Lecce non è (1)

di Antonio Devicienti

 

jodice_lecce_1986

Mimmo Jodice: “Lecce” (1986).

 

Era sorprendente per i figli del morto l’invito a coprire gli specchi. Le motivazioni ormai incerte e sbavate avrebbero convinto tutti se meno scoperchiata e trasparente la voce di nonna si fosse imposta col suo garbo.
È sempre difficile dire del silenzio, delle cose scucite alla didascalia, la vita oltre la pista che il buio coccola e allarga, storie più vere di questo vero digitale e senza desiderio.
Le voci si sentono o no e le anime, con o senza riverenza, fanno quello che devono. La vita no invece, non ci perdona di essere funzionari insufficienti, svogliati.

Ilaria Seclì (pubblicato sul suo blog personale Le ragioni dell’acqua)

 

Lecce non è un’illusione né paccottiglia per turisti
ma un giro ebbro del sangue
e un sistema non euclideo di piani inclinati.

Quando mio nonno morì
velarono tutti gli specchi con i lenzuoli
affinché la sua anima non vi restasse impigliata
e la verticalità ricordo della stanza
piena del suo corpo vuoto
accostati gli scuri della finestrella altissima
e l’enorme tela col Santo e la Basilica raffigurata in aperta campagna
sopra la testata del letto.

Se nella luce eccessiva di Lecce esco
mi porto spalancata alla mente quella stanza
poi mi trovo a vagare
per i piani inclinati del presente.

E sono scale lasciate nude
quando il mare s’abbassò:
mi dispiace per chi mai ha percorso i gradini di edifici
più antichi della luna.

E sono spirali di desiderio solchi d’esaltazione
tracciati nella pietra vivente:

: varchi :

da stanza a stanza           da città a città.

e da Lecce a Lecce.

Dipoi, quando s’approda a’ lidi di consolatoria poesia,
s’avverte torpore delle membra e pesantezza
di palpebra:
dissolto il pensiero.
È la poesia che piace.

Mi salvava il Nolano
discendendo lento in groppa alla sua
macchina volante, studiavo in città di tufo e calce bianca
e il greco sembrava starmi tutto
nella grammatica che tenevo tra le mani.

De l’infinito universo et mondi… titolo bellissimo
magnificenza di sentire
De l’infinito universo et mondi… mi ripeto
sempre più sommesso: De l’infinito         universo         et mondi

Volentieri dimentichiamo
che
qui
Claudia
precipitò i tendini amorosi d’arte giù per la fornace
dei balconi di Lecce.

Il ventoscrittura che attraversa i magazzini del tabacco
suscita voci
stratificate dentro pareti già scheggiate dai passaggi testardi
dei sacchi da scaricare o caricare.

Mi scelgo una città e me la disegno
a immagine e somiglianza del desiderio.
Si chiami Lecce dove il passo è stretto tra
i magazzini del tabacco e l’andare, sempre andare,
andando, sempre andando.

Ma quell’altra Lecce non la voglio vedere
quel funebre ciarpame per turisti non lo voglio vedere.

È questa Lecce che m’accingo a dire
questa che, nell’arbitrio della scrittura,
comincia dai magazzini del tabacco
e si dipana rigo dopo rigo, no ma de.

Grandi soli pitturati – è un universo ognuno –
traversano rotando la città immaginifica
e la lavano, finalmente ne dilavano le commerciali sozzure
e fanno delle facciate i grandi teleri dell’andanza

e andando, sempre andando
ascoltando, sempre ascoltando
guardando, sempre guardando
i percorsi del respiro le vertigini della mente
gli smottamenti dei giorni tu
sguardo, scrittura che vuoi essere sguardo
febbrile         e avido

vedi

e ascolti

e crei!

 

*

Dedico questo primo di una serie di dieci testi a Ilaria Seclì (Ilaria ne conosce il perché) e alla memoria del mio nonno materno, contadino semianalfabeta e uomo saggio.