Andando, sempre andando

di Antonio Devicienti

 

 

 

Alle porte della Laguna vengono

come ventaglio s’aprono dal Delta
fino al lido giuliano, dentro premono
nella mente lì premono per essere
dette dal cielo della luna fino
alla candida rosa: ed egli, egli
imprende un breve viaggio alla città
d’acque candente e non cessano voci
voci che dalla mente urgendo, uscendo
immagine o parola si fanno.

Pochi giorni di riposo dall’opera
dalla progettata opera e immane
la visita a un amico
il viaggio per la piana verde e chiara
d’acque
la città patavina cieli corsi
d’incessanti rondini.

Solo chi ha intelletto d’amore può
emozionarsi
la mente splendere di pensiero
l’intonaco del muro diventare poema
(così si pose in viaggio verso la
Comedìa).

Accucciarsi dietro il cespuglio
per un bisogno,
bere da un pozzo
godendo del sorso scintillante
di luce,
spiccare le prime bacche
a lato della strada.
Temere l’acquazzone che s’approssima.
Il viaggio a piedi è come poetare.
Lungo e lento e traverso il bianco
dell’inverno appena trascorso.

Venditori di flauti pellegrini
tra marca trevigiana e patavina
s’accostano al viandante dividendo
con lui il rustico pane dell’andare
andando dunque
per villaggi galleggianti sulle acque
per cerchi concentrici di visioni
e per fluitanti nevi che poi gocciano
nei legni dell’alloro, risalendo
l’arco intatto di nubi in formazione:
non può se non diventare linguaggio
l’attraversamento
lo stupore ritmato della mente
a traino della mente andando e anabasi;

anabasi lungo anni di scrittura
(gli ha aperto solchi nella veste il vento).
Andando, dunque, il vento tra le mani
sbreccate ma amorose;
la parola
che inventa il mondo, la voce che scala
gli spalti erti della dimenticanza
precipitando in giù nell’emozione
di sapersi viva a cantare spazi
umani, migratori, poi stellari.

Le alberete che accolgono la luce
e il riposo dei viaggiatori vento
vago compagno al pensare, il pensare
che non ha requie nemmeno nell’andare,
dall’andare acuito,
l’opera che sé stessa generando
la mente e gli occhi abita
ad rosam generandam.

Orientale bellezza delle cupole
e la luce sfarfalla come pioggia
vago trasparentissimo lucore
luminescenza nella mente aperta
al mondo. Stai cercando, non finisci
d’interrogare il mondo, vai cercando
viandante, tu viandante, pellegrino
del pensiero, edotto all’esilio tu
stai cercando parola misurata
a dire quell’humanum che ci segna.

 

 

L’entratura in cappella poi l’abbraccio
l’amicale abbracciarsi dopo sì
lungo tempo e fiorentina cadenza
nelle sillabe, risa,
gli scherzosi rabbuffi.

Granisce la pittura su pareti
che hanno la tramatura cadenzata
della narrazione e della preghiera.

Il giovane garzone osserva, serba
nella mente pregiando le parole
i gesti dei maestri che conversano.

L’uno ha mani sporcate di colori
e lise vesti da fatica, odori
un po’ di zuppa, un po’ di maniscalco.

L’altro ha straziati sandali assisiati
e mani senza calli, lunghe dita
e neri polpastrelli, insonni notti.

“Non è dunque dover tener nettate
le pennellesse cómpito spregevole
e sporcarsi di terrosa materia
è battesimo sacro nella polvere
se vedo i maestri unti d’umano”
pensa il garzone e di sottecchi osserva.

Non s’impara mai l’arte a perfezione,
tormenta l’arte, ché esige di più,
sempre c’è un passo da fare, più in là.

L’amico elogia il pittore, che scuote
il capo, non convinto: sta seduto
sui talloni indicando col pennello.

Qui e qui e qui non va bene, è da cambiare;
più in là mal accostati sono i toni –
però occorre finire, consegnare.

L’amico giunto da lontano, pensa
il garzone, inanella ammirazione
e lode, ma comprende le parole
del pittore, lui stesso insoddisfatto
dell’opra grande che va componendo
di parole e disio.

Si muovono i due sulle impalcature
traballanti assi lungo il farsi in ombra
del disegno, la stesa dei colori,
vanno verso quegli occhi di tempesta
del Cristo giudicante, lì si seggono
e il pellegrino avvicina le dita
soggiogate alle pupille castane.

S’accende nello spazio piccolissim’
immane tra pupilla e polpastrello
il lampo di parola poetante
(chiude gli occhi il pellegrino e sprofonda
dentro di sé felice e soggiogato).
Con commozione trasale il pittore
(quale lode per lui l’estasi pura
dell’amico carissimo! Frattura
nel continuum dei giorni deprivati
di slancio
e nuova soglia).

Materia da meditare il bisogno
che abbiamo di bellezza.
Ordo mentis nell’ascesa dell’occhio
lungo curvature di faggi e larici
ripetere l’ascesa lungo stese
azzurre di colore che pensiero
visibile gioia, gioia sarà, verrà.

Si squaderna bellezza dell’azzurro
s’immilla nella mente-architettura
è mente che sé medesima guarda
non per egocentrica supponenza,
ma quale specchio e cuna di pensiero,
del mondo specchio intendo e del pensiero
generosa fonte.

 

 

Serali strade, Padova profuma
di squisite pietanze; i Fiorentini
cercano un’osteria per la cena.
Lumi con voci dietro alle accostate
imposte.

Casa a quest’ora è l’amicizia calda,
reciproca, felicità di stare
insieme, anche i progetti della mente,
pittura o poesia.

Siedono a un tavolaccio,
rumorosi ubriachi avventori all’intorno.
Parlano, parlano senza stancarsi
i due amici.

Poi
è vagare nel ventre-labirinto della città
vecchia
finestre e profumi di cucina
spalancàti sul buio

è stare insieme, amico carissimo,
svoltare l’angolo dove
San Paolo a prua della trireme
varca il Mare di Malta
e l’edicoletta oscilla della luce tenue
di annosa lucerna

uno Zeusi bizantino dipinse
il volto emaciato del Convertito
da esattore di spesso ingiusti tributi
lo fece suo malgrado marinaio
pallido forse di mal di mare o forse di digiuni

pallido e segnato nell’anima
da un Dio esigente

per noi, dolcissimo amico,
è vagare inseguendo
splendidi ricordi:

per noi la sera maestosa passando
davanti al Santo serrato
sciaborda dei profumi della cena appena celebrata
e del silenzioso sospirare dei muri
che invecchiano da molto prima
e fino a molto oltre la nostra generazione
mentre restituiscono il caldo del giorno
un rosario di visioni
una corolla d’inventive
insonnie.