Aristotele a Lesbo (345 – 343 a. C.)

di Antonio Devicienti

 

 

xiphias-gladius-pescespada-di-aldrovandi

 

L’uomo che, assorto, osserva la danza nuziale
dei pesci nell’acqua
incuriosisce la bimba –
che gli si accosta.
L’uomo ha sulle ginocchia
un foglio di papiro:
disegna e scrive.
Sta in silenzio la bimba: osserva.
La luce sulla superficie dello stagno si
fa tramatura del papiro
e il nuoto dei pesci nell’acqua
intersecarsi di linee d’inchiostro:
mille occhi che guardano dalla trasparenza
delle uova disseminate sul fondale
sono mille curvature di vocali e consonanti
che la bambina, lentamente, compita
ritmando le parole dito contro dito.
L’uomo ha sospeso il respiro
osservando dimentico di sé
lo spalancarsi ritmico delle branchie,
l’estroflessione armoniosa della pinna dorsale.
Prende un foglio lì accanto la bimba,
lo porge all’uomo che ha appena vergato
l’ultima parola
e che solleva lo sguardo nella luce meridiana.
L’uomo annuisce, sorride, bisogna rifare
la punta della mia cannuccia per scrivere, dice
mordendo un pezzo di formaggio
e intanto ne porge una intinta d’inchiostro
alla bimba –
ecco, dice, vieni: continuiamo insieme questo viaggio.