Via Lepsius

concatenazioni, connessioni, attraversamenti

Mese: ottobre, 2016

Ricordando Gianmario Lucini

 

 

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Werner Bischof: “Lettura alla luce della candela”, Rovaniemi, Finlandia, 1948.

 

 

Per ricordare Gianmario Lucini pubblico qui su Via Lepsius la mia nota di lettura dedicata al bellissimo libro di Fiammetta Giugni Carmina Flammulae e che Gianmario, con la generosità che lo contraddistingueva, pubblicò a suo tempo sul sito della sua Casa Editrice, la CFR; considero uno dei tanti meriti di Gianmario quello di aver dato spazio e occasione di farsi udire alla voce rara e inimitabile della cara amica Fiammetta Giugni e scelgo di ricordarlo richiamandomi al suo amore per i poeti di talento.

 

 

Come tutti i libri di poesia riusciti e preziosi perché capaci di portare il lettore a ritornare spesso su di essi, a non accantonarli dopo le prime letture, Carmina Flammulae s’impone per l’immediatezza e la necessità della dizione poetica, per una naturalezza e spontaneità (ed esse non hanno nulla a che fare con una supposta e malintesa ingenuità o istintività, tutt’altro!) che sono frutto della quotidiana cura della parola, come se vivere ed esprimersi in versi fossero in Fiammetta Giugni tutt’uno: libro privo di compiacimento e di narcisismo, libro, ben s’intuisce, nato da una necessità profonda a dire, libro onesto, se volete in senso anche sabiano.

Comprensibilmente l’autrice si pronuncia in favore del silenzio e dice di sentirsi soltanto umile ricettacolo della Parola; ma non occorre essere credenti per amare questo libro: il senso religioso di amore e di rispetto per l’ambiente, per gli esseri che lo abitano, per il dolore degli umani appartiene a chiunque si senta figlio della terra.

La silloge va costruendosi come una sorta di monastero i cui mattoni sono le parole, come un eremo di silenzio e meditazione, come un broletto dal quale ha luogo la contemplazione; non ho scelto a caso i tre sostantivi in corsivo, perché tutti rimandano a una condizione esistenziale e spirituale e a una scelta di solitudine che, per apparente paradosso, è estremamente aperta al mondo. Mi sembra infatti che l’intera raccolta dispieghi una serie di polarità comunemente considerate inconciliabili, ma che invece il pensiero e la parola poetica sanno interconnettere affinché liberino senso: silenzio e suono della parola, solitudine e ascolto del mondo, io e alterità. Siamo nel cuore di un libro anticonformista e in lucida controtendenza: se la realtà che ci circonda è fatta di musica sparata ovunque dagli altoparlanti e fatta forzosamente ingurgitare non a persone, ma a clienti cui viene riconosciuta una parvenza di esistenza solo in quanto clienti, se la domenica consiste nell’amorfo ammassarsi dentro i centri commerciali, se le serate affondano nella demenza televisiva, Carmina Flammulae racconta il raccoglimento, la meditazione, il gentile sussurrare i propri pensieri sotto i quali tumultua però l’incandescenza del magma.

La prima parte, intitolata CANTI DEL MIO BROLETTO (ricordiamo che l’accezione principale di brolo e broletto è campo coltivato, orto, circondato da un muro) comincia con un testo posto tra parentesi, quasi a voler suggerire il sussurrare e il tendere al silenzio gravido però di pensiero: (… ho disposto un perimetro / di sassi e di rinuncia / nel luogo in cui ti attendo // quanto posso mi tengo / a ciascuna misura di isolamento / che abbia di un hortus clausus / la parvenza), pag. 14. La misura breve, ma classica del settenario sorregge metricamente un discorso scarnificato e denso, la clausura e il perimetro, fatti di sassi e di rinuncia, costruiscono uno spazio interiore di attesa – il pronome “ti” può essere oggetto di diverse interpretazioni, anche in base alle sensibilità del lettore. Un elemento che apprezzo è la musica discreta di questi versi, perché il silenzio può essere … detto solo tramite le parole e così si rivelano quelle discretissime e belle assonanze tra i termini perimetro-attendo-tengo-isolamento, mentre compare subito il sasso, la pietra, referente di una condizione volutamente spartana del vivere e radicata nell’essenzialità dei bisogni.

