Via Lepsius

concatenazioni, connessioni, attraversamenti

Mese: febbraio, 2017

Il pranzo delle sibille

 

locomotoree626oliosutavola1996

Giuseppe Bartolini: “Locomotore E626” (olio su tavola, 1996).

 

 

Condividevano l’orgoglio e l’amore per carni
che, sagomate in pietra e ferrobattuto
e legno e vetro sottilissimo, traversavano il tempo,
questo scorrere della luce e del vento
delle notti e dei perfetti mezzogiorni.
Chiamarono Lecce e Nardò e Gallipoli
quest’orgoglio di stare tra Adriatico e Jonio
tra filosofie naturalistiche e avara terra da far rompere le mani ai mezzadri
tra treni che vanno via e versi che tornano instancati.
Chiamarono dal sottosuolo l’erompere di canti
a dire la catena ininterrotta di Greco-Messapi
pei quali cantatrici navigatrici del furore
aprivano scale vertiginanti all’ingiù
ed era d’uopo accendere sulle palme delle mani
fiammelle da offrire alle icone arrossate di Bisanzio.
Abitavano i morti insieme con i vivi,
i vivi insieme con i morti, le sedie
pitturate di verde o d’azzurro accoglievano
piatti colmi di maccheroni lavorati al ferretto
o di verdure bollite colte nei campi – barbara
usanza pensavano gli allievi di Freud,
ma i morti venivano a mangiare il pranzo
delle sibille
e gli sterpi da accendere nel camino
avevano uno schiocco d’osso spezzato.
Appartengo a questa gente
la mia scrittura è
questo camminare lungo i cornicioni
dei palazzi di tufo
guardando il vuoto spalancato
della strada vertigine del sogno
e a braccia spalancate mi ci tuffo in volo.

 

 

Lecce non è (5)

 

kein Mensch ist illegal

 

All’amico carissimo Yves Bergeret – (abbiamo sempre con noi un libro di Char in tasca).

 

Lecce non è una bomboniera di biscuit o porte bonbons di cristallo
ma un Getsemani dove più d’uno tradì la bellezza. La verità.

Se una cappella è chiusa da anni, ecco, ho
questa chiave di poesia – apro la porta laterale ed entro.
Non riconosco che i Santi materialissimi
dei muri sbreccati e delle cisterne
della polvere arsa e della Canicola:

hanno nascita e morte
aprono la loro carne a ferite
e conoscono l’angoscia. Nella minerale luce
della cappella da decenni inserrata stanno
eretti i busti dei Santi e delle Sante, sono
sale che luccica al passaggio del sole
le loro teste poggiate sulle balaustre di marmo:
guardano quegli occhi spalancati il teatro di sale
polvere e umido che la luce gioca per i finestroni
stagnati.

Nella cappella che solo la poesia sa aprire
entra il mondo: tutto.

Santa Lucia la vedo che si tiene la pupilla nella mano
e vedo le pupille azzurrissime sul suo volto:
quattro pupille per guardare il dolore
quattro pupille per guardare Lecce che non è
fuori, ma qui dentro.

Candelabri di screpolata doratura, allumatevi!
Tabernacolo di puro Settecento, spalancati!
Cuore d’argento trafitto dalla spada
e bruno fazzoletto macramé dell’Addolorata
giglio di candido e padovano fasciato d’infocata parola
cilicio di dugentesca poesia: vi vedete
mentre vi vedo
vi vivete
mentre vi vivo.

Perché Lecce non è assalto d’edilizia speculativa
a ingurgitare vecchie pietre e albicocchi
cintati da un cielo accoratamente blu

ma

un assedio di macchinine di latta con carica struggentemente a molla
e un trapezio di sogni sospeso al soffitto del Cinema Cassiopea
e un’esatta geometria del sogno.

La casa dell’Imperatrice d’Immaginazione
si fa beffe dell’arrogante modernità
se ne fotte della poesia senz’anima
e si raccoglie tutta in una radio a transistor
che recita Coltrane e Monk

una casa come questa da dove
ci si sporge sul sole
e il rosmarino splende d’amore
profumato per i capelli lunghis
simi di mediterranee madonne

una casa come questa dalle pareti di carta
che usa soffitti altissimi da intingere nella Canicola
e scrivere

che dice la parola morte
e la parola anàbasi
(risalire dopo essere discesi nel pozzo buio
dove le serpi dell’averno azzannano la mente)
e dice scrittura
come si dice libertà e andare

e Resistenza

una casa come questa
dove il poeta è un illuso che ama le parole
e tutti i morti se ne stanno
in una nicchia nel muro
ché non vogliono allontanarsi dalla terra
e il loro respiro di tufo genera visioni

una canção lisboense per te, mon cher ami,
(àpriti schiùditi rialbéggiati
con lirica inverecondia
cantàndoti cercàndoti fantasticàndoti)

e una casa come questa
sospesa qual è una tenda di lino
aperta alla Canicola
mentre si spacca questo foglio sotto il sole
avvinghiato al dialetto degli antenati
e spaccandosi rigurgita le sapienti lucertole
latifondiste dell’Estate.

