Gabriella Sica e il desiderio d’Europa

di Antonio Devicienti

 

 

Mimmo-Jodice-Demetra

Demetra fotografata da Mimmo Jodice.

 

Quello che Gabriella Sica ama chiamare “saggio” (Cara Europa che ci guardi – 1915/2015, Roma, Cooper Editore, 2015) è un ponderoso e poderoso libro il quale assume, di volta in volta, forma di diario intellettuale, di requisitoria, di diario sentimentale, di riflessione, di dichiarazione d’amore ad un continente e alla sua cultura, di compendio storico, di ricerca di una non escludente identità.
Soffia nelle pagine di quest’opera un’immensa passione e un inesauribile amore per l’essere umano e per ciò che di bello e buono egli sa realizzare e nella fitta, complessa trama dei pensieri, le letture, i libri, i viaggi, i ricordi concorrono a guidare il lettore traverso questo coraggioso tentativo di descrivere l’Europa in cui viviamo e l’Europa che vorremmo; pur articolato in capitoli, il lavoro (costato all’autrice due anni d’impegno pressoché totalizzante) si dipana lungo il discrimine difficile tra discorso logicamente e rigorosamente condotto ed empito del sentimento, là dove il necessario piacere della divagazione sembra essere l’attitudine conoscitiva che meglio sa avvicinarsi al nostro tempo complesso, stratificato, polimorfo, pluridirezionale, proprio come ci insegnano alcuni tra i più grandi maestri, da Sebald a Cioran, da Zambrano ad Agamben.
E, spesso, si fa strada l’indignazione nelle pagine di Gabriella Sica, un “no” pronunziato con voce alta e ferma nei confronti di chi e di quello che piega la dignità dell’uomo agli interessi economico-finanziari e ad altri inconfessabili interessi. “Non basteranno le parole, ma noi abbiamo solo quelle” (pag. 46), scrive e ripete in diverse forme e in altri luoghi del libro l’autrice, adottando una consapevolezza che con ostinazione contrappone la cultura, apparentemente debole e inerme, alla violenza e all’odio. Ed è proprio ricca di cultura e curiosa la giovane Gabriella che compie un viaggio insieme con due care amiche attraverso la Germania, transitando per Todtnauberg, il luogo nel cuore della Foresta Nera dove abitava Heidegger e dove andò a visitarlo il poeta Paul Celan, lasciandone testimonianza e ricordo nell’indimenticabile, lancinante testo poetico omonimo, oppure il ricordo torna a Beppe Salvia, agli anni fecondi ed entusiasmanti di “Prato Pagano”. L’Europa è, per Gabriella Sica, una costellazione luminosissima di nomi cui sono legati libri necessari e biografie, talvolta dolorose: Hannah Arendt, Stefan Zweig, Czeslaw Milosz, Simone Weil, Pier Paolo Pasolini, e tanti, tantissimi altri. Non c’è pagina di Cara Europa che ci guardi che non si rivolga ad uno o a più nomi di artisti e pensatori come a numi tutelari che sappiano, oggi più che mai, illuminare il nostro impervio cammino; Gabriella Sica fa trasparire traverso la sua scrittura l’angoscia e la preoccupazione che l’attanaglia nell’analizzare la storia di questi ultimi decenni, ha bisogno di capire, da persona fermamente convinta della necessità di un’Europa unita e libera e tollerante, ricorre ad almeno due strumenti: l’intelletto e la cultura – ma mi piace pensare che anche un’appassionata veemenza sia ulteriore strumento per capire e, col capire, contribuire a costruire l’Europa tanto agognata e, specie negli anni più recenti, spesso ostacolata se non odiata.
Gabriella Sica mescola nel libro storia della sua famiglia e storia generale e questo è il motivo per cui la prima data apposta a mo’ direi di sottotitolo è il 1915, ché proprio il ricordo degli uomini della sua famiglia morti o drammaticamente segnati dalla Prima Guerra mondiale intrecciato a quello delle donne che, rimaste a casa, hanno dovuto sopportare tutto il peso psicologico e materiale della situazione rivelandosi forti, determinate, coraggiose costituisce il punto di partenza per spiegare perché l’Europa appassioni così tanto Gabriella. Ma in quest’andirivieni di ricordi, riflessioni, letture, viaggi è sempre presente l’accorata preoccupazione per un’Europa che non corrisponde all’ideale e al sogno (ma un sogno, mi si consenta l’ossimoro, realistico); ai miei occhi