Suite Etnapolis

di Antonio Devicienti

 

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Blu a Los Angeles (2010).

 

Esiste una raccolta in fieri, chiamata Suite Etnapolis, la cui quarta sezione è stata pubblicata in un volume dalle piccole dimensioni, ma, mi sia consentito dirlo, importante e attraente sia per l’eleganza tipografica che per la qualità dei versi ivi contenuti; il volumetto si chiama 4×10 (quadernetto di poesia contemporanea a cura di Grazia Calanna e Orazio Caruso edito dall’Editrice Algra di Viagrande in provincia di Catania nel 2015) e raccoglie i testi di quattro autori, tutti siciliani, tra i quali Antonio Lanza, l’autore, appunto, di Suite Etnapolis. Alcuni di questi testi sono già apparsi su Carteggi letterari e cominciano ora a trovare la loro versione a stampa.
Antonio Lanza si misura, con coraggio e determinazione, con una materia difficile e insidiosa, capace di rimettere sul tavolo la questione del poetico e dell’impoetico, di ciò che si può dire e di quello che non si può dire in poesia; mi sembra che Antonio Lanza muova, a tal proposito, da un imperativo etico che gl’impone di affrontare il tema del centro commerciale (Etnapolis esiste davvero e si trova nei pressi di Catania) e delle condizioni lavorative (ed esistenziali) ad esso collegate; la scrittura di Lanza cerca il confronto con una realtà totalmente plasmata e asservita dal capitalismo post- postindustriale, già di per sé “impoetica” e ne mette in evidenza la disumanizzazione e il cinismo ricorrendo ad un linguaggio chiaro, perfettamente dominato e organizzato, tutto fatti e oggetti, spogliato di abbellimenti retorici; la scelta di scrivere in versi attorno ad una tale materia ha evidentemente il fine di creare testi che sappiano incidersi nella mente del lettore, scanditi in versi e relativamente brevi che a me richiamano i “sacchi” e i “cretti” di Burri, vale a dire ciò che in sé è scoria e non-bello (almeno secondo le teorie estetiche tradizionali e borghesi), ma che la rappresentazione artistica sa individuare e mutare in oggetto intorno al quale meditare compiendo così un atto di conoscenza.
Etnapolis è un mostro che divora gli umani, ma, a differenza di testi classici dell’Espressionismo tedesco che tematizzavano la metropoli rappresentandola con la metafora del dio divoratore Baal, il centro commerciale di Etnapolis dà ai clienti un’immagine di sé amichevole e rassicurante, invitante e moderna per quel che, stando ai luoghi comuni, s’intende per moderno – che Etnapolis sia un inferno lo sa bene, però, chi ci lavora. Etnapolis è la “polis”, la città alle pendici del mitico vulcano, tuttavia essa non ha nulla a che fare col sogno che Platone coltivò nella vicina Siracusa, invece mi vien fatto di pensare che per affinità essa richiama l’altrettanto vicina, infernale e cancerogena Melilli e le sue raffinerie, anch’esse espressione di un’economia antiumana e intesa soltanto a proliferare su sé stessa, di sé stessa scopo.
I muri e addirittura i soffitti dei servizi igienici di Etnapolis sono allora ricoperti dai nomi e dai numeri di telefono dei trans che mettono in vendita il proprio corpo, le voci maschili o femminili che si alternano ai microfoni degli altoparlanti posseggono toni e funzionalità differenti, a seconda che debbano scandire i turni di lavoro (e sono in tal caso dure) o rivolgersi (melliflue) ai signori clienti, i manichini dei negozi di Etnapolis esprimono bene la realtà di esseri umani ridotti a cose.