 

Notturno del monaco Pantaleone d’Otranto (tema “misurare”)

 

 

alexander_rex_otranto

 

 

“Non – come crederanno i posteri –
gli elefanti radici sul cui dorso poggia
l’arbor vitae
ma
la chioma sarà radice, rizoma nel cielo:
com’è giusto.

Non lasciatevi ingannare dall’ovvio, dal banale.

Non ovvio e non banale il mondo:
costruito nella mente di Dio
o nel nulla
esso è geometria di parti e di concetti.

Mi rende chiara la notte codesta
convinzione.

Misuro con la mente le parti del mosaico
sento i pesci cercare nel Canale
una loro sottomarina luna
vaglio i colori delle tessere
m’assopisco vegliando in un sogno di figurae

che danzano”.

 

 

Su “Strettoie” di Marco Giovenale

 

 

strettoie

 

 

Quella di Marco Giovenale è ricerca d’una scrittura che non vuole soltanto rappresentare, ma in primo luogo interpretare e attraversare in maniera critica con i mezzi del linguaggio la realtà contemporanea; si faccia però attenzione al fatto che il linguaggio non viene mai impiegato come un medium o una struttura preordinati e preconfezionati, ma viene esso stesso sottoposto a vaglio e a critica, in particolar modo perché si tiene ferma la consapevolezza che esso è anche un portato e uno strumento delle differenti strutture di potere e perché l’autore è perfettamente consapevole che un mondo così sfuggente nelle sue strutture ontologiche e così violento e antilibertario in quelle economiche e sociali non può essere indagato traverso forme linguistico-espressive tradizionali – direi che per Marco Giovenale questo è del tutto ovvio, per cui non si pone neanche la questione del superamento di modalità espressive tradizionali e/o novecentesche: tali modalità si sono da sole mostrate inadeguate e sono state liquidate al contatto con una realtà quale quella a noi contemporanea che Giovenale non desidera né descrivere né mimare, ma egli non accetta neanche di arrendersi all’invasività e alla pervasività delle cose e dei fatti, del potere e dell’economia, e, invece, vuole cercare e trovare un modo di dispiegarsi e di agire da parte del linguaggio (necessariamente mai stabilizzato e mai definitivo) che sia capace di penetrare in quella medesima realtà, di non subirla, ma di conoscerla, di non arrendersi a essa, ma di rapportarvisi con un incessante atteggiamento agonico e critico. Giovenale cerca una scrittura che vada oltre il genere poetico e che affermi sé stessa quale strumento d’indagine della mente, eliminando ogni soggettivismo e solipsismo: chi scrive non è artista creatore o capace di parlare e di sentire anche per gli altri, ma una mente che, perfettamente conscia delle strutture e delle implicazioni anche storiche, politiche, sociologiche e psicologiche del linguaggio, nutrita di letture vaste e approfondite non solo in campo letterario, scandaglia la realtà, si riconosce parte non separata del mondo e fa del libro che ospita le risultanze d’una tale scrittura il luogo nel quale le esperienze derivanti dalla realtà vengono pensate e verbalizzate. In tale prospettiva ho letto Strettoie, da pochi giorni edito da Arcipelago Itaca nella collana Lacustrine diretta da Renata Morresi, ma senza svincolarlo dai libri precedenti (in poesia La casa esposta, Criterio dei vetri, Shelter, In rebus, Delvaux, Maniera nera, ma non si dimentichino i lavori in prosa, gli interventi critici né tanto meno la sempre stimolante e innovativa per metodi e riferimenti proposti presenza nella “rete”) riconoscendovi la continuazione non di un cosiddetto sperimentalismo che spesso viene associato alla rottura del senso e alla sua abolizione, ma, ritengo e ribadisco, di un coerente lavoro di ricerca sul linguaggio e attraverso il linguaggio per giungere dall’interno del linguaggio stesso a conoscere in maniera non lirica, non soggettiva, non intimistica una realtà (essenzialmente urbana) che tende a cancellare o a far deflagrare, distruggendola, l’identità del singolo e la sua storia personale; una realtà in cui la struttura capitalistica sembra celebrare il suo definitivo trionfo a danno dell’identità stessa dell’individuo e il dolore del soggetto senziente è uno degli atti forse più autentici che questi può esercitare (anche suo malgrado) per riaffermare la propria individualità ed esistenza nel e al mondo.
