“Hohenstaufen” di Andrea Leone

di Antonio Devicienti

 

 

 

Hohenstaufen di Andrea Leone (Forlimpopoli, L’Arcolaio, 2016) si struttura grazie a una tesa e sontuosa retorica che sostiene questo libro-poema dall’inizio alla fine, conferendogli un andamento peculiare capace di farlo distinguere nettamente rispetto alle scritture poetiche attuali – e intendo il termine ῥητορική proprio quale arte (τέχνη) dell’imbastire e strutturare il discorso, del saper conferirgli efficacia espressiva e persuasiva (non nel senso, quindi, attribuito al termine “retorica” da Carlo Michelstaedter e della sua distinzione tra persuasione e rettorica); inoltre scorgo nel presente libro una continuità forte con un’opera precedente di Andrea Leone e che avevo molto amato e molto ammirato, con quel Kleist (Milano, 20090, 2014) che, a sua volta, aveva saputo costruirsi in un unico, compatto, spericolato (per impianto e sua realizzazione) discorso dell’io privo di cadute e di cedimenti, ma sempre teso e capace di squadernare davanti alla mente del lettore un intero universo materiato esclusivamente e solo sorretto della forza inesausta del linguaggio. Lo stesso accade in Hohenstaufen, non più in prosa, ma, per lo più, in versi, in un monologo, articolato in 20 parti (delle quali 3 in quella che potremmo chiamare “prosa ritmica”) che mette in scena anche stavolta un io che ha nel linguaggio, nella sua sintassi e nella sua articolazione sonora forse l’unico mezzo serio ed efficace per dire e per dirsi, come se proprio il linguaggio fosse, per l’autore milanese, dopo e oltre e malgrado le avanguardie, il mezzo e il luogo fondante della conoscenza. Si tratta di una conoscenza che, però, va affermata ed espressa proprio per forza di retorica (d’arte del dire), cosicché l’io che in queste pagine manifesta sé stesso (il Barbarossa? Federico II? – anche se non importa più di tanto, volendo suggerire, credo, il titolo tramite il nome del casato svevo un’atmosfera che, molto appropriatamente, Lorenzo Chiuchiù nella sua perfetta Prefazione chiama “araldica poetica” ed “emblema”) l’io, scrivevo, dice un’autoaffermazione che non è titanica (sulla scia dello Sturm und Drang, per esempio, anche se certi afflati del movimento sono riconoscibili in alcuni passaggi – ne parlerò in luogo opportuno), né nietzscheana (non vuole fondare un’epoca nuova), ma, appunto, retorica, cioè totalmente affidata al saper dire, e, modernamente, non per convincere, bensì situata nel linguaggio quale unico canale di comunicazione tra io e mondo (e di rappresentazione dell’io e del mondo), non per cogliere ed esprimere messaggi più o meno latenti, sì invece per reclamare la propria esistenza rispetto ai fatti e alle cose. L’estrema labilità dell’esistere e addirittura l’in-consistenza di quest’ultimo, se non ci fosse il linguaggio per dirla e proclamarla, è, in apparente paradosso e a mio modo di vedere, il vero tema del libro: il Da-sein, esposto al nulla e in esso gettato, possiede il linguaggio per costruirsi e compiersi.

1.
So che gli Dèi morirono
nella matematica della casa millenaria,
e in tutti i mattatoi del mattino.
So che gli eredi si estinsero
nei musei degli eventi,
negli incendi estremi,
calcolando il pericolo antico.
So che i più celebri
eroi veri di ieri partirono
al mare del martirio,
al mare dell’addio,
quando il primo libro vivo
si infiammò del breve
brivido delle epoche.

Ma questo è il trionfo
questo è il trionfo di tutti
i teatri tramontati.
Questo è l’eterno
genio di chi guardò in uno specchio.
Questo è l’innamoramento.
Questo è il monumento del momento.
Questo è l’immenso
segreto che recito.
Questo è l’esercito che eredito
dentro lo specchio perfetto.
Questa è l’alta
matematica innamorata
che incanta la condanna,
attraversata
la porta bianca di Martina Franca.

