“In Francia e autunno” di Augusto Blotto

di Antonio Devicienti

 

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L’appassionata attività editoriale di Enrica Dorna offre un altro volume esemplare e coraggioso nella sua proposta: In Francia e autunno di Augusto Blotto (Torino, 2015); è noto, infatti, che l’opera in fieri di Augusto Blotto ha assunto proporzioni immani sia per quantità che per contenuti (Blotto stesso afferma ch’essa s’interromperà soltanto con la morte dell’autore) ed è una sorta d’azzardo proporne una scelta. Ma è Augusto Blotto, negli ultimi decenni un po’ restio ad offrire exempla a stampa della sua indefessa ricerca dopo le esemplari pubblicazioni degli anni Cinquanta e Sessanta (quelle presso l’Editore Rebellato in primis), che evidentemente ha accettato di far uscire questi suoi versi (in grandissima parte ancora inediti in volume) dal titolo suggestivo e, mi sia consentito scriverlo, così ricco di spazio; in effetti un modo intelligente e mite per portare alla conoscenza di un pubblico un po’ più vasto la scrittura di Augusto Blotto è quello di scegliere un tema e assemblare alcuni testi che non risultino una violenta e forzata estrapolazione da un’opera che, con tutta evidenza, è, nella sua smisuratezza, unitaria – e siccome la geografia è una delle costanti della scrittura del Nostro (pressoché ogni testo reca in calce un luogo e una data), la Francia è venuta ad essere scelta logica ed efficace; a tale scelta ha contribuito, posso immaginare, il fatto che sia Coup d’Idée che Blotto sono legati a Torino, la Parigi d’Italia, città da sempre molto vicina alla cultura d’Oltralpe e che, giustamente, tale legame desidera ribadire.
D’altro canto l’autunno può continuare ad essere tradizionale metafora della maturità e della stagione di raccolta dei frutti maturati durante l’estate.
Una disamina particolareggiata del libro sarebbe inefficace perché un’opera come quella di Blotto resiste ad ogni forma di notomizzazione e di analisi, ché essa, più di altre, possiede l’ambizione di accogliere nella scrittura il reale, non nel senso di voler descrivere o sostituire o assorbire in sé il reale stesso, ma, mi sembra, nel senso che la scrittura per Augusto Blotto è, con il respiro e la circolazione del sangue, vera e propria attività fisiologico-mentale e inscindibile unità; il nulla dies sine linea degli antichi è divenuto in questo modo di scrivere adesione totale alla fluidità incessante del reale, non un inseguire lo scorrere vitale, ma un essere dentro di esso, un appartenergli mantenendo lucidissima coscienza di quanto accade, non un creare o contrapporre al reale un proprio universo verbale, ma far fluire una lingua già di per sé ricchissima e in continuo arricchimento e mutazione cui il genio inventivo (e conoscitivo) di Blotto offre sempre inattese soluzioni.
E non mi richiamerei a Pound o simili per cercare d’interpretare un’opera come la presente, ma ne vedrei le radici più profonde nei poemi περὶ τῆς φύσεως dei cosiddetti “Presocratici”, nel De reum natura lucreziano, forse nelle Dionisiache di Nonno di Panopoli e, in ogni caso, in tutte quelle opere di scrittura (compresa la Commedia dantesca, ovviamente) che non vogliono ridurre il reale alla letteratura, ma facendo irrompere il reale nella scrittura ne verbalizzano con una libertà esaltante e al massimo grado inventiva l’incessante marezzarsi: se il reale è effetto d’interazioni in continuo mutamento, se il modo per la nostra mente migliore per intuirne la natura è pensarlo quale campo di onde gravitazionali, allora il linguaggio e la scrittura stessi sono interazioni il cui nomadismo conduce forzatamente ad un espandersi indefinito – e questo è uno dei motivi fondamentali per cui ritengo più opportuno che ci si abbandoni, letteralmente ci si abbandoni al flusso della scrittura blottiana. Ma io stesso, me ne rendo conto, ho appena fatto riferimento soltanto ad opere letterarie, perpetrando nei confronti di Augusto Blotto un doppio delitto: da una parte ho limitato il campo d’indagine alla letteratura, d’altro canto ho cercato d’incasellare, normalizzare, ridurre a esempi acclarati e professorali un’opera che, invece, sa essere unica anche in questa sua irriducibilità a maniere e categorie, esondando dall’ambito puramente poetico, dimostrando ancora una volta come la scrittura sia strumento formidabile di creazione e d’intervento da parte della mente sul reale, almeno nel tentativo di non subire (descrivendolo o parodiandolo) il reale, ma di sottrarre il pensiero creante al determinismo che sembra provenire dalle cose e dai fatti.