La scrittura è mezzo e luogo non pacificato, sempre contemporaneamente altro dal reale (perché capace di distanziarsene al fine di comprenderlo e criticarlo) e ben dentro il reale (perché non si dà esperienza conoscitiva senza farsi attraversare dal reale), l’unico mezzo, forse, che strappa l’individuo dalla sudditanza irreversibile al mondo, trattandosi (ed è fondamentale ribadirlo) di un mondo alienante, concentrazionario e carcerario, minaccioso anche quando si configura come “rifugio” (o, comunque, ammalato – da qui la presenza, spesso, di ambienti ospedalieri, di termini e situazioni connessi con la morte), ipersaturo di segni e di messaggi che aggrediscono e cancellano l’individuo, che ne trasformano il tempo vissuto in sequenza per lui ingovernabile (ma comunque governata e decisa da precisi meccanismi di produzione, di consumo e di potere che lo fagocitano e ottundono) di gesti-brandellidipensieri-rictusverbali-deformazionedelsignificante-lapsusverbali. Accade allora che nelle tre parti che compongono il libro (“microraccolte” le definisce Giovenale stesso), nate in tempi differenti ma, come afferma l’autore in nota, omogenee tra di loro, proprio il linguaggio assuma la capacità di scandagliare e liberare, ché, conclusa la lettura, si trattiene l’impressione di una salda architettura costruttiva e di una presa di coscienza nei confronti della realtà, di un accadere della scrittura altrettanto efficace di quello che può esserlo la conoscenza, o meglio l’interpretazione della realtà attraverso una legge fisica o chimica et similia, anche se mi pare di scorgere nella scrittura di Giovenale un atteggiamento somigliante a quello derivante dalle più aggiornate teorie scientifiche che interpretano la realtà attraverso leggi probabilistiche. In generale nella scrittura di Giovenale e qui in particolare accade allora che si produca un atto conoscitivo ma non autoritariamente e boriosamente chiuso in sé stesso e conclusivo, sì invece consequenzialmente etico e politico, libero e problematico, radicalmente interrogante – l’eventuale valutazione estetica mi fa dire che la scrittura di Giovenale è perfettamente individuabile, il suo progetto di scrittura efficace e coerente, e che procede di pari passo con quell’attitudine agonica nelle premesse e nella realizzazione di cui scrivevo subito all’inizio. L’uso quasi costante della terza persona singolare, la ricorrenza dell’ironia che più di una volta si trasforma in sarcasmo, la compresenza di materiali dalla più diversa provenienza culturale e linguistica, la costruzione meditatissima del singolo testo, lo smontaggio e il rimontaggio sia sintattico che lessicale insieme con la generazione “a catena” di sequenze di termini a partire da una sillaba o da un vocabolo tramite minime variazioni dei lemmi, le inserzioni in lingua inglese (ma non solo), brandelli improvvisi di dialogo, ellissi di sequenze descrittive che lasciano al lettore il compito di ricostruire e inquadrare la situazione, sono tutte tecniche di scrittura che vogliono mostrare l’immersione della mente-corpo dentro la realtà senza però lasciarsene annichilire o ottundere e che pretendono un lettore sempre vigile, mai infantile; non c’è mai gratuità né supponenza intellettuale in questa scrittura, il valore d’un tale procedimento risiede nella coerente assunzione di responsabilità da parte di chi usa la scrittura e che si trova a vivere in un frangente nel quale ogni attitudine consolatoria, idilliaca, rassicurante e consolante va respinta con forza quale menzogna e atto reazionario.

 

Dalla prima sezione “Soluzione della materia

 

Dopo un po’ di molto male
tutto manca
…………………..meglio: tutto
è dato, di quello che doveva.

Le mosche fanno i globi
sul canale. Legano coi loro
gigli. Ai gradi dove forza
la corrente – fa cappio. «A tratti
il corpo che la viaggia beve».
A tratti no.

 

 

Cadranno dal tetto, saranno senza impalcature.
Non è sicuro, potrebbero salvarsi. Facciamogli una foto.
Sull’affresco o sull’arazzo?
Cosa?
Dico il giro dei delfini.
Quelli, araldici cocciuti, quelli. Diario di quando va bene.
Quando va male non la raccontano.
I preti dopo spruzzano un po’ d’acqua,
se ne vanno col vino.

