Una tazza di caFFè che ne significa due

di Antonio Devicienti

 

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Fotografia scattata da Yves Bergeret a Parigi il 17 dicembre 2016.

 

 

Il poeta, che attribuisce a sé stesso con convinzione e orgoglio tale parola, esplora, a passi lenti e lentissimi, la banlieue cercandone l’umanità e imbastendo lunghissimi dialoghi con gli esseri umani che la abitano.

Il poeta si porta in tasca un libro di René Char e, seduto al tavolino di un caFFè, osserva le persone, ne ascolta le voci, annota in un carnet la vita che, inarrestata, fluisce per quelle stanze vetrate, su quei marciapiedi ben visibili dal tavolino dove una tazza di caFFè dice la sosta e la meditazione del corpomente.

Il poeta mi parla di un tavolo di legno tra due finestre che dànno sulla vertigine dell’Oceano e di una bimba che gioca, felice, con la luce e con il salino; il poeta mi racconta d’arrampicate vertiginose dentro il corpo vivente della falesia e d’un altro amico e poeta, dalla monacale concentrazione.

Il poeta si porta nel corpo il dolore e nella mente intraprende un viaggio di traversata e slancio (non sempre risponde il corpo alle sollecitazioni, ma la mente è impaziente, tiranna talvolta, perché ha fame): la mente ha un’inestinguibile fame.

Il poeta ama poesie che nascano a quattro mani (quattro mani significano due menti che s’incontrano, due storie che si mescolano, due visioni che s’accostano, due andanze che si congiungono, due che s’intessono, s’incrociano, s’attraversano, si toccano, se desarrollan in fuga bachiana).

Il poeta canticchia Bach tra sé e sé, toccandosi la caviglia dolorante si ricorda di portare nei tendini e nei muscoli, nella pelle e nelle ossa la stessa mineralità della montagna del Vercors, la stessa polvere vegliata dagli animali sacri e dagli spiriti della falesia dei Toro nomu – come un taglio violento di coltello gli attraversa la mente la nostalgia e la voglia d’aria aperta, sconfinata, à la belle étoile

Il poeta vive nella poesia ogni istante della propria esistenza: qualche volta la sua giornatapoesia diventa scrittura, più spesso è essa andare, guardare, conversare: è cercare esseri umani, parlare con loro, ascoltarne la poesia del tono di voce e della loro vita mentre si racconta, quand’è raccontata.

Il poeta non si vergogna d’essere poeta (e perché dovrebbe? solo perché lo dicono i soloni dell’aridità, dell’avarizia e del coitus interruptus?) – egli legge lo spazio e, come i suoi amici Toro nomu, posa segni nella mente di chi gli parla, intanto che si disseta alle parole delle persone, ai loro gesti, ai segni che ogni persona ha sulla pelle, nei vestiti, nell’intonazione della propria parlata.

Il poeta, che guardando l’Europa ne vede l’inveterato razzismo, la vanesia superbia, l’esausto strascinarsi a esistere senza più slancio, l’inane crogiolarsi dentro smorfiosi intellettualismi, il poeta corrisponde, febbrile, con poeti che hanno mani sporche (meravigliosamente sporche) di quotidianità: ed è, per esempio, l’amico che sale sulla montagna a osservare, solitario e per giorni, il planare e l’involarsi d’uccelli d’alta quota e ne racconta, tornato a valle, con commozione immutata, con immutata convinzione.

Il poeta non sa che in questo momento, mentre pensandolo scrivo di lui, ascolto la voce di Mercedes Sosa e poi di Maria Farantouri e mi commuovo fino alle lacrime perché considero e riconsidero il loro coraggio e la loro determinazione, perché l’emigrazione ne ha marchiato a fuoco le menti e il giovanissimo poeta migrante approdato in Sicilia ha tra le mani una poesia a forma di carena che fende la notte e sfida l’odio ed egli, venuto dall’Africa, ha incontrato il poeta più anziano figlio d’Europa e insieme hanno parlato, scritto, dipinto. E la Sicilia, bellissima e stratificata, rimane immobile, incatenata a un suo medioevo senza futuro.

Il poeta, che conosce Praga e Lisbona, la Martinica e Cipro, che abita dentro stanze nobilissime escavate nella pietra millenaria delle mura romane e, contemporaneamente, due spazi minuscoli nel corpo secolare di Parigi, il poeta apre un libro di Elytis per raccogliere nel proprio sguardo l’andare incessante della poesia, l’orizzonte vastissimo del canto.

Il poeta invita volentieri a sedersi con lui chi, passando di lì, ha i denti cariati dalla bellezza della vita (e dalla sua agrezza). Miserabili i molti pallidi poetini che leggono solo sé stessi. Un’amica che racconti con lucidità ed entusiasmo di quando combatteva nel maquis, un’altra ancora, figlia di Russia, che offra nel suo caFFè buonissima birra gelata color d’ambra e scaffali ricolmi di libri, una tazza di caFFè che abbia sapore di Francia o di Turchia o di Grecia e che specchi in ogni sorso una nota di Bach, un verso di Frénaud, un segno che significa “montagnavivente”, un suono creolo antillano, tutto questo è atto di ringraziamento per ciò che esiste.