In voi giovani nomi,
in voi eroi
dei corpi dei giorni,
in voi sismografi delle rivelazioni,
in voi spaventi dello spirito,
in voi compagni
di quella età divina
di cui sempre ebbi notizia,
in voi io conobbi
ogni scuola scandalosa della gloria.

Sto per essere
abbandonato al sacro
massacro del calendario e del miracolo.
Dopo di voi
dopo di voi io
dopo di voi io non sono
dopo di voi io non sarò
mai più guarito dall’essere nato (pagg. 13 e 14).

Questa di Andrea Leone non è scrittura che vada commentata o illustrata, ma essa va letta e ne vanno apprezzati quei grappoli di allitterazioni e/o di omoioteleuti, di anastrofi e d’inaspettati accostamenti verbali che intessono il testo, ci si deve rendere complici dell’autore che cerca e visibilmente ama e accumula quegli effetti che soltanto il ricorso a una lingua non quotidiana e non omologata può creare, che solo il gusto irrinunciabile e anche aristocratico per le figure di suono può inventare e rendere stupefacenti (sospetto che ci sia una lunga frequentazione della poesia di Stefan George dietro questo modo di scrivere e certamente, sì, ovvio, anche lo studio amorevole dello stile kleistiano e più di una suggestione da Gottfried Benn per quella capacità di contrapporre la sontuosità e la nobiltà della lingua e del pensiero al nulla, ma, pure, la memoria di certi soliloqui del Tristan wagneriano).

4.
Esordisco esempio dell’estinzione. Scandisco la marziale malattia mortale, le patrie. Anniento le anime ammalate dall’immagine iniziale. Racconto il tramonto, l’impatto. Cancello l’impero dove ero. Celebro il salasso perfetto. Scandisco lo scandalo. Sconvolgo il sogno, il disegno, il regno. Ricordo il rogo, il volto. Salvo il teatro spietato, dove mai sono apparso.

Divido lo spartito giovanissimo, il respiro. Attraverso il palcoscenico eseguo il desiderio, il deserto, l’inferno di chi ha vinto il tempo. Dico l’antico assassinio. Grido l’archivio vivo, l’incubo. Traumatizzo il primo libro divino. Eseguo l’esilio contemporaneo. Estinguo, suicidio assiduo scandito dallo spirito. Divino invado il sipario del martirio, il diario clinico.

Divento l’ergastolo ostinato, lo spettacolo e il suo crepuscolo. Divento il testamento, il tempo. Discendo, adesso, all’epicedio. Nell’entusiasmo ostinato batto il collasso. Strage di trame, dizionario del disastro, dissacro il palazzo, l’inizio. Riprendo l’incendio. Divento il referto deserto che sono io stesso. Divento l’ottenebramento distruggendo ciò che non è perfetto. Recito l’esercito, l’esito, il battesimo. Oso all’estremo il vero veleno, il dono senza ritorno. Attraverso il cielo vero celebro la nascita della scienza, la festa entusiasta che resta.

Dimentico gli eroi, gli esordi. Figlio divino, figlio definitivo, io vi riscrivo, o miei morti, io vi riscrivo, o miei esordienti. Penso, entusiasmo estremo, tempio e sfacelo. Trafiggo la trama. Calcolo in un altro il sacro contagio, il congedo. Ossessiono il ritorno. Nel corpo mattatoio, nel metronomo, nel manicomio numeroso muoio idee tremende, ere della carne.

Spietatamente sto per essere l’erede, l’immagine immortale, le epoche dell’epitaffio, il metro e il teatro, nel millesimo spasimo. Spietatamente sto per essere gli eccessi, gli estinti, le merci e le morti, le classifiche ossessive e le agonie, le discipline festive, le malattie. Spietatamente sto per essere la breve febbre, le imprese perfette nelle epoche esequie. Spietatamente sto per essere, celebre nelle tenebre, le divine idee elettriche. Spietatamente sto per essere le scienze maledette dell’adolescente.

Case della frase musicale del padre, io vi ho raccontate.

Mattina di attentati della dinastia definitiva, io ti ho scritta (pagg. 18 e 19).