Esiste una sezione di straordinaria forza concettuale e rappresentativa nel libro Latitudini delle braccia di Nino Iacovella nella quale l’io lirico si aggira negli spazi di un supermercato percependosi con estrema lucidità “cliente” e non più persona, oggetto di una manipolazione sensoriale e psicologica che tende a renderlo acquirente, e non più persona; Antonio Lanza compie un itinerario simile, ma mostrandoci anche il destino (tristissimo e infamante) di chi lavora ad Etnapolis, raccontandoci non solo il degrado mentale cui si va incontro quali clienti che entrano in Etnapolis, ma anche quello cui si è costretti (abdicando alla propria dignità) se si cerca un posto di lavoro nell’inferno di Etnapolis. Il lungo testo in prosa in cui viene steso l’implacabile referto di un colloquio d’assunzione non lascia scampo al lettore, mettendogli di fronte una realtà immorale, antiumana, ipocrita e maligna. Etnapolis è qualunque centro commerciale non solo di Sicilia, ma di ogni luogo del pianeta, le sue arterie, i suoi gangli, le leggi fisiologiche che tengono in vita il mostro appartengono in toto al sistema economico e sociale che contribuiamo minuto dopo minuto ad alimentare e a far illimitatamente crescere, è quello stesso sistema che coincide esatto, ormai, con la nostra quotidianità: è come se in Etnapolis non si entrasse, ma vi si fosse già dentro.
Nei testi di Antonio Lanza la poesia scaturisce proprio dall’orrore e dal ribrezzo che si prova nei confronti di Etnapolis, dal non venire consolati né rassicurati dai componimenti radicalmente antilirici che cercano di mostrare dal loro interno, lasciando parlare i fatti nudi e crudi, la negatività di Etnapolis e dell’intero sistema sociale ed economico da cui sorge e che è; l’atteggiamento dell’autore non è infatti moralistico, ma, come dicevo già subito, etico, nel senso che la denuncia e la condanna non scaturiscono da un modo del dire predicatorio e didattico, bensì dalla conoscenza razionale e dunque dall’oggettività della rappresentazione; non è un caso che ogni testo possegga un’architettura precisa e solida, contenendo così, dentro i parametri razionali della prosodia e della sintassi, una materia onnipervasiva e difficilissima da descrivere, della quale l’enorme (abnorme) centro commerciale rappresenta la messa in atto. La sfida di Antonio Lanza è proprio questa: rappresentare, in poesia, quanto è davvero arduo da rappresentare perché esso è andato oltre o fuori delle categorie di pensiero da cui il linguaggio che usiamo è, invece, ancora figlio. Potrebbe essere questo, oggi, l’impoetico: quel quantum di violenza, offesa, asservimento dell’umano che è riuscito a travalicare e vanificare gli schemi razionali e linguistici che abbiamo a nostra disposizione per spiegarlo e/o rappresentarlo e che ci costringe a cercare mezzi espressivi nuovi adatti a dire (e a spiegare) quel quantum. Per questo alle spalle di Suite Etnapolis mi sembra di scorgere la lezione cattafiana dello sguardo disilluso e tuttavia irato e non rassegnato sulla realtà, forse anche quella ripelliniana del saper individuare il deforme e il mostruoso là dove e quando essi sono espressione di violenza e ingiustizia; e sicuramente Lanza ha studiato Volponi, Fortini, Di Ruscio, Marco Giovenale, quegli autori, cioè, che dall’interno del linguaggio stesso mostrano la realtà deformata e concentrazionaria in cui ci troviamo a essere, contemporaneamente, clienti e lavoratori, esseri umani spossessati di sé stessi. E infatti, rileggendo i testi, si affacciano alla mente anche i nomi di Guy Debord e Michel Foucault, perché la suite invera le teorie dei due filosofi, la forza della scrittura ne conferma le rispettive analisi, mentre penso ad un’altra affinità di queste scritture di Lanza con le arti visive, in particolare con la cosiddetta street art che, appunto, porta la sua presenza e la sua forza contestatrice nelle strade e nelle piazze delle metropoli; anch’essa si confronta con il “non artistico” senza confinarsi nelle gallerie d’arte né negli atelier, ma cercando forme e tecniche espressive che siano in grado di misurarsi con la contemporaneità e di avere un impatto su di essa; come questi testi di Lanza sono nati dentro l’esperienza lavorativa ed esistenziale del poeta nelle viscere di Etnapolis e ne sono l’inatteso risultato non omologato, non asservito, contestatore e critico, così la street art nasce e vive proprio nei luoghi dove accade l’obbrobrio (ad esempio Banksy a Calais o sul muro in Cisgiordania, Blu nei luoghi del Muos).

