Lavorare a rasciugare: su “Luce che nutre” di Alfonso Ravazzano

di Antonio Devicienti

 

 

 

Alfonso Ravazzano non ha fretta e pubblica con parsimonia i suoi libri, giungendo a questo suo più recente (Luce che nutre, Puntoacapo Editrice, Novi Ligure, 2016) dopo un lungo, apparente silenzio; l’hanno sottolineato in molti e anch’io parto da quest’assunto perché apprezzo molto un autore che si sottrae alla baraonda editoriale in atto e che, in netta controtendenza, scrive nel silenzio e nell’attesa, consegnandoci un’opera prosciugata – e uso un tale termine quale apprezzamento e lode da parte mia, perché lavorare a togliere, lavorare nell’attesa, lavorare senza fretta, ma cadenzando e concordando la scrittura con la propria esistenza, facendone dunque davvero espressione d’esistenza è raro e molto apprezzabile. Ma non voglio ingenerare l’equivoco che io ritenga la poesia di Alfonso quale espressione e comunicazione dei propri sentimenti o pensieri, ché questo equivarrebbe a fare al poeta un grandissimo torto e leggere i suoi testi in maniera limitante e scorretta – intendo dire, invece, che come ogni poeta di valore Ravazzano vive la propria esistenza in chiave poetica, filtrandola attraverso l’esperienza poetica che è linguaggio e presa di distanza, esperienza ritmica e scandaglio, assunzione dei fatti alla coscienza tramite forme precise e verbalizzanti. Se infatti sono esperienze personali (e comuni a ogni lettore) i punti di partenza dei testi, la soluzione in forma d’arte dice in maniera chiara di un lavoro inflessibile su linguaggio e stile, su metro e costruzione sintattica:

Come spingere il dolore senza sentirne il male
se tu appartenessi al delirio non all’istinto
se tu fossi l’approccio al coraggio non la paura

e invece cadevi sciogliendo la parte di te
che sgranocchiavi da dentro per diventare
un prurito un suggerimento all’estremo

ma l’angelo s’incaricò di lasciarti insonne
e amando il tuo sguardo lo sorprese.

Il “tu” instaura un dialogo, un “tu” che il lettore deve, di volta in volta, discernere se identificativo dell’autore stesso (soliloquio), se dell’amata, o di una qualche altra persona che Ravazzano chiama in quel momento in causa:

Tu potresti colorare le mie intenzioni
con i profumi e gli odori che il mondo
scalzo ai nostri piedi ora ci contiene
e saresti un’invitata speciale, il tatto
su cui sradicare i brandelli del tempo
quel tempo spugnoso che abitiamo
commensali di un rito, di un presentimento.

Invito chi stesse leggendo questo mio “attraversamento” a non trascurare la bellezza e la pregnanza del distico in clausola finale (“quel tempo spugnoso che abitiamo / commensali di un rito, di un presentimento”), dal momento che esso conferma quanto serio e solenne sia l’esistere per questo poeta, quanto appartenente a una sfera religiosa e comunitaria (non necessariamente istituzionalizzata) l’esperienza esistenziale e intellettuale: il “rito”, nella sua solenne ripetitività e cadenza, innalza un atto alla sfera del sacro (ribadisco: da non identificare necessariamente con una religione specifica, ma, qui, spesso, se mi è consentito dirlo, tale sfera è “a-teologica” e “laicamente” religiosa), il rito implica un superamento del fatto puramente e limitatamente materiale e dà accesso a quell’atto conoscitivo che consente di mettere in relazione vita biologica e pensiero, storia e ciò che sta oltre la storia, quotidianità e atemporalità. Essere commensali di un rito e di un presentimento libera l’io dalle proprie prigioni, lo rende partecipe della cerimonia del vivere, lo riscatta dalla dimensione mercantile, banalizzata, banausica cui il vivere viene spesso costretto.