La forza percussiva della lingua e in particolare di quella serie inesauribile di prime persone singolari, l’impiego transitivo di verbi normalmente intransitivi, le reiterazioni, il procedere per ondate successive e per un moto di spirale che, apparentemente ritornando su sé stesso, in realtà spinge il dire sempre un po’ più in là, tutto questo rende i testi di Hohenstaufen una liturgia dietro la quale, però, evidente e lancinante il dolore dell’esistere emerge, abolendo ogni pericolo di manierismo postmoderno e di giuoco linguistico fine a sé stesso o di sé stesso compiaciuto – osserverei, per esempio, che il “mattatoio” (ricorre più volte questo vocabolo nel libro) e il “manicomio” evocano in me i testi che un autore non certo omologato e non certo “docile” compose per il fraterno amico il fotografo Mario Giacomelli, vale a dire Francesco Permunian, uno di quei rari scrittori in questi anni capaci e desiderosi di opporsi alle mode dominanti nelle varie “scuole” locali e localistiche che soffocano la scrittura in Italia (e a pagina 26 si legge, infatti, “Lo spavento mortale / nel carcere irrimediabile, / nell’ospedale implacabile, / nella carne“; a pagina 33 “nell’ospedale di noi stessi“).

 

 

5.
Massacrati tutti i calendari
abolite tutte le mattine
siamo diventati immortali
per non essere mai apparsi
nelle nuove caserme della luce,
nell’enorme allarme senza termine.

Siamo diventati immortali
per non essere mai guardati
dai dannati, dagli annali.

Siamo diventati immortali
per essere i sovrani
di questo verbo e di questo morbo.

Siamo diventati immortali
per ritrovarvi,
traumi geniali,
spettacoli di esistenza estrema
nella testa,
festa certa,
prova certa della malattia infettiva vita.

Siamo diventati immortali
per avervi disfatto, padri.

Siamo diventati immortali
per non essere mai
questi incessanti
campi marziali, romanzi,

Divinità degli esordi,
siamo diventati immortali
per non abbandonarvi (pagg. 20 e 21).

6.
(…)

Nell’entusiasmo disumano ammalo il diario, il palco diventato epitaffio, l’orfanotrofio furioso del giorno. Invento l’inverno maledetto del racconto, crudele delle bellezze estreme e perfette, folle delle nuove forme di morte. Muoio diventato il metronomo del mondo, nuovo come un capolavoro. Penso l’enciclopedico concerto del congedo. Calcolo lo spettacolo di chi è stato. Scrivo il suicidio del destino ossessivo millimetro dopo millimetro. Esordisco nel delirio antico, bellissimo corpo ferito, anniversario del respiro.

E in tutti i vostri sacri teatri voi siate nati (pag. 22).

Hohenstaufen è, allora, anche, alla lettera, la messa in scena che l’io compie di sé stesso, ma, si coglie in molti passaggi dell’opera, qui viene rappresentato pure il farsi della scrittura, il proprio emergere alla luce, imbastirsi e affermarsi, il suo “andare in scena” appunto, sempre avendo coscienza dell’esserci, sullo sfondo, il caotico, l’indistinto e l’informe, e anche in questo come raccogliendo il magistero di altri autori tedeschi (Hölderlin, per esempio). Il Dichterwerk viene a esistenza solo se è capace di dire di sé, del suo proprio di-venire e accadere.

7.
Gli Dèi furono
il monumento e il commiato,
l’incessante opera d’arte,
l’eterno museo di me stesso,
le infanzie e le sentenze,
le veglie violente.

(…)

Ora,
affinché io possa amarvi,
siete diventati
i miei contemporanei (pagg. 23 e 24).

8.
(…)

Miei nuovi

miti matematici: createmi (pag. 25).

Il provenire dal passato per poter esistere nel presente e, nel contempo, l’essere nel presente per poter creare il passato, il possedere capacità creatrici, ma, contemporaneamente, avere la necessità d’essere creato, non risultano essere contraddizioni, ma, nel discorso di Andrea Leone, una matematica dialettica sottesa e necessaria alla complessità estrema d’essere io e, anche, opera d’arte nel suo farsi e nel suo compiersi.
Ed ecco che il poeta può affermare:

9.
(…)

La distruzione del padre
per restare immortale
in questa esaltante
corte marziale dell’istante (pag. 27).