 

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L’opera di Blu mentre viene cancellata per ordine di Jeffrey Deitch, direttore del MOCA di Los Angeles.

 

 

Manichini I

Manichini dall’aria pensosa, dalla
corporatura prestante, congelati
in pose svagate – manichini uomini
e manichini donne – chiusi dentro
larghe vetrate a far mostra di sé,
di borse, top, giacche, occhiali,
clutch, pashmine, scarpe, congelati
in pose innaturali – in piedi su piani
di rialzo, il loro sguardo ti scavalca,
si appunta ad altro, a qualcosa
di lontano, dietro le tue spalle,
imprendibile; e manichini longilinei
in pose spavalde, o provocatorie,
le mani a sfiorare i fianchi; manichini
dal collo più lungo della norma
o senza i tratti fisiognomici del volto,
il volto abraso, senza un segno
che da altri lo distingua, uniformi teste metafisiche –
manichini bambini in pose di piccoli
modelli, assediati già da capriccio
e vizio, dal dovere di essere bambini;
manichini ancheggianti, con le frangette
sugli occhi; capelluti o calvi –
manichini dissezionati, dal pube all’ombelico,
esposti in vetrina per mostrare
una mutandina maschile (pagg. 30 e 31).

 

Allarmi

Un diffuso stato di allarme, inudibile
perché chiuso nel buio dei polsi,
nei turni trascorsi
in solitaria: le lamentele,
le minacce dei titolari perché
gli incassi sono al di sotto
delle aspettative, la probabile
riduzione del personale; e poi –
anch’essi silenziosi
come leoni che vanno in disparte
a morire – negozi che abbassano
la sera le saracinesche per non
riaprirle più al mattino, e: ‘chiuso
per cambio stagione’, ‘chiuso
per rinnovo locali’, ‘chiuso
per inventario’ mentono per mesi (per decoro)
gli A4 attaccati in vetrina –
mentre
all’interno hanno svuotato gli scaffali,
la merce imballata – a monito degli increduli –
è pronta ad essere rispedita ai fornitori (pag. 32)

 

Voci dagli altoparlanti

I

Il lavoro che sta per iniziare l’inizio
del lavoro il lavoro che sta per finire
la fine del lavoro tutto qui è predefinito
da voci registrate tutto qui è finalizzato
a che siano in sincrono tutte le attività
ed è di donna gentile la voce che annuncia
l’apertura del centro che augura piacevole
permanenza a chi lo frequenta che dispensa
calorosi buon lavoro a chi vi passa le ore
ed è d’uomo di polso l’attitudine al comando
di uomo cui per istinto si concede ubbidienza
la voce che invita a guadagnare le uscite
la voce che ringrazia per la fiducia accordata (pag. 42).

II

Il cliente ha bisogno
di sicurezza il cliente
ha bisogno di divieti il cliente
necessita di regole
il cliente vuole l’ora
esatta e l’esatta
sua posizione, che ci siano
le guardie con l’uniforme, le telecamere,
la squadra antincendio,
il pavimento pulito, che tutto
funzioni, confini certi,
che il sapone nei bagni, che di domenica
la messa, che le eventuali informazioni,
che i prezzi ben esposti, che tutto
torni – come in una gabbia (pag. 43).

 

 

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Blu a Vienna.