 

 

E uno dei cuori pulsanti del libro è identificabile nel testo a seguire:

Lasciati pigrizia e lamenti inventai
una forma nuova di dolore generando
un cuore artificiale di parole

il libro aveva il colore della luna nuova
le pagine la magica consistenza della quiete
ed ogni verso l’eleganza del buio

leggere non era importante serviva a
tenere le mani occupate per osservare
quanti respiri diventavano sentenze

la posizione del corpo era una frusta
gesticolando ogni movimento chiese
al proprio io quale dolore liberare

non credo sia goloso mangiare il
proprio vizio lasciare qualche dubbio
allo sgambettare incerto di un torto

ma tutto si schianta dietro la spalla
destra o sinistra non ha importanza
resta un bersaglio colpito

il libro a questo punto si scompone
le pagine perdono luce s’imbrogliano
fra loro le parole diventano schiave

gorgheggio questo passaggio di tempo

È qui, detto di gran lunga meglio di quanto non abbia saputo fare io, qui è l’identità del libro e del poetare di Alfonso Ravazzano, espresso con lo stile rasciugato che gli è peculiare, costruito con movimenti d’enjambement e con raggruppamenti strofici che sono il “gorgheggio” finale, coincidenza di tempo (dire un testo è, anche, tempo che trascorre e tempo organizzato in accenti e versi e strofe e spazi bianchi) e stile (stile è scelta dei vocaboli, loro accostamento, invenzione di un ritmo); il testo è, inoltre, movimento, “cuore artificiale di parole” che s’aggiunge al muscolo di carne il quale permette la vita, ma è evidentemente il “cuore artificiale di parole” che dà vita alla coscienza e all’espressione di tale coscienza – e, mi sia consentito aggiungere, non si tratta di una coscienza banale e prosaica, ma poetica perché inventiva e perché immersa dentro il tempo da cui essa riceve ritmo e cui essa dà ritmo.
Avete bisogno di una controprova? Eccola:

Quello che vorresti essere del pavimento
è la sua memoria la rumorosa intermittenza
passi e trapassi – tu che rimani presente

torno a quando disegnavi i miei sogni
il peso delle cose è come acqua incustodita.

Notiamo infatti come il breve testo s’inchiavardi su vocaboli e su forme verbali (“intermittenza”, “passi e trapassi”, “sogni”, “peso delle cose”) che, inseriti nelle unità ritmiche e significanti delle proposizioni e dei versi, trasmettono l’impressione di questo cercarsi reciproco del tempo del mondo e del tempo del dire poetico.

 

 

Articolato in quattro sezioni (L’io dei miracoli, Avrebbe goduto il dolore, La vibrazione di un sentimento inespresso è chiusa nel suo nascondiglio – a Dada, Sincronie) Luce che nutre accoglie molti testi che recano una data in calce, ma spesso si tratta di date, all’interno della medesima sezione, molto distanti tra di loro, per cui si può pensare a un ordine temporale interiore e psicologico che supera la banalità del calendario per diventare sequenza temporale di un rito, appunto, e di un disporsi della poesia su piani contigui, o conflagranti, o allontanantisi – oppure è lecito sospettare l’esistenza di altri testi che l’autore ha poi espunto dal libro, lasciando soltanto quelli sopravvissuti all’impietosa revisione :

La parola consuma
non sono niente
albero di primavere
che la bellezza aggiunge
a chi la cerca ancora

non sono, non ora
abito soltanto le strade
che diventano macchine moto
aeroplani

e l’istinto è un volo
fragile nei bordi
e nei contorni
simile a quella luce
che appare sulle lacrime

gli occhi hanno dolore
e granelli di vento

 

L’aria dalle zanzariere passa ubriaca
il fumo di quattro zampironi serve a soffocarla l’aria.
Ma in questa notte tanto limpida da vederne i germogli
conto senza fare fatica i respiri dei cani
li osservo mentre prendono fiato
a pieni polmoni.
Ritrovo l’origine del buio
negli ornamenti alle finestre socchiuse
ogni poro di vita è nella nudità
di questa terra umida e seminata.
La stanchezza è un fiato caldo
il dolore fisico un vagito lento
a bassa voce ai piedi del mio corpo

tutto rinasce nella pazienza dei brividi.

Infatti Alfonso dice di sé stesso:

Sono un pescatore di polvere
amo il silenzio prima e dopo la cattura
amo la paura…
La lenza è un passamano di sporcizia
abito la parte nobile dei deboli
e questo mi permette di rinascere

Muovo la trasparenza del filo
e ne riavvolgo gli umori

Il contatto fra la preda
e l’ inganno.
16 06 2015

Non c’è nulla della “poesia ombelicale”, come si può constatare, pur nella presenza dell’io i versi che abbiamo appena letto testimoniano una tensione esistenziale e, ancora, una rasciugata posizione etica che fa dell’esperienza personale scandaglio, non fulcro, interrogazione, non autocontemplazione, attitudine conoscitiva, non narcisistica chiusura. E il dolore, termine ricorrente in questa prima parte del libro, dischiude tutta la sua presenza nella sezione susseguente, dedicata all’agonia e alla morte della madre del poeta; riporto il testo incipitario:

