Il giardino di Teofrasto

di Antonio Devicienti

 

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Quando nel 1962 il poeta Peter Huchel, caporedattore della rivista Sinn und Form, fu costretto dal governo della DDR ad abbandonare il proprio incarico, pubblicò nel secondo numero della rivista (l’ultimo da lui diretto) di quell’anno ’62 un gruppo di sue poesie che erano al tempo stesso un congedo da Sinn und Form e una trasparente critica al sistema politico e culturale di quegli anni; uno dei testi più espliciti e commoventi s’intitola “Il giardino di Teofrasto” che propongo nella versione originale e nella mia traduzione.
Ho pensato ai versi di Peter Huchel (“non nato / per vivere sotto le ali della violenza” e “non disposto / a implorare clemenza” come scrive di sé in un’altra memorabile poesia intitolata “Il tribunale”) in questi giorni in cui s’invocano tribunali “del popolo” e si lanciano, con espressioni violente, crociate contro la stampa; sono giorni (e, ormai, anni) di populismo crescente e di razzismo non più dissimulato, di fascismo che torna (o continua) a esercitare il suo mortale fascino – in Italia così come in Europa – e vorrei che i versi di Peter Huchel (che il populismo e il totalitarismo ha vissuto sulla propria pelle) ci ricordassero la funzione decisiva dell’istruzione e della cultura.

 

Der Garten des Theophrast

Meinem Sohn

Wenn mittags das weiße Feuer
Der Verse über den Urnen tanzt,
Gedenke, mein Sohn. Gedenke derer,
Die einst Gespräche wie Bäume gepflanzt.
Tot ist der Garten, mein Atem wird schwerer,
Bewahre die Stunde, hier ging Theophrast,
Mit Eichenlohe zu düngen den Boden,
Die wunde Rinde zu binden mit Bast.
Ein Ölbaum spaltet das mürbe Gemäuer
Und ist noch Stimme im heißen Staub.
Sie gaben Befehl, die Wurzel zu roden.
Es sinkt dein Licht, schutzloses Laub.

 

Il giardino di Teofrasto

A mio figlio

Quando a mezzogiorno il luminoso fuoco
dei versi sopra le urne danza,
ricorda, figlio mio, ricordati di coloro
che un tempo hanno piantumato conversazioni come alberi.
Morto è il giardino, s’appesantisce il mio respiro,
serba quest’ora, qui andava Teofrasto
a concimare il terreno con sminuzzata corteccia di quercia,
a fasciare la corteccia ferita con rafia.
Un olivo sgretola il muro marcito
e c’è ancora una voce nella polvere bollente.
Dettero l’ordine d’estirparne le radici.
Ecco: s’abbatte la tua luce, o chioma indifesa.