Via Lepsius

concatenazioni, connessioni, attraversamenti

Mese: marzo, 2017

Andando, sempre andando

 

 

 

Alle porte della Laguna vengono

come ventaglio s’aprono dal Delta
fino al lido giuliano, dentro premono
nella mente lì premono per essere
dette dal cielo della luna fino
alla candida rosa: ed egli, egli
imprende un breve viaggio alla città
d’acque candente e non cessano voci
voci che dalla mente urgendo, uscendo
immagine o parola si fanno.

Pochi giorni di riposo dall’opera
dalla progettata opera e immane
la visita a un amico
il viaggio per la piana verde e chiara
d’acque
la città patavina cieli corsi
d’incessanti rondini.

Solo chi ha intelletto d’amore può
emozionarsi
la mente splendere di pensiero
l’intonaco del muro diventare poema
(così si pose in viaggio verso la
Comedìa).

Accucciarsi dietro il cespuglio
per un bisogno,
bere da un pozzo
godendo del sorso scintillante
di luce,
spiccare le prime bacche
a lato della strada.
Temere l’acquazzone che s’approssima.
Il viaggio a piedi è come poetare.
Lungo e lento e traverso il bianco
dell’inverno appena trascorso.

Venditori di flauti pellegrini
tra marca trevigiana e patavina
s’accostano al viandante dividendo
con lui il rustico pane dell’andare
andando dunque
per villaggi galleggianti sulle acque
per cerchi concentrici di visioni
e per fluitanti nevi che poi gocciano
nei legni dell’alloro, risalendo
l’arco intatto di nubi in formazione:
non può se non diventare linguaggio
l’attraversamento
lo stupore ritmato della mente
a traino della mente andando e anabasi;

anabasi lungo anni di scrittura
(gli ha aperto solchi nella veste il vento).
Andando, dunque, il vento tra le mani
sbreccate ma amorose;
la parola
che inventa il mondo, la voce che scala
gli spalti erti della dimenticanza
precipitando in giù nell’emozione
di sapersi viva a cantare spazi
umani, migratori, poi stellari.

Le alberete che accolgono la luce
e il riposo dei viaggiatori vento
vago compagno al pensare, il pensare
che non ha requie nemmeno nell’andare,
dall’andare acuito,
l’opera che sé stessa generando
la mente e gli occhi abita
ad rosam generandam.

Orientale bellezza delle cupole
e la luce sfarfalla come pioggia
vago trasparentissimo lucore
luminescenza nella mente aperta
al mondo. Stai cercando, non finisci
d’interrogare il mondo, vai cercando
viandante, tu viandante, pellegrino
del pensiero, edotto all’esilio tu
stai cercando parola misurata
a dire quell’humanum che ci segna.

 

 

L’entratura in cappella poi l’abbraccio
l’amicale abbracciarsi dopo sì
lungo tempo e fiorentina cadenza
nelle sillabe, risa,
gli scherzosi rabbuffi.

Granisce la pittura su pareti
che hanno la tramatura cadenzata
della narrazione e della preghiera.

Il giovane garzone osserva, serba
nella mente pregiando le parole
i gesti dei maestri che conversano.

L’uno ha mani sporcate di colori
e lise vesti da fatica, odori
un po’ di zuppa, un po’ di maniscalco.

L’altro ha straziati sandali assisiati
e mani senza calli, lunghe dita
e neri polpastrelli, insonni notti.

“Non è dunque dover tener nettate
le pennellesse cómpito spregevole
e sporcarsi di terrosa materia
è battesimo sacro nella polvere
se vedo i maestri unti d’umano”
pensa il garzone e di sottecchi osserva.

Non s’impara mai l’arte a perfezione,
tormenta l’arte, ché esige di più,
sempre c’è un passo da fare, più in là.

L’amico elogia il pittore, che scuote
il capo, non convinto: sta seduto
sui talloni indicando col pennello.

Qui e qui e qui non va bene, è da cambiare;
più in là mal accostati sono i toni –
però occorre finire, consegnare.

L’amico giunto da lontano, pensa
il garzone, inanella ammirazione
e lode, ma comprende le parole
del pittore, lui stesso insoddisfatto
dell’opra grande che va componendo
di parole e disio.

Si muovono i due sulle impalcature
traballanti assi lungo il farsi in ombra
del disegno, la stesa dei colori,
vanno verso quegli occhi di tempesta
del Cristo giudicante, lì si seggono
e il pellegrino avvicina le dita
soggiogate alle pupille castane.

S’accende nello spazio piccolissim’
immane tra pupilla e polpastrello
il lampo di parola poetante
(chiude gli occhi il pellegrino e sprofonda
dentro di sé felice e soggiogato).
Con commozione trasale il pittore
(quale lode per lui l’estasi pura
dell’amico carissimo! Frattura
nel continuum dei giorni deprivati
di slancio
e nuova soglia).