12.
Da Viale Jenner
a Via Duomo,
io vi ricordo,
amici, attimi, teatri,
annali, angeli.

(…)

Io vi ricordo,
date, trame
che mi diedero il nome.

Io ti ricordo,
studio dello sterminio,
dio ossessivo
in cui fui guarito,
mito, racconto del piccolo,
mio coraggio contemporaneo,
mio calendario dello spettacolo.

Voi infiniti,
voi corpi,
splendori ed eroi
della durata!

Un giorno io nacqui
per crearvi (pagg. 30 e 31).

13.
Il mio corpo è la ferita
in cui affonda il coltello del mondo.

(…)

Tutti ora siate
gli Dèi
in cui guarii (pag. 32).

14.
(…)

È l’arte militare,
è l’immagine del sangue,
è la carne nel carcere incessante,
è l’esaltante catastrofe del padre:
state per diventare
l’età geniale (pag. 33).

Sta qui la tensione stürmeriana cui accennavo poco sopra, la distruzione del padre per poter nascere a vita adulta, “l’età geniale” e la “guarigione”, il demone / δαίμων / Genie nello stesso tempo creatore e creato, facitore e fatto, io e opera dell’io.

 

 

16.
(…)

Tu devi entrare nel tempio dello spavento,
Tu devi essere le date della classe immortale.
Tu devi diventare l’entusiasmante stagione teatrale.
Tu devi splendere del tuo demone (pag. 35).

17.
Salgo sul palco che un giorno ho contemplato da lontano, sovrano di ciò che è stato. Eseguo gli eserciti estremi dell’estasi, gli splendidi incendi e mondi. Corrompo gli Dèi dormienti, gli indici terrestri, gli irripetibili giardini geniali dei giorni. (…)
Sto diventando
il passato
ora che finalmente è iniziato (pag. 36).

Carmelo Bene (quello stesso che recita il lunghissimo monologo di Manfred) avrebbe amato questo libro di Andrea Leone, ché vi avrebbe riconosciuto la sua stessa dedizione alla parola quale architettura sublime di suono e di sintassi, di slancio mentale e di sfida al volgare, al banale, al brutale. Qui non c’è l’io o l’opera d’arte in preda a deliri d’onnipotenza, ma c’è, al contrario, l’io e/o l’opera d’arte febbrilmente vitali, giovani di slancio e antichi della sapienza che viene dal possedere natura umana e abitare il linguaggio.

19.
Tu mia giovane opera d’arte,
tu mio splendore
tu mio splendore dell’incessante
tu mio splendore dell’incessante catastrofe geniale.
Tu mia inenarrabile classe amante.

(…)

20.
Secoli degli splendidi spaventi,
secoli dei regni eletti,
divinità dell’età,
divinità della verità,
divinità fiorite
dalle vite antiche,
voi siete
i calendari immortali.
Voi siete
i respiri degli imperi entusiasti
e la giovane perfezione
nelle memorie gloriose
tornate alla luce del sole.

Dea della vittoria
in quest’ora senza colpa.
Essere esattamente
il nuovo trono,
il morbo del mondo,
e queste ultime
recite attese da sempre.

Mia così vicina
algebra amica della nobile vita.
ia nata un giorno
nella bellezza perfetta
che ora ti è maestra.
Mia sorella della meraviglia
che hai creato
ciò che era sempre stato.
Mie lacrime al culmine del nome.
Mio Dio
mio Dio infinito
mio Dio infinito che ebbe inizio
sulla soglia della tua storia (pagg. 41 e 42).

 

(L’immagine d’apertura è una stampa che riproduce la Porta di Santo Stefano a Martina Franca, mentre la foto è di Mario Giacomelli e fa parte della serie “Il teatro della neve” per la quale Francesco Permunian scrisse i testi poetici oggi pubblicati dall’Editore L’obliquo di Brescia).