oggi la neve beveva la pioggia / e senza nessuna paura / cedeva il suo bianco / alla terra // anch’io vorrei seguire l’ordine del tempo / e sentirmi sospesa / fra coesa e dissolta” (pag. 16) dice la poetessa e in questo frangente farei notare l’uso assai parsimonioso delle maiuscole (rarissime in tutto il libro, assenti nei versi citati e questa è la norma generale) e la rarefazione quasi totale della punteggiatura, lasciando la scansione ai grandi spazi bianchi della pagina intorno al testo, allo scorrere dello sguardo durante la lettura da un verso a quello successivo e alla spaziatura tra le strofette. La lingua usata va da un italiano cristallino al latino, ancora a un italiano ispirato a exempla medievali e francescani, fino al dialetto valtellinese e i motivi sono, a mio parere, almeno due: parlavo di anticonformismo e controtendenza, ebbene il libro di Fiammetta Giugni rifiuta il calco del parlato, cerca una lingua capace di veicolare lo scavo interiore e l’attesa che marcano anche il vivere oltre che lo scrivere della poetessa – è una lingua elegantissima, condotta fino al massimo di significanza, perfettamente dominata nelle sue sfumature lessicali e sonore; altro motivo potrebbe essere la consuetudine con i testi religiosi e mistici sia in latino che due e trecenteschi, per cui posso immaginare che per l’autrice sia naturale, ovvio pensare ed esprimersi seguendo anche sintatticamente e lessicalmente le suggestioni che da tali letture le derivano: “alba / bell’alba / gutta de rosada / umor de veritate / destillatio rara // alba / bell’alba / immaculata et vaga / pagina clara / sovra la mia scriptura / de paga et pretio / a la mia notte oscura” (pag. 21). Eppure c’è tanto di più, come in ogni testo poetico che in sé sa raccogliere e da sé irradiare connessioni e richiami: penso all’aubade di tradizione provenzale, alla rosada (rugiada) pasoliniana e friulana (quindi forte è la presenza della tradizione romanza), ai mistici (San Juan de la Cruz citato esplicitamente, ma, credo, anche tutta la tradizione mistico-speculativa intorno alla luce e al buio, all’acqua rigeneratrice, alla parola e al silenzio, alla simbologia del seme e del fuoco); il vaga è anche il prediletto aggettivo leopardiano, mentre (suggestione platonica?) l’alba è la pagina che si dispiega sopra la scrittura, la quale ultima sembra essere solo imitatio della vera, quasi un venale prodotto della notte oscura appena passata.

 

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Luigi Ghirri: Capri, 1981.

 

I pruni, il fico (“verrà – dico al mio fico – / il tempo dei tuoi frutti / i più dolci dell’hortus // le grosse gocce del tuo sangue / avranno la mia riconoscenza”, pag. 19), il glicine (“c’è del buono lo sento / nell’ordine fitto / del glicine fratto di lilla / e rifratto di bianco” pag. 20), i gatti in amore, l’ape, l’equinozio, le stagioni e, sovrastante, la montagna, la grande, alta, splendida montagna e poi i muretti a secco sono gli elementi del paesaggio di cui è sostanziata la silloge. Proprio i muri a secco del broletto meritano contemplazione e un canto che si dispiega in sequenze spesso anaforiche celebrando l’artigianale lavoro di chi quelle pietre scelse, lavorò e sistemò; si tratta di pietre che vivono, in ognuna di esse si esplica l’energia della natura e del lavoro umano congiunti: “…e aprirsi / a una sola misura di terra / al vagito sottile / delle piccole teste di pietra / che la chiudono / per farla universale e unica” (pag. 36).