Materia da meditare il bisogno
che abbiamo di bellezza.
Ordo mentis nell’ascesa dell’occhio
lungo curvature di faggi e larici
ripetere l’ascesa lungo stese
azzurre di colore che pensiero
visibile gioia, gioia sarà, verrà.

Si squaderna bellezza dell’azzurro
s’immilla nella mente-architettura
è mente che sé medesima guarda
non per egocentrica supponenza,
ma quale specchio e cuna di pensiero,
del mondo specchio intendo e del pensiero
generosa fonte.

 

 

Serali strade, Padova profuma
di squisite pietanze; i Fiorentini
cercano un’osteria per la cena.
Lumi con voci dietro alle accostate
imposte.

Casa a quest’ora è l’amicizia calda,
reciproca, felicità di stare
insieme, anche i progetti della mente,
pittura o poesia.

Siedono a un tavolaccio,
rumorosi ubriachi avventori all’intorno.
Parlano, parlano senza stancarsi
i due amici.

Poi
è vagare nel ventre-labirinto della città
vecchia
finestre e profumi di cucina
spalancàti sul buio

è stare insieme, amico carissimo,
svoltare l’angolo dove
San Paolo a prua della trireme
varca il Mare di Malta
e l’edicoletta oscilla della luce tenue
di annosa lucerna

uno Zeusi bizantino dipinse
il volto emaciato del Convertito
da esattore di spesso ingiusti tributi
lo fece suo malgrado marinaio
pallido forse di mal di mare o forse di digiuni

pallido e segnato nell’anima
da un Dio esigente

per noi, dolcissimo amico,
è vagare inseguendo
splendidi ricordi:

per noi la sera maestosa passando
davanti al Santo serrato
sciaborda dei profumi della cena appena celebrata
e del silenzioso sospirare dei muri
che invecchiano da molto prima
e fino a molto oltre la nostra generazione
mentre restituiscono il caldo del giorno
un rosario di visioni
una corolla d’inventive
insonnie.

 

 

(Segnalibri) “Poche parole che non ricordo più” di Enrico De Vivo

 

 

Esce il romanzo Poche parole che non ricordo più del caro amico Enrico De Vivo; qui tutte le informazioni necessarie, riservandomi di scrivere del libro quanto prima.

 

 

(Segnalibri) In imminente uscita: “Distratte le mani” di Daniela Pericone

 

 

È d’imminente pubblicazione il nuovo libro di Daniela Pericone, fortemente voluto, cercato e realizzato dall’autrice, dall’editrice Enrica Dorna e da un piccolo manipolo di persone che hanno creduto in questo progetto partecipandovi con passione ed entusiasmo totali.
Una scrittura salda, un’articolata ed elegante sintassi, una lingua nobilissima, un tessuto concettuale complesso e lucido danno vita a un libro capace di far ritrovare, a chi magari l’avesse smarrita, la fiducia nella poesia in lingua italiana.
Quella di Daniela è scrittura che con quella d’altri, pochi, autori merita attenzione e ammirazione.
Il titolo è scaturito su consiglio di Nanni Cagnone, Stefano Agosti è stato uno dei primi lettori del libro quando quest’ultimo si trovava ancora in statu nascendi.

 

Il passaggio dello straniero

 

 

(in memoriam John Berger et Predrag Matvejević)

Il velo del solstizio
s’abbassa sui binari disertati
e il mare, lo specchio del cielo viola,
spasima.

Le finestre dell’inquietudine spiano l’acqua
che il gelo svuota delle barche fragili.

L’attesa avrà più giri d’arcolaio
e scorrerà il vettore della radio.
Ché la maga d’amore attende dietro
il telo di giorni e notti invernali.

Attende. Sta in ascolto.
Tesse canti mentre la neve cade
rara
sul mare e i libri fragili fortezze
assediate dall’inverno stagione
di silenzi preparano l’esame
di brevetto navale.

Il geco addormentato
sogna le veneziane schiuse al sole
e la meridiana del melograno
boa d’approdo del prossimo equinozio.

Cade la sera a velare la casa.

