Lecce non è (5)

di Antonio Devicienti

 

kein Mensch ist illegal

 

All’amico carissimo Yves Bergeret – (abbiamo sempre con noi un libro di Char in tasca).

 

Lecce non è una bomboniera di biscuit o porte bonbons di cristallo
ma un Getsemani dove più d’uno tradì la bellezza. La verità.

Se una cappella è chiusa da anni, ecco, ho
questa chiave di poesia – apro la porta laterale ed entro.
Non riconosco che i Santi materialissimi
dei muri sbreccati e delle cisterne
della polvere arsa e della Canicola:

hanno nascita e morte
aprono la loro carne a ferite
e conoscono l’angoscia. Nella minerale luce
della cappella da decenni inserrata stanno
eretti i busti dei Santi e delle Sante, sono
sale che luccica al passaggio del sole
le loro teste poggiate sulle balaustre di marmo:
guardano quegli occhi spalancati il teatro di sale
polvere e umido che la luce gioca per i finestroni
stagnati.

Nella cappella che solo la poesia sa aprire
entra il mondo: tutto.

Santa Lucia la vedo che si tiene la pupilla nella mano
e vedo le pupille azzurrissime sul suo volto:
quattro pupille per guardare il dolore
quattro pupille per guardare Lecce che non è
fuori, ma qui dentro.

Candelabri di screpolata doratura, allumatevi!
Tabernacolo di puro Settecento, spalancati!
Cuore d’argento trafitto dalla spada
e bruno fazzoletto macramé dell’Addolorata
giglio di candido e padovano fasciato d’infocata parola
cilicio di dugentesca poesia: vi vedete
mentre vi vedo
vi vivete
mentre vi vivo.

Perché Lecce non è assalto d’edilizia speculativa
a ingurgitare vecchie pietre e albicocchi
cintati da un cielo accoratamente blu

ma

un assedio di macchinine di latta con carica struggentemente a molla
e un trapezio di sogni sospeso al soffitto del Cinema Cassiopea
e un’esatta geometria del sogno.

La casa dell’Imperatrice d’Immaginazione
si fa beffe dell’arrogante modernità
se ne fotte della poesia senz’anima
e si raccoglie tutta in una radio a transistor
che recita Coltrane e Monk

una casa come questa da dove
ci si sporge sul sole
e il rosmarino splende d’amore
profumato per i capelli lunghis
simi di mediterranee madonne

una casa come questa dalle pareti di carta
che usa soffitti altissimi da intingere nella Canicola
e scrivere

che dice la parola morte
e la parola anàbasi
(risalire dopo essere discesi nel pozzo buio
dove le serpi dell’averno azzannano la mente)
e dice scrittura
come si dice libertà e andare

e Resistenza

una casa come questa
dove il poeta è un illuso che ama le parole
e tutti i morti se ne stanno
in una nicchia nel muro
ché non vogliono allontanarsi dalla terra
e il loro respiro di tufo genera visioni

una canção lisboense per te, mon cher ami,
(àpriti schiùditi rialbéggiati
con lirica inverecondia
cantàndoti cercàndoti fantasticàndoti)

e una casa come questa
sospesa qual è una tenda di lino
aperta alla Canicola
mentre si spacca questo foglio sotto il sole
avvinghiato al dialetto degli antenati
e spaccandosi rigurgita le sapienti lucertole
latifondiste dell’Estate.