io vivo in presenza del monte / al cospetto perpetuo dell’alto” (pag. 46) iniziano i MADRIGALI DI MONTE che, richiamando la tradizione del madrigale amoroso, cantano il rapporto d’amore, appunto, con l’alto, con l’appello dell’alto e sono innervati da una meditazione sul dire: “ma io sono la lingua / del sodalizio / la destinata a dire / la madre feconda del nome // io sono la creativa della glossa a commento / la nota intonata” (pag. 48). La poesia di Fiammetta Giugni sceglie infatti il canto cristallino e privo di ermetismi: “posa sulle mie cose / nel tragitto palindromo / del scendere e salire / l’eco della cima silenziosa // e viene neve se ha da venire / e vento quando soffia / e quando sorge / luna // e quando viene / il vento / taglia la lingua nuda” (pag. 54), nel suo andamento meditativo, sempre attenta agli accadimenti naturali, nel suo itinerare “palindromo” di ascesa e discesa questa poesia fa pensare a certi testi di Anna Maria Farabbi (quelli di Solo dieci pani, LietoColle, Faloppio, 2009, per esempio) e alla simbologia del Carmelo, nonché a molte bellissime pagine di Adriana Zarri (Un eremo non è un guscio di lumaca, Einaudi, Torino, 2011). Ho citato testi affini per temperie spirituale e comune modo di sentire il mondo, anche perché la poesia di Fiammetta Giugni esplicita e vuole avere radici in un’esperienza esistenziale precisa, non si pensa come un assoluto a sé stessa bastante, aprendosi a espliciti richiami come nel verso “(…) quando mi racconto Zanzotto” (pag. 50). E anche chi è “affacciato alla riva di un’altra tradizione” (mi approprio qui di un verso della poetessa a pag. 51) potrà ben apprezzare la bellezza del canto (“c’è la ripetizione ossessione / di regola quasi preghiera / uno sgranarsi di idillio / che (per dirlo) / al suo suono / ne viene un profumo” pag. 20, ad esempio), la profondità dell’esperienza e della ricerca da essi veicolata, il voler fare coincidere esistenza e parola, il portare a espressione dubbi e battaglie interiori: “così ci amiamo: // nell’incastro perfetto / delle accezioni doppie // nelle simmetrie / delle tensioni opposte // con le scherme / ricostruiamo la pace” (pag. 53); e nei densissimi VERSI INCOMPIUTI SULLA FORMA DELLA CROCE: “a ogni voltar di pagina / convoglio la presenza / di tutta la mia apprensione / e di tutte le mie fiducie // è un dispormi al viaggio / sub signi crucis / unica protectione” (pag. 70). Dolore, sacrificio, corpo come crocevia sia della gioia d’essere al mondo sia della sofferenza connaturata all’esistere, corpo che ha in sé la forma stessa della croce, corpo che reca il seme della gravidanza e del parto, sguardo, guardare: sono questi i nuclei semantici del dialogo poetico della sezione, benché l’intera raccolta sia dialogo costante con “Vostra Assenza” (pag. 25), con il “tu” ch’è Dio (ma quest’ultimo termine non è mai, significativamente, enunciato), uno svolgersi ossimorico di opposti che cercano conciliazione, un forzare la parola e il verso poetico (“slogare” è verbo che la poetessa usa con definitiva e lucida consapevolezza del proprio poetare) per dire ciò che è arduo dire, in quanto travalica le possibilità espressive della parola stessa. In tal modo Fiammetta Giugni è ben dentro la ricerca poetica contemporanea che cerca nuove strade al dire dopo aver conosciuto e attraversato la crisi del sistema linguistico in quanto veicolatore di significati, portato di un periodo storico, sistema segnico. Nell’attenzione e nell’attesa, nell’interrogare continuo e nel guardare si spalancano non certezze e soluzioni, ma ancora interrogazioni e sguardi spinti il più possibile oltre l’ultimo orizzonte appena raggiunto, si spalanca una dizione che pronuncia la contraddizione e il paradosso: “penso sia troppo dura / la sostanza / per contenere il senso “ (pag. 62); “bisognerebbe arrivare al punto (e oltre) / senza più orecchi / e bisognerebbe avere il coraggio di guardarla / (la Forma) / ma come senza occhi” (pag. 64); “e come rispondo / adesso / alla risposta?” (pag. 66); “qui è rimasto uno scudo di parole / perché tu sei la lancia” (pag. 73).

 

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Cesare di Liborio: “Labyrinthos II”.

