Vivere coi polmoni della parola

di Antonio Devicienti

 

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Che cos’è un mondo? Una voce di poeta, per esempio e una casa sull’Isola di Kampa o in riva ai laghi di Ganzirri.

Per chi vive coi polmoni della parola un mondo è anche Praga e voce segregata di poeta o il periglioso attraversamento dello Stretto.

Un cerchio di pietre a saldare Europa a Sicilia, Sicilia a Mali, Mali a Sicilia.

E l’innocenza di Billy Budd (ch’è disciplina nell’esistere: se musica è geometria di variazioni – geometria per variazioni – il viso come prono sulla tastiera – che cosa significa questa volontà di geometria – l’eremita di geometria –  che cosa cerca questo lavorìo – Britten umile artigiano il viso avvicinato alla tastiera e comporre – a comporre – questa disciplina nell’esistere).

Da Via Lepsius a Poitiers, da Poitiers a Die, da Die all’immane Outremer e i poemi di Monchoachi, canto creolo e mescidato, ininterrotto andare e andando, sempre andando. E posare segni.

La piana vastissima della Loira. Le Alpi, biblioteca delle nevi. Il Mediterraneo olivo ferito a morte. Il Mare del Nord mentre distende silenzi.

(Certi nomi d’amici-fratelli vanno detti sottovoce, con commossa devozione: Soumaïla Goco Tamboura, per esempio).

(Ma anche certi nomi di Maestri, comuni Maestri: René Char, per esempio e il suo paese d’acque).

Per chi vive coi polmoni della parola e si porta l’altezza della montagna dentro, un cerchio di pietre non chiude, ma apre, non delimita, ma canta. Ed è la lingua dimora in cui stare a cucinarsi parco cibo prima di ripartire a incrociare altri viandanti, altri pellegrini-nell’-andare.

 

 

 

Il cerchio di pietre, la più recente e organica edizione italiana di testi poetici di Yves Bergeret, trova nella voce fraterna di Francesco Marotta la sua consonante tra(s)duzione.