il presente è un libro dell’avere cura: Gabriella Sica l’ha scritto perché vuole prendersi cura, da poeta e da intellettuale, da essere umano e da figlia d’Europa, delle persone, della storia, delle culture in cui siamo immersi. E perché non accetta, perché non vuole rassegnarsi alla deriva umana, economica e culturale in atto. Per questo motivo inviterei i lettori attenti a leggere e a rileggere le pagine del libro dedicate alla Grecia (quella antica e quella contemporanea), alla poesia altissima di Vittorio Sereni, alla storia della famiglia di Gabriella la quale, partendo da dati autobiografici, è capace di raccontare di fatti e di persone in cui ogni Italiano può identificarsi: la storia delle famiglie materna e paterna di Gabriella Sica è anche la storia di milioni di famiglie italiane, non lo si dimentichi.
In tal senso mi sembra che il libro voglia essere anche un contravveleno all’assenza di memoria che sta devastando l’Europa ed è un ardente diario di viaggio, là dove il “viaggio” è, qui, non solo l’attraversamento di luoghi, ma, soprattutto, di tempi e di testi, di memorie e di fatti, senza trascurare la lucida ira e l’indignazione che, spesso, sono amare eppure vivificanti compagne di viaggio.
Leggo le pagine di Gabriella e mi ricordo del Mediterraneo di Predrag Matvejević, del Portogallo di Saramago, delle opere di Anselm Kiefer, del diario di Grecia di Gastone Novelli, delle fotografie di Mimmo Jodice, del canto di Giovanna Marini, della Spagna di Antonio Machado, degl’Imperdonabili di Cristina Campo… Mi ricordo di un moto del pensiero che, malgrado la forza apparentemente totalizzante e vincente con cui finanza ed economia s’impongono, vive in ambiti che né la finanza né l’economia riescono a dominare e desertificare, perché c’è molto del pessimismo della ragione e dell’ottimismo della volontà di matrice gramsciana in questo libro, perché chi per una vita intera ha coltivato l’empito alla libertà e all’indipendenza di giudizio, chi ha amato (e ama) i libri come ama il corpo stesso dell’amato, chi in quei libri ama le idee e la bellezza, ebbene costei non si rassegna, non rinuncia, non si dichiara sconfitta. Ecco il motivo per cui anche passaggi che potrebbero apparire ingenui nelle loro affermazioni e nelle loro rivendicazioni conservano la commovente validità di quel pensiero che, realista e pragmatico, sa essere nello stesso tempo idealista e colmo di slancio.
E si segua allora il dipanarsi dei capitoli, oppure si saltabecchi qui e là tra le pagine, magari ci si lasci catturare dalle fotografie o dai disegni o dai testi in versi incastonati nel libro, affidandosi all’indice dei nomi si cerchino quegli stessi nomi (moltissimi) e ci si costruisca una personale geografia del libro – ché di questo, anche, si tratta: di una geografia dell’anima, della storia, delle letture e dei viaggi (realmente effettuati o sognati, non importa), cosicché, modernissimo, Cara Europa che ci guardi viene ad essere un libro ramificatissimo alla Walser o alla Sebald, alla Cees Nootebom o alla Jan Brokken, l’autore olandese che a sua volta indaga in libri bellissimi l’Europa di ieri e di oggi, o alla Massimo Rizzante che rimprovera (e non a torto) alla poesia italiana di astrarsi dalla realtà, d’essere ombelicale contemplatrice di sé stessa: Gabriella Sica s’è dedicata alla “sua” Europa anche per dimostrare che taluni poeti italiani vogliono sfuggire proprio all’autoreferenzialità e che, trovando un bell’equilibrio tra scrittura in prosa e scrittura in versi, si può raggiungere il nodo tra arte del dire e passione politica, tra senso della storia e presenza della parola.

 

*

 

Nel nome e nel ricordo di Vittorio Sereni Gabriella Sica dialogherà, sabato 14 maggio alle 17.30, con Adriana Gloria Marigo proprio nella cornice del Liceo Scientifico “Sereni” di Luino, Via Lugano 24, nell’ambito delle manifestazioni per il Cinquantenario del Liceo stesso. Sottolineo qui che nel capitolo “Il mal d’Africa. Un uomo inquieto” Gabriella Sica unisce la propria appassionata e appassionante ammirazione per la poesia sereniana al ricordo commosso del proprio padre, “uomo inquieto” e coraggioso.