 

Nelle ultime pagine della silloge si colloca una lunga sequenza lirica dal titolo stupendo di ONTO- OROGENESI: “Camminavo, in alto, camminavo”; “ho scelto la pietà / scabra del sasso” (pag. 77); “essere sempre al centro / sentendosene fuori” ; “l’importante è osare / la dicotomia, osarla questa dicotomia” (pag. 78); “perché adesso è l’oggi, è il parto, l’atto di mettersi al mondo attraverso il connubio spinto fra l’anima e il Legno, fra il pensiero e la sua compagna Acqua” (pag. 80) – ho citato soltanto alcuni luoghi del componimento che spero ne suggeriscano la struttura come di un journal intime, come di uno snodarsi di pensieri legati spesso per asindeto e per semplice accostamento; vi si vuol rappresentare la nascita dell’essere che avviene attraverso l’atto medesimo del pensare e che somiglia a un sollevarsi verso l’alto di quanto in precedenza era sommerso. Non trascurabile è poi il motivo erotico, presente anche in altre parti della raccolta, il quale non è affatto paradossale o bislacco se si fa mente locale a molte pagine di letteratura mistica in cui le immagini e le metafore di carattere erotico dicono l’amore tra Creatore e creatura e non dimentichiamo neanche la rappresentazione berniniana dell’estasi mistica di Santa Teresa e di Ludovica Albertoni.

E infine EXITUS: “È già tutto dettato / un testo generato dal sotto / del titolo dotto or/mai detto / come fosse rimasto per ore, per giorni, / per cercini d’anni sospeso / in attesa / (…..) / e risuona / il concetto più puro // per similitudine oppure // per alto distacco” (pagg. 83 e 84). La poetessa considera sé stessa soltanto un umile tramite traverso cui la parola viene alla luce, ella è, appunto, una flammula, la fiammella/fiammetta che brucia d’amore per la parola, colei che si schermisce di usare un “titolo dotto” che, e questo viene detto con una sorta di rassegnazione, è “ormai” stato formulato, “or” ora pronunciato. C’è un mettersi al servizio della parola e della poesia in questo libro, un fare del mestiere poetico diuturno esercizio di ascolto e di attesa, proprio in tempi d’impazienza e di fretta forsennata e qui chiudo il cerchio: non c’è niente d’ingenuo o viceversa d’atteggiato nella pronuncia poetica di Fiammetta Giugni; mi piacerebbe addirittura sapere se sottintesa non ci sia la lettura di María Zambrano e penso alle pagine della filosofa spagnola in cui la poesia viene resa luogo privilegiato della speculazione e della ricerca filosofica; mi pare infine di riscontrare un amore per la bellezza che si esplica tramite la cura della parola quale specchio della bellezza insita nella natura.

 

 

(Segnalibri) Yves Bergeret in Sicilia

 

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Foto proveniente dal blog di Yves Bergeret e scattata nella Chiesa di San Giovanni Evangelista a Piazza Armerina.

 

 

Continuano i ritorni in Sicilia da parte di Yves Bergeret e continuano i suoi incontri con i migranti e con migranti-poeti (a riprova del fatto che la scrittura, che la poesia sono pane e acqua necessari anche nella disperazione della traversata, anche malgrado le minacce alla propria incolumità fisica e alla propria libertà) – e continua, questo poeta poliglotta e curioso del mondo e delle genti – delle genti e del mondo – a scoprire una Sicilia ignota anche a noi; bisogna assolutamente leggere e rileggere questo contributo e, scorrendo indietro il Carnet de la Langue-Espace, tutti gli altri (e non solo quelli “siciliani”):

 

L’image et la parole, trois élans de Piazza Armerina, en Sicile

 

 

Ci vuole un muto lavoro (su di un libro di Christian Tito)

 

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Mario Dondero, L’uomo che voleva raggiungere la luna, Accettura, Lucania, 1993.

 

Che cosa abbiamo saputo costruire noi, quelli nati a partire dagli anni Sessanta del Novecento, vale a dire coloro che hanno conosciuto fin da bambini l’Italia del cosiddetto benessere? Proprio perché più protetti dalle scosse della storia (almeno fino a un certo punto), proprio perché per la maggior parte di noi c’è stato un qual certo benessere materiale, siamo riusciti a smettere di essere figli per diventare genitori responsabili della vita di creature indifese?
Leggere la plaquette di Christian Tito Ai nuovi nati (edizione a tiratura limitata pubblicato dal Circolo Culturale Seregn de la Memoria, edizione degli Amici del Libro d’Artista, nella collana “Fiori di torchio” a cura di Corrado Bagnoli e Piero Marelli, con incisioni di Alejandro Fernández Centeno) mi ha fatto affiorare alla mente queste domande: c’è, deve venire nella vita di un essere umano il momento in cui smette di essere figlio (o figlia) per diventare padre (o madre) foss’anche di sé stesso, ma, comunque, persona adulta, capace di prendere decisioni motivate e autonome. Sul lavoro, nelle piccole incombenze della vita quotidiana, facendo la fila alla posta, la spesa al supermercato ho spesso la sensazione, al contrario, che apparteniamo a una generazione di “viziati” che non hanno mai smesso di essere figli e che pretendono che la vita dia loro “d’un colpo tutte le cose che crediamo di meritare” (le parole sono di Vittorio Bodini).
Leggere i versi di Christian è ossigeno per la mente:

