Il pianto dei coniugi Bach

di Antonio Devicienti

 

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Fausto Melotti, Scultura n. 11, 1934.

 

In un suo diario la seconda moglie di Bach racconta d’un pomeriggio domenicale. La casa è vuota dei tanti figli e sembra ancora più vuota e grande. Bach è rimasto in casa, sta componendo le ultime pagine della Passione secondo San Matteo. Lei gira per la casa, in faccende.
Non sentendo ormai da troppo tempo il suono del clavicembalo, istintivamente socchiude piano la porta della camera nella quale Bach sta lavorando. È arrivato al punto in cui Gesù muore sulla croce e lo vede, il capo chino sul clavicembalo, che piange. Allora si lascia andare sulla soglia e, in silenzio, anche lei piange. FAUSTO MELOTTI, Linee, Milano, Adelphi, 1981, pagg. 26 e 27.

 

“Sto sulla soglia del vostro pianto.
Mescolo il respiro (il mio, il vostro)
col silenzio –
che il mio fiato non lo violi.

S’è dilatata la casa
senza i bimbi passerotti fuori
nel meriggio domenicale
e sto qui
venuta a cercarvi sulla soglia
del vostro tacere.
Oh, posarvi una mano sulla spalla…
ma non lo farò
e piango come vegliando il vostro pianto.

La musica si sprofonda nell’umano
la musica schiude il dolore
la musica si sprofonda nel silenzio”.

Il pianto dei coniugi Bach,
privatissima sprezzatura della mente
quando si congiunge alla pietà.

 

Sprezzatura è un ritmo morale, è la musica di una grazia interiore; è il tempo, vorrei dire, nel quale si manifesta la compiuta libertà di un destino, inflessibilmente misurata, tuttavia, su un’ascesi coperta. CRISTINA CAMPO, Gli imperdonabili, Milano, Adelphi, 1987, pag. 100.