Tanti si ricordano il primo respiro
o il dito in gola dell’ostetrica
pochi l’odore del primo sangue.
Mia madre scoperchiò la sua anima guardiana
e si nascose in qualche parte del mio stomaco.
Provai ad osservare la luce che morbosa
mi raccolse oltre il cuore del sonno.
23.03.2000

 

 

Confrontarsi con la malattia e con la morte della madre significa infatti confrontarsi con la propria origine e con la propria stessa morte; e in questa sezione del libro Alfonso raccoglie testi di geometrica perfezione e coraggiosa visionarietà e voglio dire che quello ch’egli scrive, partendo da una realtà inoppugnabile e ineludibile, si fa, nella scrittura, visione sapienziale, comprensione dei fatti e dei loro significati per intellectum et per sapientiam cordis – non c’è appello a una fede, a una trascendenza, ma tale sapienzialità s’esplica nei termini del linguaggio e degli accostamenti d’immagini, parte dall’umano e rimane entro l’orizzonte dell’umano, avvicina regioni di pensiero e di percezione emotiva apparentemente remote tra di loro, lavorando a rasciugare tocca il nervo scoperto, la carne dolorante:

Potevo vedere nostra madre
stringersi negli occhi saturi
di lacrime.
Dentro nascondeva quel latte
che mi riempiva la bocca.
Ho sempre cercato di toccarlo
quel seno bianco.

A pianoterra il macellaio
metteva in un vassoio d’acciaio
il prezzo alla carne tritata.
21.01. 04

E dopo la morte della madre? Scrive Alfonso Ravazzano:

(…)

il suono rende devastante il mondo dei vivi
lo assorbe come fosse una spugna asciutta
e una volta bagnata la strizza per vederne
i segni della trasformazione per vederla
nel suo limite nel suo ultimo fine

questo è il dolore che aspetto…

Conferma in tal modo il poeta di stare seguendo un itinerario di piena consapevolezza sia emotiva che intellettuale che esistenziale tout court:

Avrebbe goduto il dolore
da una traccia a colori
di ombrelli fissati su un
quadro sonoro di corpi

fosse soltanto una stanza
a disagio con i fiori sui bordi
ma il tempo s ‘inchiodò
in geometrici incastri visivi

ecco come mi avrebbe goduto
nella metodica del pianto
e lasciò cadere il suo velo
appena uno sguardo distante.

Si arriva allora a un testo di deflagrante, dolorosa bellezza:

Dopo
accostate le pareti della terra
mia madre s’ addormentò
senza bacio, senza calumet.
Misi una cipolla sopra la sua schiena
e l’osservai.
Il tempo mi apparve come un virtuosismo
in continua mutazione.
Presi la cipolla, mi scivolò dalle mani…

È lei, mi dissi che riserva sorprese.

È un altro “cuore artificiale” del libro questo testo, luogo che spalanca abissi di senso semplicemente traverso una schiena e una cipolla, ma vedete da voi che cosa riesce a fare la scrittura di un poeta quando forza della dizione, solidità del linguaggio, potenza metaforica e immaginativa si ritrovano tutte nello stesso punto-cuore…
Ovviamente questi testi sono anche memoria e rattenuto pianto, le parole alludono al corpo, dolorante e presente della madre e al corpo solidale e fremente del figlio:

Avrei voluto essere il tuo dolore
quello che s’incarna e implora
quello scorticato senza paura
perché ho imparato che il dolore
fra lo stomaco e il ventre respira

il tuo dolore è un viaggio certo
partenza e ritorno hanno il biglietto
affrancato…

Qui c’è il corpo filiale che avrebbe voluto diventare il corpo materno ed è Leitmotiv, questo, pur espresso con discrezione estrema ed estremo pudore, che mi pare porti il libro ben oltre l’abusata tematica del lutto per la perdita della madre (o del padre e, a mio avviso, sono ormai troppi i libri in circolazione che hanno al centro questo tema); Alfonso Ravazzano, riconoscendo nel corpo (e lo vedremo anche più in là, in un’altra sezione di Luce che nutre) il luogo privilegiato, così terrestre e rituale del rapporto tra due persone, riferendosi al corpo senza ricorrere alle immagini (anche queste abusate ormai) della visceralità e della carnalità più ovvie, ma con la sua consueta elegante asciuttezza, dona forza persuasiva e valore al suo libro, anche perché la luce nutriente potrebbe essere il corpo stesso e il suo dolore, l’impossibilità di sottrarsi al dolore in quanto esseri viventi – per cui il libro viene a essere pure un atto d’accettazione del vivere nella sua totalità (cosa non del tutto scontata, se ci si riflette meglio).

