Il pranzo delle sibille

di Antonio Devicienti

 

locomotoree626oliosutavola1996

Giuseppe Bartolini: “Locomotore E626” (olio su tavola, 1996).

 

 

Condividevano l’orgoglio e l’amore per carni
che, sagomate in pietra e ferrobattuto
e legno e vetro sottilissimo, traversavano il tempo,
questo scorrere della luce e del vento
delle notti e dei perfetti mezzogiorni.
Chiamarono Lecce e Nardò e Gallipoli
quest’orgoglio di stare tra Adriatico e Jonio
tra filosofie naturalistiche e avara terra da far rompere le mani ai mezzadri
tra treni che vanno via e versi che tornano instancati.
Chiamarono dal sottosuolo l’erompere di canti
a dire la catena ininterrotta di Greco-Messapi
pei quali cantatrici navigatrici del furore
aprivano scale vertiginanti all’ingiù
ed era d’uopo accendere sulle palme delle mani
fiammelle da offrire alle icone arrossate di Bisanzio.
Abitavano i morti insieme con i vivi,
i vivi insieme con i morti, le sedie
pitturate di verde o d’azzurro accoglievano
piatti colmi di maccheroni lavorati al ferretto
o di verdure bollite colte nei campi – barbara
usanza pensavano gli allievi di Freud,
ma i morti venivano a mangiare il pranzo
delle sibille
e gli sterpi da accendere nel camino
avevano uno schiocco d’osso spezzato.
Appartengo a questa gente
la mia scrittura è
questo camminare lungo i cornicioni
dei palazzi di tufo
guardando il vuoto spalancato
della strada vertigine del sogno
e a braccia spalancate mi ci tuffo in volo.