Ti daranno infinite occasioni per piegarti
e tu non ti piegare,
basterà uno sguardo a certe facce
per sentire minacciata la tua fede,
ma tu credi, credi sempre figlio mio,
e non credere che ogni credo poi non muti,
ma dentro quel mutare qualcosa si conserva:
quel passarci dentro agli occhi un po’ di luce,
quel dirti a bassa voce solamente che ci siamo,
che per te volevamo solo esserci
e, miracolosamente,
nel miracolo della tua vita,
per un po’
ci siamo stati.

Il mio caro amico poeta ha raggiunto un’asciuttezza di dizione che, di per sé stessa, rende credibili e nobili i concetti espressi, s’affida a minime variazioni lessicali per spalancare prospettive nuove o inaspettate e, senza reboanti proclami, stigmatizza la colpa di una generazione che ha lasciato crescere e imporsi un sistema che esige dalle persone che si pieghino – ma Christian percorre la strada dall’essere figlio a diventare e essere padre dei propri figli cui, con la forza dell’amore, con una dolce fermezza che commuove, offre quel po’ di luce da passarsi gli uni gli altri dentro gli occhi.

Così chiedo agli avi i futuri codici
per attraversarla senza perdere niente questa nostra vita
per mettere in mio figlio e in tutti i figli
una traccia di senso possibile, un amore, una passione
per non perdermi pur perdendo continuamente
poiché la vittoria appare chiara e vacua in questo mondo
e a noi piace la piena ombra

poesia come massimo grado della sconfitta
poesia come massima distanza dalla resa

camminare a piccoli passi ma camminare
dire poche parole, ma dirle

perché noi crediamo nella parola
e forse più in quella data
prima ancora che scritta.

E Christian, che non gioca a fare il poeta, ma che la poesia vive dentro, ben dentro la sua quotidianità, talvolta amara e deludente, non può non confrontarsi con l’atto della parola, riuscendo a scrivere versi di meravigliosa verità:

poesia come massimo grado della sconfitta
poesia come massima distanza dalla resa

camminare a piccoli passi ma camminare
dire poche parole, ma dirle

perché noi crediamo nella parola
e forse più in quella data
prima ancora che scritta.

Continua il dialogo con “i nuovi nati” e in questi termini:

Meglio saperla
tutta la forza,
tutta la fragilità
se vuoi che si plasmi in forma d’uomo il tuo viso.

Allora nella notte non perderti d’animo,
nel chiarore resta sempre vigile.

C’è un fuoco da portare,
da passarci di mano,
da restituire alla terra.

Ecco: un poeta della generazione nata e cresciuta nel cosiddetto benessere, la quale forse non è stata colpevolmente capace di difendere e di accrescere la democrazia nel nostro Paese, con determinazione dice la necessità di essere coraggiosi, di rimanere vigili, di serbare quel fuoco che ci fa figli della terra e, quindi, umani. Christian raccoglie l’insegnamento del proprio padre, una delle molte persone che hanno vissuto con dignità e coraggio il proprio Sud e che l’ILVA di Taranto ha ucciso, e di un padre-fratello-in poesia (ma anche nella vita) ch’è stato Luigi Di Ruscio – con questo viatico invito a leggere il testo che segue:

Oggi diciassette febbraio dell’anno duemilaquindici
la terra ruota sotto le nostre suole
e mentre gira e tutti noi giriamo
sento il battito del mio secondo figlio

perso dentro quel ritmo penso al mio amico
ha un tumore al di sotto del cranio

perso
penso
prego che tra non molto
mani di uomini esperti,
ma spero anche buoni,
estraggano la vita dal ventre di mia moglie
e la morte dal cervello del mio amico

lui di figli ne ha già due
e i padri buoni sono pochi.