 

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In Francia e autunno, dunque: indubitabilmente il paesaggio francese, la campagna in particolare, si propongono già di per sé quali luoghi di grande libertà e d’antica civiltà e per chi sia di madrelingua e cultura italiana la Francia rimane, al di là degli accidenti della storia, exemplum di libertà e di patria elettiva per chi sia avverso a qualunque forma di limitazione e di oppressione della libertà stessa; si viaggia, allora, traverso le pagine del libro, ci si avvicina ad una scrittura non descrittiva, ma esperienziale. Si legge in una nota, probabilmente d’autore, apposta nella pagina precedente il frontespizio del libro:

“… en France, où je suis né…
Così potrebbe intitolarsi (mutuando un verso dall’Invio che Victor Hugo ha posto in limine alla Légende des Siècles) questa minima crestomazia di profferte d’amore indirizzate alla campagna e alla provincia francesi: percorse e abitate in centinaia di luoghi (e nomi di luoghi); cantate in migliaia di pagine“.

Ecco: una nota di tal fatta mi permette di sottolineare che una scrittura rispondente ad un progetto che trovo al tempo stesso meticoloso ed eroico è appunto una “profferta d’amore” e un “percorrere” e un “abitare” (in questo caso una patria d’elezione, la Francia) – non nego che tale mia interpretazione possa essere legata al mio personale concetto di scrittura, e tuttavia ricordo che la ricerca blottiana traversa quasi settant’anni di vita dell’autore e di sua poesia, che scandagliando le migliaia di pagine del poeta torinese si riceve netta la sensazione che la scrittura sia atto d’amore e viaggio ininterrotto e che l’abitare avvenga dentro una lingua estremamente permeabile e inventiva (e non, come bene affermano critici del calibro di Stefano Agosti, Giorgio Bàrberi Squarotti,Sandro Montalto e Giovanni Tesio, sperimentale secondo le linee sterili e intellettualistiche delle nostre cosiddette avanguardie).
In Francia e autunno rappresenta una proposta di poesia antitetica al lirismo e al frammentismo novecenteschi, perfettamente inserita nell’idea di una scrittura che, interpretando il poema in modo originale, ripropone il concetto di opera-mondo e si serve di una lingua formidabile per energia, coraggio progettuale, ardimento speculativo. Occorre infatti possedere una fiducia enorme nelle capacità della mente e del linguaggio (endiadi, questa, in cui l’uno e l’altra si nutrono a vicenda) per portare avanti con felice caparbietà un progetto scrittorio che s’inarchi per decenni e decenni. Traversare la campagna e il paesaggio francesi significa traversare la dicibilità del reale:

Credito illimitato accordato a eroe che ama
nàppa respiri verso allori marini, se
gobbe cave di terra al tocco proclamano
profumi zefirare, serpentelli in zagaglia
di diaspro alla sfera ch’è incubente pupilla
falcante, schiarata dal sotteso del vento (pag. 29).

Vedete quant’è affascinante la dizione blottiana nel suo ritmo, nella successione degli accenti, nel rampollare instancato dei vocaboli? E poi c’è la maestria nel dire i luoghi o le condizioni ambientali:

Un nodo vena di sole, nel blu
alabastro delle nubi massicce: il legno
sa che può respirare, attorno; pulito
nel tornio della ricchezza agiata, bassi
fiori a diramo in strami di ghiaie
con obnubilo e maiolicatura (pag. 44).

Ma traversare la Francia significa riflettere su un’etica dell’esistere e dello scrivere:

L’evidenza delle nostre responsabilità
di governo aizza, con il sommo stupore
che esistano: cittadini, adatti
all’intelligenza. Sviluppanti scopi
che rendon utili appieno intorno
per esempio pianure della meraviglia
archettata, brina (pag. 49).

Giustamente Giovanni Tesio mette in evidenza quanto il Blotto facitore di versi corrisponda al Blotto onnivoro lettore e instancabile viaggiatore e direi che proprio in un libro come In Francia e autunno appare evidente la coincidenza tra scrittura, cultura e viaggio, per cui rimane vero che noi Occidentali veniamo dall’Odissea e che il nostos è, in verità, un andare ininterrotto verso ciò che non si è mai stati perché l’origine è perduta per sempre.
Il valore di una pubblicazione come la presente risiede anche nel fatto che essa è quella che amo chiamare un “affioramento a stampa o tipografico” di un’opera che, al momento attuale, esiste soltanto in forma di manoscritto e, negli “scaffali” del sito personale di Augusto Blotto, in formato digitale; mi abbandono volentieri ad immaginare un’eventuale versione completa a stampa, magari similare a quelle ardite realizzazioni che furono la Hypnerotomachia Poliphili o lo Zettel’s Traum di Arno Schmidt, altre opere, in effetti, dall’ambizione vicina a quella blottiana; avere con sé l’elegante e agile volume edito da Coup d’Idée è come portarsi dietro uno specimen del poema-mondo blottiano, un segnacolo a stampa di un’immensità che giace, presente e attraente, in uno spazio che anch’esso esorbita da quello cui più siamo avvezzi (la forma-libro o la forma-rivista, per dirne due).

 

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Nota: le immagini dei due manoscritti provengono dal sito di Augusto Blotto (il nome dei file è, rispettivamente, scaffale01 e scaffale 06), mentre le pagine “scannerizzate” in coda all’articolo appartengono al volume pubblicato da Coup d’Idée Edizioni d’Arte di Enrica Dorna.