Per Roberto Bolaño

di Antonio Devicienti

 

 

bolano

 

 

(Un sogno sognato in versi)

Dentro la scrittura incontro Bolaño
e mi racconta di quando entrò clandestinamente
in Cile per difendere Allende.
Giostrai di Città del Messico gl’insegnarono
metafisici espedienti per beffare le frontiere.

“Un libro in tasca,
una donna nella mente
e una camicia per tutti i giorni
bastano a respirare il mondo”.

S’abbevera un magro cane
alla ciotola che Bolaño ha posato per terra:
l’andanza d’un randagio
è giusta andanza della scrittura.

“Che cosa vuoi che sappia
un agente della CIA di questa meravigliosa libertà
dentro un bicchiere d’acqua
che bevo e contemplo felice?” dice Bolaño.

“Che cosa vuoi che comprenda un passacarte
della Casa Bianca
inteso a firmare decreti per innalzare muri?”

Ride. Stringe gli occhi Bolaño dietro le lenti.

“Eppure. Eppure anche un passacarte della Casa Bianca
scopa felice con sua moglie
e mangia pesce in un ristorantino in riva al Pacifico”.

Mi fa vedere Bolaño le foto dei giostrai,
un luna park degli anni Settanta,
lo sterrato che non appartiene a nessuno,
la Ford senza motore dove i ragazzi
vanno a fare l’amore.

“Dopo scrivono cartoline sconce ai loro amici
di New York” dice Bolaño
roteando gli occhi. “Lo vedi”
aggiunge “lo vedi che la felicità della gente
non si può recintare” conclude come
canticchiando.