E conclude:

Ho tolto il relitto dal giardino, mamma
impediva all’erba di crescere

questa è la mia casa
qui ci sono i miei figli

ho aperto il cancello e l’ho lasciato andare

È difficile costruire un cancello, sai?
Ancora più che metterci dietro una casa
che sia la tua casa

senza lavoro non c’è mutuo
ma per questa mia casa
c’è voluto un muto lavoro

è stato quello
che mi ha insegnato a parlare

 

Caro, carissimo Christian, con commossa gioia ti dico grazie per queste pagine e spero, e m’ostino a sperare, la poesia sia sempre un atto di coraggio e di fiducia.

 

ai-nuovi-nati

 

 

Visioni 2: Zbigniew Kosc

 

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Un orologiaio di Karyes (Monte Athos), 1983.

 

 

Monaco orologiaio del Monte Athos

intorno alle culture celate e ignorate
intorno alle culture annientate dalla violenza della storia
intorno al silenzio
intorno al tempo

riparare o fabbricare orologi           lungo le stagioni del Monte Athos         dove la Mezzanotte scocca al tramonto del Sole          e in quel momento nasce il giorno nuovo         scandire la liturgia il passo della preghiera         distanza         una macchina per cucire isolata sul tavolo la scodella per un parco desinare          l’ordine antichissimo della calce alle pareti          l’escavazione del tempo nel volto e le mani – invisibili –          che muovono ingranaggi e lancette          mentre il capo impercettibilmente danza          al mormorio della preghiera

 

Sewing machine, Monastery Zografu, Athos 1987

Stanza vuota con una macchina per cucire, Monastero Zographou, 1987.

 

una riflessione che nasce dalle nostre conversazioni, caro Yves, un modo per ritrovare quel filo spezzato tra Occidente, Oriente e Africa

 

Silence, Monastery Zigrafu, Athos 1986

Silenzio, Monastero Zographou, 1986.

 

Tutte le foto provengono dal sito di Zbigniew Kosc e sono di proprietà dell’autore.

 

Visioni 1: Candida Höfer

 

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Candida Höfer: Biblioteca dei Girolamini, Napoli I, 2009

 

 

I libri di Napoli

Una luce come questa, ma secoli addietro          un’idea della civiltà che varchi i limiti del presente           e il filosofo che veniva a studiare in biblioteca aveva lo sguardo colmo di tempo, fiumi in riva ai quali sorgevano le città dell’uomo o mari che portavano navi e ancora libri           una scienza nuova di cui abbiamo disperato bisogno           se fotografa biblioteche è per amore dell’uomo che quelle biblioteche seppe costruire ivi raccogliendovi i libri           equilibrio di sguardo e commozione          e il filosofo guardava la notte varcare la distanza         (lo scempio dei libri quando accade è anche scempio di persone)          fotografa biblioteche (Bibliotheken photographiert sie so menschlich ihr Blick)         un volume delle poesie di Leopardi e di Heine sarà certo tra le centinaia di volumi         preziose poesie se la pagina è un po’ macchiata, l’angolo in alto un po’ spiegazzato, un biglietto del bus è rimasto nel volume a segnare un passaggio particolarmente bello         fotografa biblioteche, fotografa luce         sa che non basta il pane          sa che un libro ha medesima natura dell’acqua: si muore di sete senza         e una luna piena, un sole estivo sbalordenti abitano lo spazio della biblioteca         perché ‘a luna rossa, perché il Nolano mentre scrive i poemi latini, perché l’acqua dissetante della poesia non devono smettere d’esistere         un’idea d’umanesimo come costruita del legno scuro e nobile di scaffali alti fino al soffitto, ospitali di libri

 

dedico questa “visione” alle Biblioteche di Napoli, molte (e anche delle più antiche e preziose) abbandonate ai ladri, alle muffe, all’incuria più riprovevole – il “filosofo” è ovviamente Giambattista Vico e la Biblioteca da lui frequentata è quella dei Girolamini

 

candida_hofer_biblioteca-dei-girolamini-napoli-ii_2009

Candida Höfer: Biblioteca dei Girolamini, Napoli II, 2009

 

Le foto provengono dal sito klatmagazine dov’è possibile leggere un’illuminante conversazione con l’artista tedesca.