 

 

La piramide di cartapolvere
fa il festone congresso
dell’erede dell’erede. È un po’ come una cosa
che ne dimentica un’altra. Stemmino sequenza,
partito stellina, snella, nella

confusione non è poi tutto chiaro quale
bicchiere (e di chi) era pieno
o vuoto il momento prima, gradino prima.

Vedi il cerchio della schiuma. Tutto quanto questo
nella piazza dedicata al santo, uno della schiera. O
una O della schiera la deforma la distanza
oltre logicamente al guasto
che è l’amplificazione.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

La sintesi politica è la seguente.

Anche se i macrochioschi del salsiccio vuoti
non disanimano e non disarmano il dirigente
FideSpes, e la perdita di voti è contenuta con le marre
e le forche entro una falla del 97
diciamo 98 per cento, non più, diciamo però che

(indecifrabilmente)
gli stipendi non sono pagati,
fallisce per avventura
la ditta di diritti, brand belga, mistero,
i leoni cacano agnelli
acefali, di plexiglass,
casca giù del plutonio, non oltre confine,
schedano gratis i poveri certi, 1:1
per fucilarli in ordine,
prima le pregne e i bambini
o li ammazzano a calci in faccia
in mezzo all’elenco.

Scabbia e scampanare giorno e notte
per garanzia

 

 

Proprio s’imporpora, da seduta, che in galera
in Guatemala (dove il decadere
con tutta evidenza è al top)
ci siano le passerelle, di carcerate,
e in queste sfilate si elegga
la più bella. Lapsus: «h!
una volta sì che c’erano i
i lavori crociati»

Già, punto – capocroce. Rebus. Gherigli di barocco vaticano.
Frusaglia di vetro dei mori. Cd taroccati con i martiri.
Il Messia di Haendel. Una volta c’erano tante cose,

tanti vivi, tanti morti.

Il papiro detto di Prisse, ora a Parigi,
è stato scritto sotto la V dinastia (2000 a.C.)
Contiene un trattato di morale
che dice che rimpiange
le virtù dei tempi passati.

 

 

Dalla seconda sezione “A mille ce n’è (prosa sul gioco comune)

 

…………………………………………………………………………a/da Carlo

d’annunzio non aveva l’illuminismo a Pescara allora

poi fecero un’Illuminotecnica. e per vedere vendere le doppie prese. (a pensarci) (sono sempre) maschio femmina attaccati sterili, si attaccano che pigliano.

si “accese” (questa lampadina) passando un mattino per non rimare tutti in gita in sei-sette, con Carlo, lasciato l’asfalto per un chiosco di limoni marca Barricata.

la maglia tira alle braccia dove passano le ragazze compulsive loro vanno verso il mare degli orsi dove hanno stabilizzato il cd, il laser. non fa ballare il suono alle buche. non c’è campo, qui, è pieno di campi, qui, intorno fino al mare sembra intorno al mare.

prendere appunti.

parte

parla al padre anziano come accusandolo di essere entrato in un errore da
cui potrebbe uscire in ogni
momento se solo volesse.

non vuole evidenza, luce dal fatto che non c’è cumulo rev. (reversibile,

…………………………………………………………………………………………………………

 

 

foucaultiana

ma il vampiro allora
è la fine della differenza
o la sua manifestazione?

regime della differenza.
occorrenza del:

……………..(a) mostro
……………..(b) fossile

 

 

ho paura della crudeltà, j’ai peur. puer, bambino, avevo paura di questo e quello, dei font dei caratteri sulla pagina, adesso che il condizionatore al quarto piano rigoccia sul tubo-chiodo ho paura anche di questo.

venisse un alieno alla finestra, terrorizzato. capisse. sarei terrorizzato. se suonano alla porta non ne parliamo, in certi casi è meglio essere morti che essere ti suonano alla porta. che avere tanta paura, lo dicono anche nei film quindi è vero, a differenza che nella psicoanalisi dove non sai. posso avere paura anche della bontà, della psicoanalisi, della paura, della sostanziale stupidità di. della regolarità e dell’irregolarità. degli orologi dietro i muri. quelli sono veramente paurosi, essi fanno paura.

come i fantasmi nelle maniglie d’albergo, gli orsi e i tubi, le spie russe va­ticane della mafia rumena, il canto del gallo, non peggio del silenzio del gallo, il tramonto, l’alba, i panorami commoventi anche quelli sono terrifi­canti, ci si strappano i capelli. la civetta fa accapponare la pelle.