Ai piedi del tuo letto in ospedale ti recitavo poesie
i tuoi occhi erano zolle di una terra
seminata di rado.
Oltre la finestra immaginavo il mare
e mille barche legate in attesa di vento.
Disegnavo gusci perfetti di sogni
mentre i pescatori rimanevano curvi
sulle reti.

La madre capace di generare appartiene anche al ciclo della natura, all’universo dei viventi (la sabbia, di cui è detto nel testo che invito ora a meditare, è elemento ricorrente nel libro, presenza legata senz’altro all’acqua e al mare, materia granulosa intrisa di sale ricettacolo di vita e rimando alla “cenere” del corpo mortale, luogo contemporaneamente – e non è, si badi, una contraddizione – dell’aridità e della fecondità):

La tartaruga scava nidi
nella sabbia per depositarne
le uova e diventare madre.
Se ogni cellula vivente
riuscisse a non respirare
sentirei il rumore del guscio
che raggiunge la sabbia.
05. 01. 04

L’ho ritrovato
coperto da un tessuto sfibrato
quel bottone bianco che presi
dalle mani di mia madre.
Era nascosto fra quelle cose
che vorresti dimenticare
ma che non puoi – anche l’odore
fa male – rivestito d’umano.
13. 01.04

Quello che nasce fra le tue mani
e lo scrittoio è come una scodella
di riso e latte.
Sei una coperta di vento
dentro al sonno della luce.
Il nudo alfabeto delle lettere
il loro senso e dissenso
si allineano su quel foglio
che non vuole essere scritto.
Le parole non hanno ubbidito.
01.04.04

Se tornerai
sarai sorriso vento presenza
di un vecchio diventato bambino

ma non sarai il suo odore
il suo acciacco e il suo bastone
tieni il tuo coraggio come una reliquia per mano

Se tornerai
sarai il passato che diventa presente
sarai il rumore fastidioso delle indifferenze

ho studiato la provocazione il legame
fra cose e cose fra preghiera e scongiuro
mentre la porta s’ inventa un rumore

due giri di chiave aspetto soltanto
due giri di chiave.

 

 

La sezione successiva raccoglie poesie d’amore; leggiamo la seguente:

Sarai un piccolo disguido
nell’acqua come allora.
L’impressione che davi
era racchiusa in un respiro di seni

nuda e dilatata in ombre sottili
eri nella superficie dell’occhio la vita
ma la bellezza era un movimento
tuo soltanto.

Ancora una volta il corpo si fa sinonimo e immagine di vita, unendosi qui alla bellezza e all’eros – faccio notare la brevità del testo, la significante laconicità delle espressioni, il denso portato delle immagini.
La nudità, solitamente attribuita all’intero corpo, nel testo a seguire riguarda il viso; così scrive Alfonso:

Quando nudo è il tuo viso
dentro ad una luce d’acqua
e i tuoi occhi dipingono
lo specchio succulento
dei tuoi sguardi

allora ti osservo
ma lascio che sia
il tuo corpo
soltanto quello
la comprensione del mondo.
2003

L’acqua, altro elemento ricorrente nel libro (e qui più specificamente il prendere il bagno) l’acqua è luce e lascia emergere il viso dell’amata che è, appunto, “nudo” – è nudità nei confronti del mondo, disponibilità ad accogliere il mondo, e anche assenza di maschere, velature, nascondimenti.
Spesso queste composizioni sono costituite, dal punto di vista sintattico, da un unico periodo, da un unico movimento musicale, l’articolazione affidata ai versi e ai salti strofici:

Chiedo di moltiplicare
la tua voce in voce
appena puoi giocarmi
essere aquilone e vento
labbra d’onda e sabbia

vivere come rito di vendemmia
per averti in grappoli e vino

decanta la mia sete e riposa

chiedo di avere vena
per aggiungerti sangue
rinvigorendo il calore
della tua carne nel mio pane.
25.10.1999

Qualche testo più in là ecco riproporsi la dialettica maschera/corpo:

