Oscena la storia

di Antonio Devicienti

 

 

se solo anch’io trovassi un orecchio per terra” (Domenico Brancale, da Per diverse ragioni)

1.

Manipolava tra le dita un alfabeto di soli –
l’aveva imparato carezzando
con gli occhi ogni sasso
la cui infanzia
aveva lentezze di treni
e pieghe di quaderni.

Occasionalmente si perdeva per giorni
(è questa l’eresia)
complice il vento che,
figliato dal polmone della montagna,
vortica stelle danzanti.

2.

Che cos’è una casa? Un punto di silenzio perché la lingua lì non sa dire e un punto di scrittura che innestandosi sulla carta tenta, comunque, di dire. Casa è un letto, una sedia, uno sguardo ch’è soglia, una tecnica a posare grumi di respiro sulla superficie verticale della visione.

3.

Vincent
non cessa di chiamare
con la voce della notte
e mistral –
la questione è che veniamo
interpellati
e interrogati
da chi, l’œuvre
innestata nell’osso del sasso,
ci ha preceduti.

L’orto del casellante
alla curva del fiume –
la sedia impagliata sotto la tettoia
è la non soddisfatta attesa.

4.

La storia,
oscena per stragi
e atti violenti di potere,
striscia col passo vile dei cagoulards:
non abbiamo bestemmiato il nome dell’arte
per addivenire a questo,
non abbiamo reciso il lobo
dell’orecchio
perché il treno, alla stazione,
raccogliesse le bare degli assassinati.

Volevamo altro, vogliamo altro.

(a Carlo e Nello Rosselli, in qualche modo).