con il foscolo, e con il leopardi, e con il manzoni, con tutti gli articoli. la grammatica ti sveglia la notte per darti il: c’è l’incubo. tu sei tranquillo so­gni un sottile orrore, una specie di budino di crema che si scinde ecco che un orrore più vasto ti sveglia ti butta e è un luogo comune, già è un luogo familiare ma ostilmente ostile, mettici la parola tedesca, dice lui, ecco, an­che tutti, la parola “come”, sono terrificanti. mettono paura.

stai già scappando, sotto il letto detto che ti mette gelo e tristezza, e inizia a sembrarti il rifugio sbagliato dove ti verranno sicuramente a pigliare, ti stanno già venendo a pìgliano. essi sono in sella ai sidecar, ai tricicli ape, i cammelloni uniposca con il laser. sparano, cercano, stanno sparando, han­no aperto un varco, carlo dapporto ride con la dentiera gettapanico con il passato che ritorna, il presente, il futuro, tutti che tornano, modi di tornare, mode, delittuosamente

 

 

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siamo andati al Rotary
a rimare sui poveri
come qui ma le facce che anche in sogno muoiono
non ce la facevano a fare arrivare gli strilli
dentro la culla di diamante

il figlio unico ha o si dà
la sua proprietà

 

 

le stazioni sono molto cambiate
le stazioni peggiorano
andando verso le stazioni
non dà più i biscotti
i biscotti sono caduti tra la polvere
ha l’afta
dà i biscotti agli altri bambini
le loro norme igieniche sono diverse
le loro norme le nostre norme
norme

 

 

Dalla terza sezione “Strettoie”

 

Che drénino, no?, che frénino
le dichiarazioni rese in atti,
il rumore delle chiavi in corridoio,
la magnificenza dell’albergo, suoi strombi,
il piccione Fàtic, e i tanti fiorini cacacéline,
fluorini fiorenti che vuoi che non lèggano
il carloemilio, vuoi?
Idem, in corridoio («io, io», senti dire).
«O voi,» – e «oblate, oblate», anche, senti.

Post menstruum sinus, semen,
birra nel parchetto, ore 6.

Iterate, iterate. Ite – rhizo – ite, figlie,
et sore, et frati

 

 

…………………………………………………………………………………………carved

labet labirinto, grandi
labbra

cultus habet……… tellus

(intus, kibele)
(in) (imo) (bas)
(vivo)

 

 

O che sintesi fólgo-, vólgo,
all’ultima tacca alcalina del suono…,
un je-toi (getto gettato, gettone memento),
un me metro di pensiero, chassis chiuso
nell’alberghino Oltrarno
sotto le pale est, estive.
Verbigerans. (Flumen)
Cèdesi per mòdica.
Cosa qualsiasi.
Fisica, metafisica, po
litica

 

 

che mamma li mangiamo allora i chicchi di plutonio del governo?
– mormora la banchina. ………………..Mammiferina, fiammiferina.
No no scegliamo il Canada. Le forestissime di Cipro.
I plinti greci nordamericani, i ghiacci, saremo lì.
Si può immaginare

 

.

 

Per Héctor Oesterheld

 

 

leternauta

 

 

(Un altro sogno sognato in versi)

Dentro la scrittura ho visto Oesterheld
che mi veniva incontro.

Sopra Buenos Aires cominciava a nevicare.

Lo sfiatare delle autoblindo
ammorbando l’aria
sbigottiva le nostre mani
pur pronte a raccontare storie:
ho parlato con un morto,
il saluto è stato una stretta agli avambracci,
il luogo un caffè in riva al Río de la Plata.

La neve, copiosa, tra noi e Buenos Aires.

A Nord la Grande America
assentiva allo sterminio,
stringeva alleanze coi macellai.
“Non tornerò più” mi sussurrò Oesterheld
sfiorando l’orlo della sua tazza di caffè: guardava
il proprio fantasma disfarsi
sulla superficie della bevanda.
“Non abbiamo che le metafore” aggiunse
“fragile forza di figli della terra”.
“Quelli” disse accennando
col capo alla pattuglia in perlustrazione
che si scorgeva oltre i vetri della caffetteria
“quelli hanno la cieca ottusità di chi
non divora biblioteche”.

Vedo Héctor svanire mentre s’addensa qui nella scrittura
il suo ricordo di scomparso
alla luce della terra
risucchiato dentro muri di militare sterminio.

 

 

Héctor Oesterheld è, tra l’altro, lo sceneggiatore di una delle più importanti opere del genere del fumetto, L’Eternauta, che sembra presagire gli anni della dittatura in Argentina; Oesterheld scomparve a La Plata il 21 aprile 1977 e il suo corpo non è mai stato ritrovato.