Ophrys, uno spartito per voce e linguaggio (breve nota intorno a “Ophrys” di M. G. Insinga)

di Antonio Devicienti

 

Mario Giacomelli: “La grande luna” (1980).

 

Si potrebbe cominciare la lettura di Ophrys (Anterem Edizioni / Cierre Grafica, Verona, 2017), paradossalmente, dall’indice che è già, nella sua disposizione grafica, capolavoro tipografico e tassonomico per rendersi subito conto di avere tra le mani un progetto rigorosamente strutturato e puntigliosamente costruito: se ars è capacità architettonica, dominio sulla forma, volitiva progettazione, ebbene Ophrys è ars ed è ricerca della bellezza proprio attraverso il più difficile costruire, stabilire contrappesi tra le parti, tessere ardui passaggi linguistici e concettuali.
A me Ophrys sembra un perfetto spartito in cui gli strumenti sono il linguaggio-suono-concetto e la voce dà vita a quegli strumenti modulandosi attraverso la costruzione dei versi.
Ma la rigorosa architettura del libro, la forma lavorata fino allo spasimo fanno emergere, vogliono fare emergere il dolore (generato dalla condizione esistenziale stessa e dalla storia) con cui Maria Grazia si confronta senza remore.
La stessa scelta d’intitolare il lavoro con uno dei nomi latini dell’orchidea anticipa l’intento d’imbastire un discorso sulla bellezza e sulla fragilità, sulla forza inattesa della fragilità e su di un modo d’osservare gli accadimenti con l’occhio del botanico, ma rendendo visibili anche le fratture insite nel linguaggio, e i suoi scarti.
Ancora una volta questa scrittura non concede nulla al lettore (non facili effetti, né agevoli interpretazioni, né tanto meno atteggiamenti modaioli), ma, essendo esigentissima già nei confronti di sé stessa, è poi perfettamente in grado di ricompensare in termini sia intellettuali che estetici chi a quest’opera si accosti.
L’autrice concepisce infatti il linguaggio e la scrittura nei medesimi termini della composizione musicale, non quella cosiddetta “classica” e più vastamente familiare al nostro orecchio, ma quella ben più sperimentale e innovativa del XX e XXI secolo e non in nome d’una ricerca fine a sé stessa, ma perché rispondente alla consapevolezza che la storia a noi contemporanea esige un linguaggio capace di rispecchiarla e interpretarla, linguaggio che non può più essere quello della “tradizione”.
Maria Grazia Insinga, immergendo la propria scrittura nei temi della morte, dell’assenza, della privazione, della violenza, del rapporto tra io e mondo, tra io e storia evita in modo convincente e magistrale ogni caduta retorica o sentimentale, ogni trappola tesale dal banale e dal già detto proprio attraverso il suo intransigente lavoro sulla parola, sul ritmo e sulla costruzione del singolo testo, ma non basta: ogni testo si sdoppia, l’intero libro si profila come una descrizione (assai complessa, articolata, ricchissima di rimandi, allusioni, suggestioni, cenni e accenni) dell’ophrys, pianta euro-mediterranea che, nell’immaginazione della poetessa, assume su di sé ed esprime la tragica complessità della storia di questi anni – alle cui spalle c’è, a sua volta, una storia plurimillenaria imbastita anch’essa di migrazioni, morte, slancio, tradimenti, progressi, dolore, bellezza. E questo libro è un esempio ineludibile di come l’io possa liberarsi del proprio fardello narcisistico, egotistico e fortemente condizionante, portando avanti in maniera coerente la ricerca iniziata con Persica e che possedeva il suo perno nella ferrea costruzione testuale e linguistica, antiretorica e modernamente sublime, nel senso che non c’è un solo cedimento al parlato, alla mimesi del sermo communis, proprio perché scrivere in poesia è, per Maria Grazia, stabilire una differenza tra la mente e la realtà e la scrittura, ch’è voce e linguaggio, non descrive, ma sonda quella realtà, non vi si adegua, prona e impotente, ma a sua volta si costituisce spartito affinché chi ne legge e modula le andanze conservi la distanza e la consapevolezza critica di un’ophrys, apparentemente fragile, ma, come tutte le orchidacee, evolutissima pianta capace di adattarsi alle condizioni più difficili e recante in sé una bellezza di vita e di forme cui il pensiero e la poesia possono, a ragione, richiamarsi.

 

TIRRENIDE

I migrazione

C’è un lotto di specie in comune
con l’Africa: le migrazioni forse
l’abbassamento del mare
l’estinzione della fauna calda.

Nella provincia tirrenica
non essere essere relazionale
non tessere tessere sociali
non morirsi imbrancato.

II migrazione

Non smettere di tornare
indietro, all’altra metà
la camicia rossa di parricida
e le teste mozze schiaffeggiate
dal boia senza dignità

continuano a sorgere tra le cosce
dell’affusto, a poggiare le bocche
di fuoco alla morte, continuano
a morire a metà dell’armilla
su coordinate altazimutali, sull’astro.

 

CRETA

I labirinto

piccoli soli in forma di cappello
non ti ripari
sgorga e non ti ripari
non ti ripari
riparare il bene è impossibile

II labirinto

infettare il corpo intero
per la soglia bassa del dolore
e uscire da Creta a memoria
nell’andirivieni la grazia, la discordanza
cambio casa rimanendo a casa

 

ABNEGAZIONE

I lingua

È commossa per l’abnegazione della lingua
ora riprende l’anima ora la vende
a cattivo rendere e non conti contenuto
ma la conta sui corpi tolga le mani dagli indizi

o dalla bocca e la vogliono ma sparisce
semina a deserto il deserto a fonemi di vento
il sonno sogna mostri senza bocche
senza bocche per non uscirne.

II lingua

Si arrendono alla poesia
ai suoi pidocchi
a vivere sproloqui diversi
di un’unica cognizione
di quello che non sanno
di quello che stai facendo
e dici cosa, cosa starai facendo
soffro come un cane
più del mio cane.