 

 

 

Yves Bergeret, le migrazioni, la Sicilia, “Carène”

 

 

Yves Bergeret torna in Sicilia per realizzare un progetto non solo ambizioso, ma che immerge in maniera definitiva e irreversibile la scrittura sua e di tutti nella realtà contemporanea: portare in scena a Catania (in collaborazione con la brava regista Anna Di Mauro) il suo poema Carène, ancora inedito a stampa – ma di cui Yves stesso nel suo spazio Carnet de la Langue-Espace e Francesco Marotta (eccellente traduttore in italiano del poeta francese) sulla Dimora del Tempo sospeso hanno offerto degli ampi estratti.
Carène è un’Odissea contemporanea, i suoi eroi-Ulisse sono persone in carne e ossa che vivono ancora adesso, ancora in questi istanti la loro realtà di migranti; i nomi degli eroi del poema richiamano per assonanza i nomi reali dei migranti con i quali Yves è entrato in contatto in Sicilia, dai quali si è fatto raccontare le singole storie personali, con i quali ha lavorato ai suoi tipici poemi figurati, con i quali è rimasto in contatto anche quando periodicamente si è allontanato dalla Sicilia per periodicamente farvi ritorno, scrivendo come in presa diretta Carène, i cui Ulisse-migranti, Ulisse-marinai-della-vita sono nello stesso tempo giovanissimi migranti maliani e senegalesi e antichissimi uomini che portano nella loro carne e nella loro stratificata memoria millenni di civiltà e di migrazioni. È così che Alaye, uno dei protagonisti del poema, si chiama in realtà Ali e Husséni Séni, due giovani migranti che, nella loro non facile vita quotidiana, posseggono una volontà inflessibile di studiare e di trovare la propria strada, fungendo anche da mediatori culturali tra i propri compagni di migrazione e la complicatissima realtà siciliana e italiana cui sono approdati (realtà, occorre sottolinearlo, non sempre benevola nei loro confronti, ma talvolta – e uso a ragion veduta tali parole – razzista e schiavista), oppure provando ad essere menti capaci d’osservare, analizzare, comprendere e far comprendere la migrazione in ogni suo aspetto, in ogni suo risvolto geografico e politico: e i flussi migratori sono anche, in molti casi e in certe situazioni, mero commercio di persone, una compravendita di esseri umani (non importa la loro provenienza, età, sesso) ridotti a merce sottoposta a tariffe, ricatti, minacce quando necessario.
Nel progetto in fase d’attuazione Ali collabora con l’équipe quale vero e proprio consigliere culturale, essendo egli capace di sviluppare un’articolata riflessione sulla realtà migratoria e sui suoi rapporti con le popolazioni locali, mentre Séni è molto attento ai rapporti tra territori di provenienza e territori d’approdo.
Yves stesso, radicalmente antagonista del tipo dell’intellettuale europeo sedentario e compiaciuto di sé e della propria erudizione, è uno scrittore migrante, incapace di rimanere fermo a lungo in un luogo, ancor meno nelle soffocanti pareti di uno studio: l’alta montagna, il mare, il deserto, lo spazio che si dilata abitato contemporaneamente dal vento-luce e dall’occhio curiosissimo dell’essere umano, dai richiami degli uccelli e dalla fantasia illimitata del poeta, dalla morte violenta di tantissimi fratelli in umanità e cultura e dal desiderio di comprensione e d’incontro, questi spazi vastissimi accolgono Carène e ne restituiscono l’eco necessaria che bussa, violenta e inconciliata, alle porte della coscienza occidentale. E non ci si meraviglia, allora, che parole scritte con l’inchiostro sulla carta vogliano farsi personaggi che agiscono e parlano con voce d’esseri umani, persone che mostrano sé stesse (il loro corpo, il loro passato, il loro presente) ad altre persone – le parole del poema sono infuocate e solenni, dolci e disperate, coraggiose e umanissime; la Sicilia, terra dalle contraddizioni più profonde e dagli slanci più inattesi, vera regione di confine tra un mondo spinto alla disperazione e un altro spesso chiuso e incapace di comprensione, ospita questo poema-in-atto che non appartiene alla moda, pur diffusa, di certa letteratura europea che si china, condiscendente e pietosa, sulla realtà delle migrazioni: Bergeret non solo va a parlare e vive con i migranti, ma con loro crea concretamente poesia e pittura, con loro dialoga anche in versi e in pittura, ne cerca e ne sollecita l’essenza profonda di giovani uomini assetati anche di bellezza e di conoscenza – perché c’è pure questo in Carène e in tutto il lavoro di Yves, la dimostrazione non teorica o velleitaria, ma fattiva e riscontrabile nella realtà che chi attraversa prima il deserto a rischio continuo della vita e poi su di un fragilissimo guscio di noce il Mediterraneo non cerca soltanto un approdo di pace e un lavoro che gli dia il pane, ma, da essere umano, nutre e reca in sé anche desideri e valori molto più alti rispetto ai bisogni basilari per la sopravvivenza.
È così che la parola cultura riacquista la propria dignità spesso perduta o tradita e il proprio significato che è quello del coltivare ciò che, in ognuno di noi, è umano, è così che le genti migranti fanno udire le loro voci, che nel poema di Yves hanno anche movenze di litania e di canto comunitario, di elegia e di ribellione, di tradizione e di slancio verso nuovi orizzonti, venendo a creare una cultura meticcia, cioè ricca di slancio e di fantasia, di bellezza e capace di costruire davvero, non retoricamente, la pace.