La maschera del corpo
nascondeva l’innocenza,
il peccato esemplare.
Ogni destino possibile
era nella struttura delle
sue labbra che un’ombra
vulnerabile plasmava.
Ho cercato di amarmi
per amarla oltre il bisogno.
Nel suo disordine eccessivo
riusciva ad accatastare ricordi
mentre la guardavo abbandonarsi
nel suo cappotto preferito
e non riuscivo ad osservarla
senza morire ogni volta.
16.04.04

L’amore è struggente, l’espressione, pur controllatissima, sa far percepire l’empito della passione amorosa e del desiderio; amore che pone la questione dell’origine e che, in tal senso, riconferma l’idea del rito su cui ci soffermavamo poco indietro – ma non si trascuri di prendere in considerazione il ruolo fondante e, appunto, luminoso del femminile nel lavoro e nell’esistenza di Ravazzano (la madre e l’amata, certamente sapienti sacerdotesse del rito della vita):

Vorrei inventarti all’origine di tutto
come se nulla fosse mai stato
il nulla ha creato lo spazio oltre
si resta avvinghiati

Il cigolio dell’onda mobile
sui sassi a filo d’ombra
l’infinito piacere della sabbia
che diventa bocca, rete di spago

nella genetica del colore
si nasconde il segreto
delle farfalle.
02. 01. 04

 

 

Nelle sue ultime pagine il libro torna alla madre e al padre, ancora alla meditazione intorno all’origine e alle discendenze (e ascendenze) del sangue:

Potrebbe uscire da un cassetto
il giorno in cui morirò soffocato:
un cassetto di legno, quadrato
nel mobile più austero che mia madre
abbia mai posseduto.
Al suo interno ho anche dormito
fasciato da panni di lino.
Viale Rimembranza, ora di cena, mio padre
apre il cassetto sfilando senza grazia
una canottiera bianca
che profuma delle cose che siamo
mentre il cotone sul suo corpo
torna pianta, con le foglie, i fiori giallo-chiari
e quel frutto a capsula che s’apre
liberando semi avvolti da una peluria bianca.
Come se la vita non fosse che un tessuto filato
dove rimaniamo fasciati, cuciti.
31. 12. 02

I dati biografici, rasciugati fino all’essenziale e al solo necessario, disegnano un itinerario di apprendimento dell’esistere, visto che Alfonso Ravazzano sembra praticare, anche per il tramite della scrittura, l’antichissima arte della ricerca della saggezza, arte in disuso e sbeffeggiata se se ne osa parlare, senecana e, scorrendo lungo i secoli, arte di Montaigne e di Pascal, per giungere ad alcuni grandi nostri contemporanei come Simone Weil e Cristina Campo – la saggezza compiuta sfugge continuamente, ma il poeta non cessa di praticare la sua “decenza quotidiana” né di consacrarsi al suo itinerario conoscitivo.

Conservo un vecchio portasigarette
in pelle, misurato nella forma, scarno.
Prevedo di tornare in tempo
disse mio padre – sarà giorno
e sconsolato chiuse la porta.
La pazienza diventò ostaggio della pena;
avevo occhi grandi ed una testa a riccioli.
Dimmi se passare sul dolore
è opera di pochi – non mi rispose
teneva sempre in bocca un odore
di tabacco masticato.
Forse frugherò nel portasigarette
per conoscere al tatto un senso
corrisposto dal lontano impeto
di una memoria ostinata.
Ringiovanisco piano, lui mi sente
zampettare sulla terra grassa.
Luglio 1997

Il libro si chiude con altri due testi-cuore artificiale e mi preme molto sottolineare il legame che l’autore istituisce con il grano e con l’albero, componendo due liriche d’indimenticabile forza, una forza benigna e mite, tipica di chi pratica l’umana arte della ricerca di senso e dell’interrogare sé stesso e il mondo, senza assoluti e senza preconcetti, senza dogmi e senza a priori:

Dove scendeva la brina
i treni non passavano

per non fare rumore
raccoglievo un silenzio di grano.
19. 11. 2001

Ero l’albero, il monologo delle spalle
che ogni uomo perde o attende
decifrandone l’ombra. Ogni foglia era una testa
un percorso nascosto – piedi e mani. Un divisorio di rami
mentre esploravo le schiene e il concime prima dei semi
avvinghiato ad una corteccia che in fondo
segnava una vita.
Maggio-luglio 2004

 

Tutte le immagini che corredano l’articolo illustrano sculture di Giacinto Cerone.