Lecce non è (2)

di Antonio Devicienti

 

palazzo-carrozzo_marcello_indellicati

Particolare di Palazzo Carrozzo a Lecce (acquaforte di Marcello Indellicati, 1990).

 

 

“Danzare, mattina. è un altro mondo possibile, è rispetto dei colori al mondo, delle sensazioni non rispettate perché non hanno avuto, semplicemente, un nome da libro o da citofono. Danzare è avere tutti i corpi in uno, e capirli – comprendersi e comprenderli. è, per la sua motivazione semplice e pura, femminile – forse per cultura, lo è, e menomale: ma se il maschile e il femminile non volessero né potessero farlo, di ammettersi in un unico paese, quello è proprio il danzare, verbo nome cognome identità – confusione mirabile. persino gli oggetti, asessuati come dicono gli angeli, e anche questi ultimi, sono compresi e confusi in questa possibilità di vita. dicevo, pensavo piuttosto: è strano, danzare – quanto si è impacciati nel non saperlo fare. ma del resto, come fare a portarsi tutti i corpi nel proprio? però, sappiate che avviene – e che tutti, tutti danzate. da qualche parte, in una qualche punta del vostro corpo. o corso (una pi e una esse fanno anche post scriptum al fatto che la danza in italiano è sostantivo o verbo femminile, e il suo infinito – come il resto – è maschile – ma venendo al dunque – la danza è uno di quei luoghi nei quali – la fusione – un dove – lei, lui (si) ricorda il nascere, il crescere, il partire, il ritornare, il fare, il considerare – il respiro – la respirazione – chi pensa mai al genere di questi movimenti – è bene che si consideri danzare femminile maschile come vivere – uno e multiplo, corsivo e libero, come mutare di continuo, come non saperlo fare, eppure ritrovarsi sorpresi a farlo – con il plauso delle foglie”.

Giampaolo De Pietro, Danzare contro, fantasia, apparso sul suo blog Inni in vani.

 

 

Lecce non è un’ombra dell’inutile
ma costanza degli addii e labirinto
di segretissime terrazze.

Speciali, al Sud, le terrazze strette o vaste
in cima alla Mattinata, poi alla Notte:
terrazze di Atene da dove la luce
canta le mani in grembo
e la terza mano ad accarezzare la mente
così per libertà e gioia d’essere viva
speciali le terrazze con lenzuola stese ad asciugare

e craste di basilico

se allungo le dita tocco il campanile dello Zìmbalo
se tocco il campanile dello Zìmbalo s’inarca
la scrittura e Lecce lievito-madre odora
di vastità.

Oh matronei altissimi che corrono dalla
Badia alla Casa d’Atena-Lucia mentre Ortigia
splende splende splende. Oh
balconate senza fine di Chanià che
catturano soli di terracotta (il mal’
occhio se ne sta lontano).

E l’Alessandrino
accostando le persiane si porta immaginifico una mano
alla mente.

 

*

Dedico questo secondo testo della serie Lecce non è a Giampaolo de Pietro e a tutti i cari amici di Carteggi letterari. Nella mia personale geografia la Sicilia confina e sconfina direttamente con e nella Terra d’Otranto.