Lecce non è (3)

di Antonio Devicienti

 

gargoyle-notre_dame

 

…se una manciata di stupidi versi sapesse dire quanto irrinunciabile sia l’opera umana e poetica e culturale di un uomo e di un amico… se un mannello di parole sapesse dire: grazie, grazie per tutto quello che hai fatto e che farai, grazie perché dimostri che la scrittura sa essere anche il respiro della vita quotidiana, concreta delle persone e sa dire la loro sofferenza, le loro speranze senza infingimenti, senza narcisismi…

Per Francesco Marotta, per la Dimora del Tempo sospeso.

 

 

Lecce non è soltanto Lecce
ma anche il paese dove sono nato e un sistema incongruo
di labirinti.

Ho passato più di un’adolescenza dietro le finestre
di questa città ere incessanti e
il ciglio del terrazzo di fronte
a stagionarsi di secoli.

Il Nolano discendeva lento in groppa alla sua
macchina volante, il fornaio parcheggiava in strada
una Giulietta azzurra e il greco sembrava starmi tutto
nella grammatica che tenevo tra le mani.

Così m’ebbi conferma che l’incongruo e lo sbrigliato sono
bellezza e sfolgorante visione.

Eccomi a contemplare il Nolano
librarsi nel cielo della città, poi scendere piano
e ancorare la sua macchina volante alla canna
fumaria. Vestito di visioni
mi sbalzavo a lui incontro
in tunica di visioni sorseggiavo l’acqua dell’eresia
mangiavo il passaggio delle nubi rapido
stupefacevo l’aria pur avvezza al canto
dei geranei:
ché si sa: l’adolescenza è spalancarsi dello stupore
al parlare frenetico dei mondi.

Ma qui e adesso ho solo questi versi della mia pochezza
e la bicicletta di mio nonno appesa al muro
coi suoi attrezzi per lavorare la vigna.

Balbettando e andando andando e balbettando
il mio Salento e la mia testa-biblioteca (di pochissimi
libri ahimé se si consideri l’immane bibliotheca mundi)

e la Città dei nodi a moltiplicarsi
di parole
si fa sofisticatamente pitturare lo sguardo.

Poiché Lecce non è, ma sta
ruota
il Rosone cosmico di Santa Croce ruota
nella pupilla del viandante che
ha vagato nella notte in conversari
con gli spiriti del passato

il Rosone cosmico di Santa Croce
ruota come un orologio
nella pupilla del viandante
che volentieri s’inerpicherebbe fino ai vetri
del Rosone a toccarne coi polpastrelli
l’accumulo di pasta temporale
secoli d’asfissiante caldo estivo
e nubi rapidissime sferzate di sabbia sahariana
capperi in boccio nell’intermessure tra le chianche
e nobile gramigna d’aghi sfrangiata
selvatica di dure radici
sulla città sospesa, sulla città veleggiante

sorella dei sapienti di pietra che guardano Parigi
dalla vertigine          
                    di Notre Dame

(occorre sapienza e diuturna cura della luce
per starsene secoli e secoli a contemplare
la Città e il Louvre)

ma Lecce è le sue terrazze alla vista celate
segrete e bellissime
dove s’impiglia lo Zeppelin della visione

(è il celato il navigabile cosmo
della Terra d’Otranto
oro dei giardini nascosti
biancore di chiese chiuse da secoli
gatti di fede pitagorica,
un po’ orfici e un po’ bizantini).