intraducibile che sta dietro il visibile. Si avvera uno spazio, o chōra, un luogo circolare non collocato che aspetta di ricevere il marchio del verso per manifestarsi, che giunge lampeggiante ad aprire uno spazio metalogico, un luogo introvabile che spalanca le profondità dell’enigma esistenziale, in cui si supera la contraddizione della natura e la sua determinazione. La natura, di sacralità pagana, è uno dei cardini di questa poetica, ma appare incorporea, trasfigurata, che non lascia incantata l’autrice ma rappresenta il porto da cui salpare per giungere al suo segreto, per mettere in evidenza il chiasma, l’intreccio fra orizzonte esterno e interno, il rapporto fra visibilità e invisibilità, verso cui la poetessa ha un atteggiamento da fenomenologo, come conferma la dedica: All’invisibile che schiude la parola. È così che si attua l’esperienza trascendente della natura e dei suoi fondamenti, in cui la tensione è superare la phýsis e saldarsi al suo mistero, alla sua meta-phýsis, al suo significato preesistente e originario.
E come procede l’autrice in questa rappresentazione? Attraverso il dire sibillino, la parola profetica e una poesia colta con un verso alto e luminoso di una trasparenza transitiva, che unge l’esperienza dall’alto come una benedizione implacabile, e con una visionarietà che la avvicina al giovane William Blake. Agisce “mettendo la forza in riserva nei segni” nella capacità evocativa d’immagini dell’abisso simbolico. Il verso di Gloria giunge come folgore a spalancare l’universo del pensiero mitico, di una logica non determinata, in cui si attuano uno sfondamento della natura e la sua lucida compenetrazione. Qui le aporie sono celebrate da una voce nitida che autorizza la coesistenza e l’affidabilità di soluzioni antitetiche e svela antinomie che non attendono di essere risolte, secondo un procedimento letterario che trova un parallelo musicale nella melodia infinita wagneriana. In questa logica di non contraddizione la poetessa ci orienta e ci disorienta in un tempo/spazio sincronico, in un’ontologia essenziale in eccesso di significato, che trova in se stessa l’abbattimento del limite e della distinzione fra l’altro e l’infinitamente altro.
Come in un prontuario oracolare, questa poesia ha la forza delle antiche sentenze sibilline, dei pronunciamenti profetici che vogliono risvegliare il lettore dal sonno del Logos e ridestarlo al Mythos. La consacrazione della sfera naturale, che viene sciolta dalla sua destinazione umana, avviene attraverso l’uso sapiente della parola che, come nelle antiche cosmogonie, qui ha potere creatore. Il nome è concepito come suono creatore, che dà origine alla vita, il suono primordiale, chiamato dagli egizi “risata” o “grido” del dio Toth, o come le sillabe mistiche, presenti nel Libro della Genesi che inizia con le parole «In principio era il verbo» o nell’Enuma Elish, la più antica cosmogonia conosciuta della Mesopotamia antica. Anche la tradizione vedica ci informa su un mondo creato che origina da un essere ancora immateriale che dalla quiete del non essere risuona.
La bellezza, sotto forma di luce, è sempre imminente e irrompe come unica manifestazione capace di fermare il tempo, di creare una fenditura nell’interrogazione interiore, di squarciare quella condizione intima e umana del flusso temporale per cui, come dice Husserl in Per una fenomenologia della coscienza interna del tempo, «ci mancano i nomi».
La presa di coscienza è l’essere decentrati rispetto a noi stessi, in dialogo con il problema del molteplice, nell’adesione alla precarietà dell’esistenza e all’ortodossia della solitudine umana. Come afferma anche Lao Tzu «il nome che può essere nominato non è l’eterno nome. Senza nome è il principio del Cielo e della Terra». 
E dopo averci sollecitato per l’intera lettura del libro di non fermarci al visibile, di non fidarci di quello che appare, nell’ultimo testo è come se l’autrice ci consegnasse alla sua impossibilità di esistere, all’impossibilità di essere l’Essere, allo svelamento del suo proprio rimosso esistenziale, alla sua tragica identità che, come dice Husserl per il tempo, non può infine essere nominata, nel bellissimo passo: vivere ti è consentito/senza il mio nome. Qui, come direbbe Derrida, lo spergiuro è intrinseco alla promessa dell’esistenza che si assume quindi la sua colpa naturale.